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i libri
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Giuseppe Zuccarino
Grafemi

ISBN-13 978-88-7536-121-1
2007
pp. 104
cm 12x22,5
€ 11,10
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L'autore
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L'autore |
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Giuseppe Zuccarino, nato nel 1955,
è critico e traduttore. Ha pubblicato cinque raccolte di
saggi (La scrittura impossibile, Genova, Graphos,
1995; L’immagine e l’enigma,
ivi, 1998; Critica e commento, ivi, 2000; Percorsi
anomali, Udine, Campanotto, 2002; Il desiderio, la
follia, la morte, ivi, 2005) e una di frammenti (Insistenze,
Genova, Graphos, 1996). È il curatore di due volumi
collettivi: Palinsesto. I modi del discorso letterario e
filosofico (Genova, Marietti, 1990) e Le trame
parallele. Letteratura e arti visive (Genova, Graphos, 1996).
Ha tradotto, fra l’altro, libri di Mallarmé,
Bataille, Klossowski, Blanchot, Caillois e Barthes.
Grafemi raccoglie frammenti
scritti tra il 1996 e il 2006, che vengono proposti seguendo
l’ordine cronologico di composizione. Alcuni di essi sono
già stati pubblicati nell’opuscolo L’ombra
del frammento, con un disegno di Luisella Carretta (Osnago,
Edizioni Pulcinoelefante, 2002), nel volume collettivo Nuove
declinazioni, a cura di Sandro Montalto (Novi Ligure, Joker,
2005), sulle riviste «Zeta» (n. 3, 2001) e
«Scriptions» (n. 2, 2002; n. 3, 2004).
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I testi |
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«Apparizione
momentanea» e «sparizione imminente», il
frammento si mostra per un attimo agli occhi del lettore e, appena
letto, ritorna nell’ombra. Grafemi, il
secondo libro di frammenti scritto da Giuseppe Zuccarino (a
più di dieci anni dalla pubblicazione del primo, Insistenze),
conferma l’idea che un volume composto esclusivamente di
riflessioni brevi o brevissime su letteratura, pittura e critica sia un
oggetto più simile alla superficie mutevole di un deserto
sabbioso che all’ordinato succedersi di un microcosmo di
parole. Niente, come la serie di frammenti, sfugge
all’orgoglio dell’opera compiuta, alla pienezza del
senso. A chi ama praticare questa forma, lapidaria e indiretta, non
resta che scavare con pazienza la sua tana nel linguaggio e vivere il
gioco, ironico e malinconico, di interrogarsi incessantemente, con
ostinazione, sui dilemmi dell’arte, da sempre in bilico tra
mimesi e astrazione. Il frammento, pur privilegiando
l’astrazione, non elude la concretezza, soffermandosi ad
esempio sui diversi atti e materiali che rendono possibile, e visibile,
la scrittura. Di conseguenza, non si interessa solo al linguaggio
verbale ma anche alle immagini prodotte dagli artisti, dal segno
spoglio di Giacometti alle impronte materiche di Tàpies. Se
«grafema», nella terminologia della linguistica
moderna, indica la più piccola unità distintiva
di un sistema grafico, il vocabolo non è poi così
lontano, nel suono e nel senso, da «grafismo».
Baudelaire,
mentre definisce il suo Spleen de Paris, sembra
magistralmente pronunciare le parole conclusive sull’arte del
frammento: «Una piccola opera di cui non si potrebbe dire,
senza ingiustizia, che non ha né capo né coda:
poiché, al contrario, tutto vi è al tempo stesso
capo e coda, alternativamente e reciprocamente».
Marco Ercolani
* * *
I frammenti, nel loro disporsi in
serie, non mirano a conseguire l’unità armonica di
un discorso, ma semmai la pluralità dissonante di un
discordo.
* * *
Ci sono dei frammenti
letteralmente insopprimibili: chi li scrive può esserne
insoddisfatto e gettar via il foglio su cui li ha annotati, ma qualche
tempo dopo sarà costretto, suo malgrado, a riscriverli
(magari con le stesse parole), e dovrà dunque rassegnarsi
alla loro conservazione.
* * *
Dialogare con una citazione
è, per il frammento, quasi una necessità, un modo
– più efficace di altri – per combattere
la solitudine, per inventarsi un interlocutore («for
company», direbbe Beckett).
* * *
Novalis ipotizzava o auspicava una
«critica ai frammenti in frammenti», ma la
scrittura frammentaria ha già in sé una forte
componente autoriflessiva, anzi spesso non fa che sdoppiarsi ed
osservarsi dall’esterno; il che ovviamente non significa che
sia sempre soddisfatta di ciò che vede.
* * *
Forse non è casuale
che, oltre a dedicarsi agli esperimenti per la stampa dei libri,
Gutenberg fabbricasse piccoli specchi. I due tipi di oggetti sono
apparentati fra loro dal fatto di permettere a chi li esamina di
proiettare per un po’ su di essi la propria immagine, ma non
di alterarli in modo durevole.
* * *
Certo, comporre frammenti può sembrare improduttivo, ma,
come diceva Michaux, «anche chi vanga le nuvole bisogna
incoraggiarlo, perché a suo tempo farà dei
raccolti di nuvole, ed è assai lieto quando ci si ritrova in
mezzo».
* * *
Un frammento si scrive sempre nel
frattempo, in un interstizio temporale. Chi lo annota potrebbe
sostenere, come Amleto: «L’intervallo è
mio».
* * *
Chi scrive frammenti non vuole
negare, ma all’opposto rendere percepibile il supporto su cui
essi restano fissati, aspirando a raggiungere un effetto simile a
quello che Matisse riscontrava nei propri disegni: «Il mio
tratto commosso ha modellato la luce del foglio bianco, senza toglierle
la qualità del suo toccante candore».
* * *
Scrivere frammenti di sera
significa guardare ora il foglio, nella breve area del tavolo
illuminata dalla lampada, ora il buio circostante, come se proprio da
quest’ultimo si attendesse un suggerimento; poi tracciare
parole che, per paradosso, saranno attorniate non dal nero, ma da quel
bianco che, immancabile, precede e segue ogni frammento.
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Recensioni |
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13 giugno 2007 [Carlo
Romano] leggi
16 dicembre 2008 [Benoît Vincent]
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