Vedere le cose è vederle
quali esse sono come accadimenti dell’anima. Nelle opere di
Paola Mongelli esiste un intervallo vuoto, un frammezzo tra
prossimità e distanza. È la coscienza di chi osserva l’opera
che viene chiamata a completare questo vuoto, questa
suggestione di tracce, questo solco di grazia. Qui circola
un’anima, e noi non riusciremo mai a localizzarla. I confini
dell’anima, come ben vedeva Eraclito, «per quanto tu vada…
non potrai trovare…». Ma i confini, nel cosmo immaginativo
della Mongelli, non sono semplici limiti del finito, ma ciò
a partire da cui un’immagine inizia la sua essenza, che è
poi la verità di qualunque luce. Come un’invocazione. Luce
d’allarme e luce di veggenza. E la veggenza, in fondo, è
quasi l’inverso del guardare.
C’è sempre, costante, qui, un’idea di forma dove un senso
lotta con il suo altrove, con la frana che tutto smentisce.
Ogni evidenza diventa un enigma che tenta di squarciare la
sua tenebra, o di preservarne il desiderio. Ogni
pienezza sembra sbarrata. Tutto ciò si potrebbe chiamare:
senso della notte, coscienza dell’ombra che si muove sotto
le cose.
Tutto ciò richiama molto da vicino il senso vertiginoso
racchiuso nel passo celeberrimo del Libro di Isaia:
«Guardia, che cosa dici della notte? – Guardia, a che punto
è la notte?». A questa domanda la Guardia sentinella
risponde enigmaticamente che la notte rimane, quantunque
venga il mattino, e che bisogna tornare a domandare, a
domandare senza fine...
[...]
Paola Mongelli fa propria,
per via istintiva, la formula aristotelica della conoscenza
secondo la teoria scolastica. Nihil potest homo
intelligere sine phantasmata. E vede, e trasceglie nel
vedere, con gli occhi di questo phantasma. Visione
dettata da un dàimon, dal potere di un dèmone della
fantasia che guida lo sguardo. Ma forse il dèmone in
questione più precisamente si potrebbe chiamare un duende,
il folletto geniale e sgusciante, la serpentina
imprevedibile che accende di senso nuovo le immagini di
tutti i giorni. Certe immagini, certe fotografie hanno
l’aria di essere convenute lì, previste e non previste, come
a testimoniare la concretezza di ogni fantasma.
Viene da domandarsi allora se esista un nesso tra
l’evocazione magica e l’evocazione estetica. La risposta non
è facile. [...]
Dal testo di Dario Capello
* * *
Cotonou, bambine (Africa), 2007
Interno, 2001