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i libri
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Lorenzo Pittaluga
Al termine di noi
Poesie postume
Acquerelli di Claudia Sansone

ISBN-13 978-88-7536-225-6
2009
pp. 46
cm 12x19
€ 8,00
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Lorenzo
Pittaluga nasce nel 1967 a Cremeno di S. Olcese, nei dintorni di
Genova. La prima plaquette, del 1987, ha come titolo un verso di
Rimbaud, Arcobaleni tesi come redini. È
del 1989 la prima plaquette poetica: Marginali annotazioni di
un modesto ventriloquo di provincia. Nel 1992 esce Arca
di fiume. La rivista “Arca” pubblica nel
1994 le sue Poesie del primo giorno. Per le
Edizioni Campanotto, nello stesso anno, pubblica Le ore della
sete. Pochi giorni dopo il Natale del 1995, durante
l’ennesimo ricovero psichiatrico, si toglie la vita.
Nel 1997 esce postumo, per le edizioni Graphos, L’indulgenza,
a cura di Marco Ercolani ed Elio Grasso. Ancora le Edizioni Campanotto
pubblicano, nel 1999, La buona lentezza, su
iniziativa del Comune di S. Olcese, con due brevi saggi degli stessi
curatori del libro precedente. Due poesie di Lorenzo, Corda
in controcanto e Scostàti dal coro,
sono pubblicate nelle Edizioni Pulcinoelefante, a cura di Alberto
Casiraghi, in occasione del convegno “Tra follia e salute:
l’arte come evento” (S. Olcese, 2001). Hanno
scritto di lui Stefano Verdino (Prefazione, in
“La Nuova Poesia Ligure” 4, I quaderni della
Società letteraria Rapallo, 1996) e Marco Ercolani
(“Tellus folio”, “Segni e
sensi”; “Ciminiera”,
“Istmi” 7/8, 2000, dedicato a poeti marginali
dell’ultimo Novecento con il titolo “Tracce di vita
poetica”). Saggi di Ercolani sull’autore sono
apparsi nei volumi Fuoricanto (Campanotto, 2000) e Vertigine
e misura (La Vita Felice, 2008).
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I testi |
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Ventun
poesie inedite di Lorenzo Pittaluga. Lorenzo, e non manca un destino in
questo nome (“… sono la foce e la sorgente:
sono…”), come non manca nella serie Al termine di
noi, tesissimo verso di altrettanto concreta poesia (Straniamento),
pagina tratta da mille pagine, futuro della poesia di un passato
prossimo che appare ancora, presso di noi, immancabile quando si passa
dalla ordinaria vita all’appena accennato suggerimento che la
poesia è sempre qui, dentro un’amplissima
traiettoria di cui non si scorge inizio e fine, tranne qualche breve
percorso che talvolta appare come un fuoco d’artificio. Se
appena ci spostassimo su un altro pianeta forse capiremmo di
più. Forse da quel posto dove oggi Lorenzo ci osserva
sorridendo e fumando… da un altrove che nemmeno immaginiamo,
con prospettive appena più folli del presente, e
più disposte a un mondo che il poeta era giunto a
frequentare prima di noi. La sua “sicura mano”
provava a “disdire partenze” lungo gli anni
’90, ne abbiamo avuto prove e legittime sorprese, davanti
alla gran quantità di fogli puntigliosamente scritti a
macchina, da cui sono tratti almeno tre libri inestimabili, se qualcuno
può appena comprendere quanto questo significhi nello strano
e oscillante territorio della poesia. Disdire una strada per
intraprenderne altre cento, come un Thelonious Monk alle prese con
tastiera, santone di niente trucchi. Ma forse Lorenzo amava di
più il blues, gettando frecciate di versi aguzzi e
irresistibili, almeno quanto le note vocalmente spietate di John Lee
Hooker. Dunque egli seguiva lungo la brace notturna una montagna di
cose reali, ricordi di ragazze, conversazioni telefoniche con i poeti
italiani, desiderio di scovare parole ben vive, là dove
molti si fermano, una serie pressoché infinita da
accalappiare, con la precisa intenzione di smascherare le
falsità e infine l’idiozia.
Fra l’invenzione e la realtà non
c’è un territorio senza inizi, in un fluire di
variazioni toniche, più spesso ricche di
attualità precise per il poeta che sapeva bene dove andare,
anche se traballante sulla sua Vespa. Nessuna solitudine ha mai
ammorbidito l’esperienza poetica di Lorenzo, la sua estasi
“terrena”: egli aveva piedi saldi sul terreno,
anche se poi in un istante indefinibile la mente spiccava il balzo. E
poi il volo. “Su di un piede balza l’angelo e poi,
più certo della pioggia, / pettina il cielo con speranza,
pressappoco”. Sognava “costruttori”
ineffabili, personaggi che offrissero “lavori
meticolosi”, che difendessero la parte più dura
del cuore poetico, essendo il suo già oppositivo e
concentrato al massimo.
La sola implosione da lui subita, dopo il patto avuto con la poesia, lo
scontro finale con la gravità terrestre. Tutto il resto
è stato una capacità altissima di espandere una
rara forza poetica, come una nuvola d’inchiostro opposta al
cacciatore subacqueo.
Elio Grasso
*
* *
1.
Lorenzo ha lasciato innumerevoli biglietti
d’addio alla vita, ma tutti uguali e tutti senza data,
infilati nello stesso cassetto. Quando lo vidi per la
prima volta, a diciassette anni, cominciò subito a
leggermi il suo diario, dove aveva annotato, con
una scrittura fittissima e senza pause, le percezioni
soprannaturali di quando si era sentito l’eletto
dal Signore, il santo di Cremeno.
2.
La volontà esagerata di scrivere poesie rispecchiava
la sua volontà eccessiva di cancellarsi dal
“numero opprimente dei vivi”.
3.
“La mia poesia si regge su pertiche di parole”
–
così mi diceva.
13.
Era frequente che io e lui passassimo delle
ore, seduti davanti a un tavolo, in una delle stanze
del Servizio di Salute mentale, a improvvisare
su una parola comune. Io ne sceglievo a caso una,
ad esempio “Lenti”, e lui cominciava subito a
lavorare, piegandosi tutto sul foglio. La regola
era: lui scriveva una poesia, io un frammento in
prosa. Tempo: cinque minuti. Ricordo che io terminavo
il mio pezzo in fretta per guardare
Lorenzo intento a finire il suo, con una concentrazione
assorta e assoluta che si contrapponeva,
in modo commovente, ai lapsus maldestri della
sua vita quotidiana.
Marco Ercolani
*
* *
I costruttori
Hanno preso sottili fogli e ne hanno fatto barche
hanno preso spesse foglie e ne hanno fatto
verdi cerniere.
I morti troppo morti
piacquero ai costruttori:
goccia scorre sul millennio
e lo sfondo è nettissimo!
Su di un piede balza l’angelo e poi, più certo
della pioggia,
pettina il cielo con speranza, pressappoco.
*
* *
Confessione
Preparazione
lenta al soffio
e l’idea eterodossa scese
mutando fuochi
segni –
dirselo!
Vero alle viti, l’acino acerbo
cova raffiche e veleno
rovescio.
Con unghia
abbiamo scavato – prolissa
nebbia ci spiega la nostra cecità.
Il solitario sotto la pioggia
lieve canna muove.
Notturno, solo, s’attarda
tra fibbie
lacci
cordame.
Il solitario, appena gli fu prestato un nome,
prese nozione del vuoto e confessò.
*
* *
Per scommessa
Ti
parlai con la mia febbre
ti cercai da muro a vela
presentendo la tua libertà…
Sei adesso fra altre braccia
ma lo scalpore del nostro momento
non ti è più guarigione e sollievo
del corpo. Rammenti la scintillazione
delle nostre sere settembrine?
Era l’attimo in cui la disadorna
ravvivava e ci dava un frutto:
scoprivo, nel tuo seno, un sapere
di non sapere ed un esclamativo.
Regno di bugia il tuo corpo
specchio di un andare verso
il ripensamento e confusa sfera
di due corpi nudi e adolescenti.
Conferma la tesi, affronta il mio affronto…
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