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Pasquale Di Palmo
I libri e le furie

ISBN-13
978-88-7536-152-5
2007
pp.
112
cm
12x22,5
€
11,50
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Pasquale Di Palmo è
nato al Lido di Venezia nel 1958 e risiede a Ca’ Noghera (Venezia).
Ha pubblicato le raccolte poetiche intitolate Arie a malincuore
in “Poesia contemporanea. Secondo quaderno italiano” (Guerini e
Associati, Milano, 1992), Quaderno del vento (Stamperia
dell’Arancio, Grottammare, 1996), Horror Lucis (Edizioni
dell’Erba, Fucecchio, 1997), Ritorno a Sovana (L’Obliquo,
Brescia, 2003), Marine e altri sortilegi (Il Ponte del Sale,
Rovigo, 2006), oltre alle plaquettes fuori commercio Scrivere in
aria (Mugnaini, Scandicci, 2000), Quadernetto scaramantico
(Grafiche Fioroni, Casette d’Ete, 2001) e Trittico per un ramo
d’inverno (Edizioni dell’Ombra, Salerno, 2005). Sue poesie sono
presenti in numerose antologie e riviste, tra cui “Nuovi Argomenti”,
“Paragone”, “La clessidra” e “Poesia”. Collabora con interventi
critici e saggi alle riviste “L’Indice dei Libri”, “Stilos”, “Wuz” e
“Letture”. Ha curato e tradotto diversi volumi, tra cui opere di
Artaud, Corbière, Daumal, d’Houville, Michaux e Radiguet. Ha inoltre
curato I surrealisti francesi. Poesia e delirio (Stampa
Alternativa, Viterbo, 2004), I begli occhi del ladro di Beppe
Salvia (Il Ponte del Sale, Rovigo, 2004), Neri Pozza. La vita, le
immagini (Neri Pozza, Vicenza, 2005), Saranno idee d’arte e
di poesia. Carteggi con Buzzati, Gadda, Montale e Parise di Neri
Pozza (Neri Pozza, Vicenza, 2006) e Fine di Mirco di
Silvio D’Arzo (Edizioni Via del Vento, Pistoia, 2006).
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Solo chi si mette alla
ricerca di un’edizione originale con la pazienza certosina dell’
amanuense sa cosa significa rimanere stregato da una copertina
impolverata, dall’ odore che emana da un certo volume. I sensi
infatti giocano un ruolo decisivo nell’ acquisto di un libro.
Bisogna toccarlo, osservarlo, annusarlo con lo stesso amore con il
quale l’ enologo assapora un vino particolarmente pregiato.
Gianfranco Contini riusciva a leggere i libri ancora intonsi aprendo
le pagine in maniera impercettibile per non effettuare operazioni
che potessero pregiudicare lo stato originale del volume,
considerate alla stregua di uno stupro. Borges si raffigurava il
paradiso come l’ enorme biblioteca di Alessandria. Walter Benjamin
coniò il termine «bibliomania» per descrivere le aberrazioni che
presiedono al collezionismo librario.
Se qualcosa di patologico è riscontrabile nel comportamento del
collezionista, con implicazioni che rasentano una sorta di feticismo
in forma sublimata, non sarà così peregrino conciliare questo tipo
di passione con l’ esistenza di chi ha vissuto sulla propria pelle i
sintomi della follia proprio per scrivere le opere da cui è
scaturita quella singolare dissociazione, così pervicacemente
coltivata: da Rimbaud a Tancredi, passando per Jarry, Trakl, Artaud,
Gilbert-Lecomte e Michaux. Si è voluto così ricostruire le vicende
biografiche che hanno fatto da corollario alla pubblicazione di una
determinata opera, con una particolare attenzione per il tema della
follia che attraversa come un fil rouge tutto il libro.
* * *
Ubu Roi
di Alfred Jarry
Nell’atmosfera inimitabile che si respirava a Parigi all’inizio del
Novecento, si potevano incontrare artisti eclettici ed eccentrici come
il pittore Maurice de Vlaminck che ostentava una cravatta di legno
double face (il verso si poteva usare per manganellare qualcuno, il
recto era fornito di quattro corde per fungere all’occorrenza da
violino) o come il poeta Max Jacob a cui Cristo apparve il 22 settembre
1909 sul muro della sua stanza (qualche anno dopo, mentre un pomeriggio
stava tranquillamente guardando un film al cinema, gli andrà ancora
meglio: al suo fianco si siederà nientemeno che Dio in carne ed ossa).
Non si può in ogni caso considerare secondo a nessuno in fatto di
stramberie il drammaturgo e poeta bretone Alfred Jarry, che sembra aver
anticipato, con il suo comportamento bizzarro e ribelle, le
provocazioni delle avanguardie storiche che gli succederanno di lì a
poco.
La biografia di Jarry si confonde con i suoi atteggiamenti
iconoclastici che rasentano il parossismo. Purtroppo le testimonianze
sulla sua vita non sono numerosissime, anche se quanto mai autorevoli e
sufficienti a darci un’idea attendibile del controverso personaggio.
Apollinaire lo conosce quando ha già pubblicato parecchi articoli sul
“Mercure de France” e “L’Art littéraire” e opere fondamentali come
Les Minutes de Sable Mémorial (1894), César-Anthécrist
(1895), Les Jours et le nuits (1897), L’Amour absolu
(1899) usciti nelle Éditions du Mercure de France, oltre ai romanzi
Messaline, roman de l’ancienne Rome (1900) e Le Surmâle
(1902), entrambi apparsi nelle Éditions de la Revue Blanche. Ma Jarry è
conosciuto soprattutto per la commedia intitolata Ubu Roi, che
ha scandalizzato sin dalla sua prima rappresentazione il 10 dicembre
1896 presso il Théâtre de l’Œuvre il pubblico dei benpensanti sin dal
suo memorabile attacco: «Merdre!».
La prima rappresentazione dell’Ubu Roi ebbe un’accoglienza
contrastante: fischi e applausi, urla e invettive, getti di mazzi di
fiori e scazzottate tra i presenti. Molti critici lasciarono indignati
la sala. Henry Bauer che, in un articolo precedente, aveva elogiato
l’opera, coltivava in sordina propositi di suicidio. Il 17 dicembre
dello stesso anno, un giovane tenente d’artiglieria a Douai, Charles
Morin, scrive allo stesso Bauer una lettera in cui dichiara di essere
il vero autore della commedia, ma la missiva non viene presa seriamente
in considerazione. Charles Chassé nel suo volumetto intitolato Les
sources d’Ubu Roi. Sous le masque d’Alfred Jarry (Parigi, Floury,
1921) sosteneva che bisognerebbe attribuire ai fratelli Charles e Henri
Morin l’effettiva paternità dell’Ubu, in quanto Jarry si sarebbe
limitato a cambiare i nomi dei personaggi e qualche particolare
lessicale ininfluente ai fini dell’opera.
La paternità della commedia è stata molto dibattuta in sede critica.
Purtroppo la stesura allestita dai fratelli Morin con la collaborazione
degli altri studenti del liceo di Rennes è andata perduta. Per non
tediare troppo il lettore riportiamo ciò che ha scritto Dan Franck,
sintetizzando un po’ schematicamente la questione: «Ma il dramma di
Jarry sta nel fatto che la sua reputazione si fonda su un’impostura:
Jarry non è il padre di Ubu. Non lo è mai stato. La commedia che lo ha
reso tanto famoso non è sua. Jarry è un autore, un grande autore, come
testimoniano i suoi libri: ma Ubu Roi è un’opera collettiva alla quale
lui non ha quasi partecipato. È stata scritta dagli studenti del liceo
di Rennes che volevano prendere in giro il loro professore di fisica,
il père Hébert, un uomo del tutto privo di autorità. Quando Jarry
arriva al liceo, a sedici anni, la tragedia esiste già, si intitola Les
Polonais e ne sono autori i fratelli Morin. Jarry è l’autore del nuovo
titolo e del nome del personaggio, che viene senza dubbio da una
contrazione di Hébert-Hébée o Eb, per gli studenti. Hébée, Ubu. È Jarry,
senza dubbio, che ha aggiunto le scene antimilitariste. Ma né la
Candela Verde né Cornegidouille sono opera sua. Ancora meno il famoso “Merdre!”
con cui si apre la prima scena. Charles Morin ha raccontato: “Eravamo
ragazzini, e naturalmente i nostri genitori non volevano che usassimo
quella parola; allora abbiamo pensato di aggiungere una r: ecco
tutto!”. Resta il fatto che se Ubu ha fatto il giro del mondo lo deve a
Jarry. È lui infatti che lo ha messo in scena. Prima al liceo di Rennes,
dove recitavano gli studenti. Poi in veri teatri. Anche con le
marionette»1.
Jarry rappresenterà infatti la sua commedia al Théâtre des Pantins con
delle marionette costruite e dipinte dall’amico Pierre Bonnard e con
una scenografia di Toulouse-Lautrec. Jarry era forse memore degli
spettacolini allestiti con i suoi compagni a casa sua o nei granai,
oltre a quello andato in scena in un vero teatro di marionette nel
dicembre del 1888 con il titolo Les Polonais. In una di quelle
occasioni, la sorella Charlotte scolpì in creta una splendida
marionetta che rappresentava il Père Ubu. Manco a dirlo chi presta la
voce di Ubu non può che essere il suo alter ego Jarry, sempre più
immedesimato nella figura di quel personaggio grottesco e irriverente
che, come tutta l’opera jarryana, sembra preludere al surrealismo
partendo da posizioni tipicamente simboliste. Da questo punto di vista
i suoi testi rappresentano a meraviglia l’ideale frattura (ma, al tempo
stesso, la continuità) che sembra dividere i due secoli: da una parte
il decadentismo ottocentesco di Baudelaire, Rimbaud, Lautréamont e
Mallarmé, dall’altra il Novecento delle sperimentazioni futuriste,
dadaiste, surrealiste.
Frattanto, nello stesso 1896 aveva visto la luce la prima edizione
dell’Ubu Roi, stampata nelle Éditions du Mercure de France. Si tratta
di una piccola brochure in -16°, di 172 pagine. La copertina, che
raffigura il protagonista con una piccola testa a forma di pera,
baffoni alla tartara e un enorme ventre spiraliforme simile a uno
scudo, è disegnata da Jarry. All’interno del volume figurano due
illustrazioni di mano dello stesso Jarry. La pièce è dedicata a Marcel
Schwob, autore delle Vies imaginaires. Per la verità il sottotitolo
della commedia è quanto mai eloquente riguardo alla presunta
rielaborazione che Jarry farà della versione rappresentata nel 1888 dai
piccoli goliardi di Rennes: «Dramma in cinque Atti in prosa restituito
nella sua integrità quale è stato rappresentato dalle marionette del
Teatro delle Phynanze nel 1888». L’esemplare che abbiamo consultato,
gentilmente messoci a disposizione dalla Libreria Pontremoli di Milano,
è assolutamente eccezionale: all’occhiello compare infatti una
significativa dedica autografa dello stesso autore.
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