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i libri

Sylvie Durbec

Fughe

ISBN 88-7536-109-9

2006

pp. 112

cm 12x22,5

€ 11,50

 

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L'autore

Sylvie Durbec è nata a Marsiglia e abita nel Sud della Francia che non lascia se non per viaggiare in Italia, in Belgio e in Finlandia. Ha pubblicato tre romanzi, tutti per le edizioni Fayard di Parigi: Un été en Finlande (2000), L’apprentissage du détachement (2000), e Un bon Indien est un indien mort (2002). È anche autrice di libri per ragazzi. In poesia ha pubblicato su prestigiose riviste e con Cousu Main éditeur. Le sillogi Nuits à Saorge, è apparsa in “Scriptions”, (Le Arie del Tempo, Genova 2004 ) e Stanze sulla rivista “Ciminiera”, n.16/2005, entrambe tradotte da Lucetta Frisa.  

Fughe è il suo primo libro tradotto in italiano e verrà pubblicato in originale dall’editore Sulliver nel 2007. È profonda conoscitrice degli “scrittori della memoria” come W.G. Sebal e Robert Walser.

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I testi

Lucetta Frisa
Viaggi, scritture


Esistono due modelli di viaggio – quello tradizionale dell’Ulisse omerico che, tormentato dalla nostalgia del ritorno, vuole riapprodare alla sua Itaca, e quello romantico e tragico dell’Ulisse dantesco che, «mettendo ali al folle volo», tenta di avvicinarsi all’ignoto a costo di sprofondarci dentro e perdere la vita. Una netta differenza separa il primo viaggio, logico e razionale, che prevede una partenza e un ritorno, dal secondo viaggio, illogico e folle, che prevede, come certezza, la sola partenza e simboleggia una spinta conoscitiva al limite estremo dell’io e del mondo. «Il viaggio è questa terra di nessuno prima delle cose ultime» (Collini). La logica del ritorno, per lo scrittore, è trascrivere quello che è accaduto, riportare un segno tangibile della sua esperienza di viaggiatore. Ma la più intima natura del viaggio, la sua audacia, quella che potremmo definire Wanderung romantica è «viaggiare per viaggiare», senza uno scopo determinato, vagabondando da flâneurs, privi di un luogo preciso al quale tornare, vivendo liberamente gli incontri e le sensazioni del wanderer e appuntando le proprie impressioni sul suo personale taccuino.
In Fughe di Sylvie Durbec – edito in lingua italiana prima ancora di essere pubblicato, in versione accresciuta, nella lingua originale – il leitmotiv è quello della Wanderung romantica. La scrittrice si mette sulle tracce di artisti che hanno scritto molti libri e percorso molte strade, da Siegfried Lenz a Robert Walser a W.G. Sebald. Ripete materialmente certi loro percorsi, sovrapponendo il suo sguardo al loro. Li insegue, li interroga, rifa le loro strade, mescola alle loro tracce le sue. In questa scrittura poetica e ondivaga, che ricorda la struttura musicale del «capriccio» o della «rapsodia», permane qualcosa di ossessivo e di ipnotico che non si lascia definire. «Leggere, camminare, scrivere. Andare verso luoghi lontani. E ritornare verso i libri aperti sugli scrittoi». Dominante, nella scrittura della Durbec, è trovare delle corrispondenze fra esistenze nomadi, inquiete, e parole altrettanto nomadi e inquiete, nate a ridosso dei corpi e dei dolori. Incessante e inesauribile, la scrittura non è che un movimento verso o da, sogna il futuro, immagina il passato, reinventa il presente. «Così un’opera ne apre un’altra, scrivendo e leggendo ancora ne chiama un’altra». L’autrice mescola la biografia dell’autore alla propria, in un intrico immaginoso dove descrizioni, dialoghi, pensieri, si tessono e si disfano. Alla necessità della scrittura di dissiparsi come un mandala, si mescola il bisogno, tutto umano, di lasciare le tracce di un percorso. Il wanderer è dominato dall’impulso di uscire fuori di sé e fuggire luoghi fissi, percepiti come soffocanti, per cercare luoghi liberi e altri, come i folli che rifiutano regole e codici imposti dall’esterno per delirare di mondi ulteriori. La scrittura è spesso il sintomo di una «fuga psicogena» – la necessità di esprimere, con la potenza demiurgica delle parole, il desiderio di non essere dove si dovrebbe, ma di abitare i territori del sogno, della metafora, dell’eterotopia.
[...]

 

* * *

 

Lied
(Georg Trakl)

 


Costeggiare, diceva Trakl e sapeva molto bene a cosa si riferiva con questa parola, con questo verbo senza complemento – costeggiare. In tedesco Entlang. Passare a lato dei rumori della vita, rumori purpurei come le risa infantili, canzoni azzurre come gli sguardi amorosi, costeggiare la soglia tra il nero e il bianco, e poi questa frase: «Diteci da quanto tempo siamo morti».
Costeggiare, sarebbe allora camminare accanto ai morti, scortare la loro assenza nei nostri passi sonori sulla ghiaia dei viali e i ciottoli delle spiagge, scrivere la loro sparizione sgomenta nel gelido granaio delle case nere? In exergo a Gli anelli di Saturno, Sebald cita Joseph Conrad mentre scrive a Margherita Poradowska: «Bisogna perdonare soprattutto a quelle anime infelici che hanno scelto di fare il pellegrinaggio a piedi, che costeggiano la riva e guardano senza capire l’orrore della lotta e la profonda disperazione dei vinti».
Costeggiare la riva sarebbe attraversare il luogo dove sono affondate nei loro ultimi naufragi le navi andate al largo, ascoltare gli echi dei morenti in mezzo al rumore del mare, ma comprendendo quello che furono le loro lotte e le loro disperazioni, diversamente da quelle anime infelici che dobbiamo perdonare.
Ma perdonare cosa? La scelta di questa citazione è curiosa. Come la frase di Conrad. Ritrovo allo stesso tempo il verbo traversare la riva, costeggiare e rimanere affamata. A causa del perdono di cui parla Conrad? I vivi costeggiano il mondo dei morti senza mai potervi accedere perché non si può penetrare nell’oceano dove riposano i vinti. I vivi sono nell’impossibilità di capire i morti. Eppure tentano di scavalcare la soglia. Scrivendo, i poeti sopravvissuti tentano di espiare la colpa di essere ancora al mondo: dein Gedicht, eine unvollkommene Sühne1. Due compartimenti stagni si mostrano, due lingue, incomprensibili l’una all’altra. I vivi costeggiano i morti. Ognuno cammina da una parte e dall’altra della frontiera senza poterla superare. C’è molta tristezza in questa frase ed è per questo che la avvicino alla poesia di Trakl, il cui titolo è Costeggiare. Non mi sfugge, scrivendo queste parole, che vi riconosco a mia volta il mio modo di allontanarmi dal centro per camminare verso la periferia, il più lontano consentito dai miei passi, verso il tedesco scritto dagli esuli. Alla ricerca di questa lingua silenziosa che è il camminare secondo Sebald, tra malinconia e ricerca del senso.
[...]

 

 

1 Aforisma attribuito all’amico Ludwig von Fischer: «La tua poesia, un’espiazione imperfetta», che così scrisse parlando della scrittura poetica di Trakl.

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