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Lucetta Frisa
Viaggi,
scritture
Esistono due modelli di viaggio – quello tradizionale
dell’Ulisse omerico che, tormentato dalla nostalgia del
ritorno, vuole riapprodare alla sua Itaca, e quello romantico e tragico
dell’Ulisse dantesco che, «mettendo ali
al folle volo», tenta di avvicinarsi
all’ignoto a costo di sprofondarci dentro e perdere la vita.
Una netta differenza separa il primo viaggio, logico e razionale, che
prevede una partenza e un ritorno, dal secondo viaggio, illogico e
folle, che prevede, come certezza, la sola partenza e simboleggia una
spinta conoscitiva al limite estremo dell’io e del mondo. «Il
viaggio è questa terra di nessuno prima delle cose
ultime» (Collini). La logica del ritorno, per lo
scrittore, è trascrivere quello che è accaduto,
riportare un segno tangibile della sua esperienza di viaggiatore. Ma la
più intima natura del viaggio, la sua audacia, quella che
potremmo definire Wanderung romantica è
«viaggiare per viaggiare»,
senza uno scopo determinato, vagabondando da flâneurs,
privi di un luogo preciso al quale tornare, vivendo liberamente gli
incontri e le sensazioni del wanderer e appuntando
le proprie impressioni sul suo personale taccuino.
In Fughe di Sylvie Durbec – edito in
lingua italiana prima ancora di essere pubblicato, in versione
accresciuta, nella lingua originale – il leitmotiv
è quello della Wanderung romantica. La
scrittrice si mette sulle tracce di artisti che hanno scritto molti
libri e percorso molte strade, da Siegfried Lenz a Robert Walser a W.G.
Sebald. Ripete materialmente certi loro percorsi, sovrapponendo il suo
sguardo al loro. Li insegue, li interroga, rifa le loro strade, mescola
alle loro tracce le sue. In questa scrittura poetica e ondivaga, che
ricorda la struttura musicale del «capriccio» o
della «rapsodia», permane qualcosa di ossessivo e
di ipnotico che non si lascia definire. «Leggere,
camminare, scrivere. Andare verso luoghi lontani. E ritornare verso i
libri aperti sugli scrittoi». Dominante, nella
scrittura della Durbec, è trovare delle corrispondenze fra
esistenze nomadi, inquiete, e parole altrettanto nomadi e inquiete,
nate a ridosso dei corpi e dei dolori. Incessante e inesauribile, la
scrittura non è che un movimento verso o da, sogna il
futuro, immagina il passato, reinventa il presente. «Così
un’opera ne apre un’altra, scrivendo e leggendo
ancora ne chiama un’altra».
L’autrice mescola la biografia dell’autore alla
propria, in un intrico immaginoso dove descrizioni, dialoghi, pensieri,
si tessono e si disfano. Alla necessità della scrittura di
dissiparsi come un mandala, si mescola il bisogno, tutto umano, di
lasciare le tracce di un percorso. Il wanderer
è dominato dall’impulso di uscire fuori di
sé e fuggire luoghi fissi, percepiti come soffocanti, per
cercare luoghi liberi e altri, come i folli che rifiutano regole e
codici imposti dall’esterno per delirare di mondi ulteriori.
La scrittura è spesso il sintomo di una «fuga
psicogena» – la necessità di esprimere,
con la potenza demiurgica delle parole, il desiderio di non essere dove
si dovrebbe, ma di abitare i territori del sogno, della metafora,
dell’eterotopia.
[...]
* * *
Lied
(Georg Trakl)
Costeggiare, diceva Trakl e sapeva molto bene a cosa si riferiva con
questa parola, con questo verbo senza complemento –
costeggiare. In tedesco Entlang. Passare a lato dei
rumori della vita, rumori purpurei come le risa infantili, canzoni
azzurre come gli sguardi amorosi, costeggiare la soglia tra il nero e
il bianco, e poi questa frase: «Diteci da quanto tempo siamo
morti».
Costeggiare, sarebbe allora camminare accanto ai morti, scortare la
loro assenza nei nostri passi sonori sulla ghiaia dei viali e i
ciottoli delle spiagge, scrivere la loro sparizione sgomenta nel gelido
granaio delle case nere? In exergo a Gli anelli di Saturno,
Sebald cita Joseph Conrad mentre scrive a Margherita Poradowska:
«Bisogna perdonare soprattutto a quelle anime infelici che
hanno scelto di fare il pellegrinaggio a piedi, che costeggiano la riva
e guardano senza capire l’orrore della lotta e la profonda
disperazione dei vinti».
Costeggiare la riva sarebbe attraversare il luogo dove sono affondate
nei loro ultimi naufragi le navi andate al largo, ascoltare gli echi
dei morenti in mezzo al rumore del mare, ma comprendendo quello che
furono le loro lotte e le loro disperazioni, diversamente da quelle
anime infelici che dobbiamo perdonare.
Ma perdonare cosa? La scelta di questa citazione è curiosa.
Come la frase di Conrad. Ritrovo allo stesso tempo il verbo traversare
la riva, costeggiare e rimanere affamata. A causa del perdono di cui
parla Conrad? I vivi costeggiano il mondo dei morti senza mai potervi
accedere perché non si può penetrare
nell’oceano dove riposano i vinti. I vivi sono
nell’impossibilità di capire i morti. Eppure
tentano di scavalcare la soglia. Scrivendo, i poeti sopravvissuti
tentano di espiare la colpa di essere ancora al mondo: dein
Gedicht, eine unvollkommene Sühne1.
Due compartimenti stagni si mostrano, due lingue, incomprensibili
l’una all’altra. I vivi costeggiano i morti. Ognuno
cammina da una parte e dall’altra della frontiera senza
poterla superare. C’è molta tristezza in questa
frase ed è per questo che la avvicino alla poesia di Trakl,
il cui titolo è Costeggiare. Non mi
sfugge, scrivendo queste parole, che vi riconosco a mia volta il mio
modo di allontanarmi dal centro per camminare verso la periferia, il
più lontano consentito dai miei passi, verso il tedesco
scritto dagli esuli. Alla ricerca di questa lingua silenziosa che
è il camminare secondo Sebald, tra malinconia e ricerca del
senso.
[...]
1 Aforisma attribuito all’amico Ludwig von
Fischer: «La tua poesia, un’espiazione
imperfetta», che così scrisse parlando
della scrittura poetica di Trakl.
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