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i libri
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Marco Ercolani
Discorso
contro la morte

ISBN-13 978-88-7536-185-3
2008
pp. 114
cm 12x22,5
€ 11,50
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L'autore
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L'autore |
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Marco Ercolani è nato a Genova nel
1954, dove vive e lavora come psichiatra. Scrive racconti fantastici e
vite immaginarie e indaga il rapporto arte/follia.
Tra i
suoi diversi libri: Col favore delle tenebre
(Coliseum,
1987), Visioni della
natura (Corpo
10, 1990),
Il
ritardo della caduta (Ripostes, 1990), Taccuini di Blok (ivi, 1992), Vite dettate (Liber, 1994),
Lezioni
di eresia (Graphos, 1996), Sindarusa (Tabula fati, 1997),
Il mese dopo
l’ultimo (Graphos, 1999),
Carte
false (Hestia, 1999), Il demone accanto
(L’Obliquo,
2002), Taala (Greco
& Greco, 2004) e Il tempo di Perseo (Joker, 2004). È autore
di due volumi di saggi critici sulla poesia contemporanea,
Fuoricanto
(Campanotto, 2000) e
Vertigine e misura (La vita felice, 2008). Ha curato
il volume collettivo Tra follia e salute:
l’arte come evento (Graphos, 2002) e il convegno
“L’arte della follia” (Genova, Biblioteca
Berio, 2004). Suoi testi sono pubblicati in «Riga»,
«Poesia», «Il gallo silvestre»,
«Ipsofacto», «Nuova Corrente»,
«Anterem», «La clessidra»,
«Nuova Prosa», «La mosca di
Milano», «Ciminiera»,
«Convergenze». È stato redattore di
«Fanes», rivista di cultura psicoanalitica, e di
«Arca. Quaderni di scrittura». Con Luisella
Carretta ha ideato la collezione di arte e scrittura
«Scriptions». Per le edizioni Pulcinoelefante ha
realizzato tre plaquettes e per le edizioni Via del vento ha curato
opere di Alberto Giacometti e di Bruno Schulz.
In
coppia con Lucetta Frisa ha scritto L’atelier e altri
racconti (Pirella, 1987), Nodi del cuore
(Greco
& Greco, 2000) e Anime strane (ibidem, 2006), e dirige la
collana “I libri dell’Arca” delle
Edizioni Joker.
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I testi |
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Esistono nodi irrisolti e dolenti, nella vita e
nell'opera di un artista, che non invitano a spiegare o a capire ma ad
indagare ancora, come se certe domande esigessero sempre, dal mondo dei
vivi, una risposta. A partire da tracce reali e indizi verosimili
– frammenti di lettere, aneddoti, cronache, taccuini
– è un gioco perturbante reinventare,
reimmaginare, entrare di nuovo in quelle vite e in quelle opere:
trasformare, correggere, «risognare» il passato.
Chiedere a certi destini, consegnati alle cronache della storia, di
tornare incompiuti, di esibirsi sul palcoscenico
di un racconto fantastico per svelare ancora il loro segreto. Pur
restando tale, quel segreto ci parlerà di come, fin
dall’inizio, l’arte non sia stata che un lungo
combattimento per la ricerca di una verità poetica, intima e
assoluta, da conquistare attraverso le meraviglie della finzione. In
questi racconti “impossibili” succedono cose
impreviste: un dettaglio si evidenzia, un paesaggio si sfuoca, un sogno
si compie, una voce si rivela, una visione si forma. La condizione
paradossale dell’autore “apocrifo”
è creare un testo impossibile che, mentre viene scritto,
diventa possibile dall’interno di una scrittura-ombra che va
alla caccia dei suoi fantasmi e naviga nel mondo delle ipotesi e delle
congetture, dei commenti e delle fantasie, del vero e del falso, in una
terra instabile e metamorfica che si impone come la sola necessaria e
reale.
* * *
Caro
Coleridge,
lungo
il lago Winandermere è facile notare che, nel folto degli
alberi, le differenti cascate hanno differenti caratteri; la prima si
butta giù come una freccia dalle rocce di lavagna; la
seconda si allarga a ventaglio; la terza si lancia in una specie di
nebbia. Mi stupiscono, per la loro diversità, il colore
dell’acqua e i toni della pietra: mi sorprende
l’espressione caratteristica di questi luoghi. Il fragore
delle cascate e la grandezza delle montagne è anche
immaginabile; l’espressione no, perché assale la
fantasia e spiazza il ricordo.
Da
qui, Coleridge, imparo la poesia di cui sono capace. Nel tentativo
astratto di raggiungere un mio grado di espressione in mezzo a tanta
bellezza, io scrivo. Non sono d’accordo con Hazlitt quando
dice che questi paesaggi fanno sembrare piccolo l’uomo.
Qui
io mi sento totalmente e perdutamente grande. È accaduto
qualcosa di simile anche a voi? Avevo tre anni quando pubblicaste Il
Vecchio Marinaio – chissà se esistevo
già quando cominciaste a pensarlo – ma da allora
non ho mai dimenticato il torrido cielo di rame, il sole di sangue a
mezzogiorno, la nave dipinta in un cielo spettrale, i duecento uomini
vivi che cadono uno dopo l’altro sul ponte come massi senza
vita. Non credo che voi abbiate concepito il poema perché
siete stato un viaggiatore per mare: non c’è
movimento nella vostra fantasia marina. È un regno malioso,
l’Incubo del Marinaio, dove l’acqua diventa verde e
rossa e luccica come olio di streghe: voi avete sognato nella vostra
Stanza dell’Incubo il poema, mentre gli inglesi colonizzavano
uomini e terre edificando un impero che disprezzava la potenza del
sogno.
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