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Postfazione
Una poesia tutta intessuta di luoghi, quella di Laura Cantelmo o,
meglio, poesia di vita intessuta nei luoghi, che nasce dalla ricerca,
dall’uscita dell’Io da sé. E
l’Io può solo andare alla ricerca di
sé, delle proprie parti mancanti per ricostruire una propria
totalità praticabile; i luoghi diventano così
scena del mondo, spazio in cui si agisce la commedia – a
volte la tragedia – di un viaggio il quale ha in
sé i germi della propria necessaria sconfitta, del proprio
inappagamento. La poesia nasce quindi dalla frequentazione gioiosamente
tragica di quello che è definito, appunto, con una
felicissima espressione quasi mutuata da Shakespeare, un
luogo di presenze con un nome: spazio vivo, abitato e
abitabile, in cui si muove un nome (a name and a place,
appunto) che ambisce alla propria definizione.
La ragione del viaggio, del resto, non è mai – non
dovrebbe mai essere – la méta, bensì il
percorso, le modalità con cui si attua, le stazioni che
vengono attraversate e a cui si depongono fardelli, segni del nostro
passaggio. La passione e la ragione, diceva del resto Yeats, non hanno
altro scopo che di portarci di fronte alla desolazione della
realtà..
Un’autobiografia per luoghi, dunque? Un inventario della
memoria? Forse anche quello, ma non soltanto. Nei versi della poetessa
milanese si respira un’apertura al mondo non comune ad
esempio in tanti poeti che, ripiegati sul proprio ombelico, ci
consegnano infinite variazioni sul tema, spesso ancora prima
d’aver varcato la soglia dei trent’anni. Al
contrario, Laura Cantelmo dimostra che la poesia nasce proprio nel
territorio d’ombra fra visibile e invisibile, e vive e si fa
testo solo attraverso le modalità della coerenza (che non
è solo stilistica) e della coesione (che invece è
una modalità del testo). Intendo dire che, se ha un senso,
l’operazione supremamente superflua del fare poesia deve
approdare a una testualità ricca, complessa, articolata, che
non teme tanto il contraddirsi quanto il rinnegarsi: è vero
infatti che il testo sa altro e di più
dell’Autore, e che conosce le sue contraddizioni umane, ma le
usa per farne ricchezza e godimento intellettuale - per lo scrivente e
per il lettore; non tollera, invece, quella forma suprema di tradimento
che per un testo è il non darsi, il restare chiuso in una
dimensione privata senza transitività: il viaggio, insomma,
da cui si ritorna senza doni di comprensione, illuminazione,
arricchimento.
Degna di nota è l’architettura del libro, con una
calibrata tripartizione: la prima sezione, Un altrove
quotidiano, è quella di più chiaro
impianto memoriale: i luoghi sono effettivamente la scena del vissuto
personale, laddove si è fatto esperienza del mondo anche
tramite alcune figure umane. Nella seconda sezione, quella centrale ed
eponima, il protagonista non è più il tempo,
cioè la memoria che situa i fatti nei luoghi: sono i luoghi
stessi ad essere convocati, in modo quasi speculare, per dare una scena
all’Io. È in quest’ambito che prende
sempre più corpo l’immagine del fiume, che diviene
correlativo oggettivo più che simbolo o metafora: ecco il
Mekong, ricco di scoria, il cui delta («i tuoi nove
figli») è luogo di soglia tra l’acqua
del Divenire che scorre e l’Essere del mare, e punta verso
«risposte che ancora ignoriamo» (p. 24); ecco, in
un testo apparentemente eccentrico rispetto a tanta concentrazione
tematica come Nuova rubrica (p. 28), mostrarsi il
procedimento dell’Attualizzazione, con l’emergere
della coerenza dell’impianto immaginativo di cui la
terminologia (che richiama l’immagine equorea e vitale del
fiume) è spia sotterranea: “scorre” (tre
occorrenze), “naviga tra gorghi”,
“gocce”, “derive”. Ecco Naviglio
(p. 35), in cui la vita «scorre sotto le strade», e
una sua controparte, nella terza sezione (L’oneroso
limite del fare), cioè Canto corale
(p. 40), in cui «Milano / dilaga fuori» e i luoghi
e tempi passati, consegnati alla memoria, ritornano vivi
nell’Ora e nel Qui.
Proprio la sezione L’oneroso limite del fare,
in chiusura di volume, situa il presente come transito e soglia tra la
memoria passata e progettualità futura – in fondo,
l’unica possibilità che ci renda davvero
compiutamente umani.
Mauro Ferrari
* * *
La Baraggia
Era un deserto, la Baraggia,
domestica savana, forse lo è
ancora. Vi correvano lepri
invece di gazzelle e cavalieri
a cavallo e il vento scompigliava
le criniere. Branchi di sogni avidi
pascolavano nel secco dei
cespugli. Ai bordi della natura
selvaggia un’osteria vendeva
saracche, vino e qualche intruglio.
L’orizzonte ti correva incontro
a passo di quadriglia. Poi, sotto
i calanchi, di colpo precipitava
la pianura.
* * *
Delta del Mekong
La pace del tempo dilava
nei tuoi nove figli le piaghe
slabbrate di storia. Le canne,
le frasche graffiate dal vento
sospingono i nostri malcerti
destini nell’onda infinita.
L’oceano attende, lontano,
risposte che ancora ignoriamo.
Tra verghe intrecciate ho nascosto
conchiglie di giada e manghi
succosi, per rendere il viaggio
più lieve.
* * *
Allen Ginsberg a Milano
Una lacuna di fumo
tra umori verdastri
e singulti di sax.
Nel grumo del palco
il poeta scandiva
scagliava un urlolamento.
Sul butterato cemento
canuti ragazzi di un tempo,
le mani levate a battere
note.
Nell’ombra
un’ombra di scarti e
di membra.
Nell’angolo al bar
vociare e fumare.
Gli affari, del resto,
non sanno aspettare.
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