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i libri
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Flavio Ermini
Antiterra

ISBN 88-7536-071-5
2006
pp. 96
cm 12x22,5
€ 11,00
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L'autore |
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Flavio Ermini (Verona, 1947), poeta e saggista, ha
pubblicato per la poesia: Roseti e can-tiere
(1980), Epitaphium Blesillae (1982), Thaide
(1983), Idalium (1986), Segnitz
(1987), Delosea (1989), Hamsund
(1991), Antlitz (1994), Karlsár
(1998), Poema n. 10. Tra pensiero (2001). Per la
saggistica: Il moto apparente del sole (2006).
Dirige la rivista di ricerca letteraria “Anterem”,
fondata nel 1976 con Silvano Martini.
È redattore della rivista internazionale di poesia
“Osiris”.
Fa parte del comitato scientifico della rivista di studi filosofici
“Panaptikon” e della rivista di critica letteraria
“Testuale”.
Ha curato le antologie poetiche Ante Rem (premessa
di M. Corti, 1998); con A. Cortellessa e G. Ferri, Verso
l’inizio (premessa di E. Sanguineti, 2000); con A.
Contò, Poesia Europea Contemporanea
(premessa di C.C. Härle, 2001).
Per Moretti&Vitali, dirige con Stefano Baratta
“Convergenze”, quaderni di psicoanalisi e filosofia.
Per Anterem Edizioni cura la collana di poesia Limina
e, con Ida Travi, la collana di saggistica Pensare la
letteratura.
Per Cierre Grafica dirige, con Yves Bonnefoy, Umberto Galimberti e
Andrea Zanzotto, la collana Opera Prima, e cura,
con Ida Travi, la linea editoriale Via Herákleia
– Forme della poesia contemporanea.
Collabora all’attività culturale degli
“Amici della Scala” di Milano.
Vive a Verona, dove lavora in editoria.
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I testi |
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Antiterra riunisce in un solo
volume dieci anni di editoriali in cui Flavio Ermini ha espresso, per
“Anterem”, il suo pensiero sulla poesia. Con questi
editoriali, che si estendono dal n. 51 del 1995 al n. 71 del 2005,
Flavio Ermini ha scritto un libro sotterraneo, ostinato e utopico
– un libro che è rimasto nascosto nei diversi
numeri della rivista, frammento presente ma segreto. La sua
necessità, ora che appare come volume autonomo, si
percepisce come dono sorprendente e non inatteso.
Marco Ercolani
* * *
Pensare l’Antiterra
Lo spazio assoluto si nega alla misura e all’appropriazione.
Per essere nominabile, deve diventare uno spazio relativo, assumere una
sua delimitazione.
La definibilità conferisce allo spazio una dimensione
geometrica e una filosofica. La misura dello spazio diventa in tal modo
equivalente alla misura delle ragioni umane che spingono
l’uomo ad adottare quello stesso spazio come un proprio luogo.
Ecco in cosa consiste il nostro compito: dare limiti e rendere questi
limiti pieni del respiro che ci serve. E farli sorvegliare da occhi che
vedano al di là di ciò che
c’è da vedere: dentro di noi. Perché,
come indica Wittgenstein, per tracciare al pensiero – e
dunque allo spazio – un limite, è necessario
pensarne entrambi i lati. La definibilità impone di pensare
anche quel che pensare non si può.
Uno spazio fatto scendere dalle altezze di una riflessione
incontaminata – staccato da quelle altezze e rimesso sulla
terra, ma «dietro il paesaggio», come indica
Zanzotto – diventa un territorio dov’è
possibile vivere: l’habitat proprio
dell’uomo.
E diventa nominabile: l’Antiterra.
Accedere all’Antiterra presuppone la consapevolezza che tutto
quello di cui abbiamo bisogno è alle radici
dell’essere, e attende di essere ritrovato.
Significa aprirsi a due possibilità: o svolgere
un’azione nella parte più profonda del nostro
essere, aprire un varco nel suo cuore, indagare la sua ombra; oppure
assecondare dell’essere le naturali propensioni, ascoltarne i
suggerimenti, portare a completezza le efflorazioni che lo
caratterizzano.
Nel primo caso l’intervento è drastico: una Verwindung
– un rimettersi dalla malattia, una convalescenza –
decreta la perpetua rottura che avviene nell’identico e
nell’immobilizzato. Segni e parole entrano con la violenza di
un marchio; impongono la loro pronuncia; chiedono
ospitalità.
È l’ingresso risoluto nell’Antiterra:
una faticosa discesa lungo sentieri a spirale, attraverso
l’oscura notte dell’anima – una specie di
caligine psichica, estenuante e ambigua –, fino a uno spazio
vuoto destinato alla trasformazione: una nuova nascita, in
verità. Per cui la parola viene per sovrapporsi, per
cancellare e sostituire. È il passo in avanti senza riserve;
che impone un prezzo da pagare, sempre lo stesso: diventare la nostra
ombra.
Rifiutarsi di pagare questo prezzo comporta la perdita della
consapevolezza di ciò che siamo.
Nel secondo caso, l’intervento consiste
nell’ascolto della lingua muta delle cose. Richiede
disposizione al sentire, accoglimento e accoglienza; e riconoscimento.
Fino alla riconoscenza di appartenere al mistero di
un’alterità che sfugge a qualsiasi presa e
possesso, come indica Hölderlin.
Il rapporto con l’alterità ci assegna a noi stessi
e al nostro limite, nomina il nostro habitat, ci
definisce.
L’Antiterra mette in evidenza entrambe le posizioni e il
comune elemento costitutivo: il dolore dell’esistere.
L’accentuazione data all’esperienza ambientale
– soprattutto a livello di quotidianità,
consuetudine, esperienza diretta – ci consente di vedere, al
di là delle apparenze, l’intima verità
delle cose: una perdita che non prevede salvezza. Una perdita
rappresentata da piani inclinati sui quali ogni significato si
trasforma in caduta verso la più radicale frammentazione del
senso.
Scrive Leopardi: «E così quello che veduto nella
realtà delle cose, accora e uccide l’anima, veduto
nell’imitazione o in qualunque altro modo nelle opere di
genio, apre il cuore e ravviva».
Ma l’opera «ravviva» non per il potere
illusorio che esercita sulle cose. E non per inganno «apre il
cuore». Al contrario per il suo sapersi fare
«verissima imago» della realtà; ossia
per il suo riuscire a mostrarci, come precisa Donà, con
più forza e verità di ogni altra forma
espressiva, la medesima insensatezza che rende insopportabile
l’esistenza. Per il suo far sì che quel vuoto
venga ricondotto alle sue reali possibilità conoscitive,
alla conoscenza.
Non si incontra mai l’Antiterra se non nella parola poetica.
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Recensioni |
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2007 [Tiziano Salari] leggi
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