i libri

Laura Cantelmo

Un luogo di presenze

ISBN 88-7536-028-6

2005

pp. 56

cm 12x21

€ 9,00

 

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L'autore

Laura Cantelmo è nata a Biella e abita a Milano, dove ha insegnato lingua e letteratura inglese in un liceo. Ha pubblicato Invito alla lettura di Ezra Pound (Mursia, Milano 1978). Autrice delle plaquettes Fili d’acqua (che nel 1996 ispirò una mostra di arti visive presso la Galleria del Naviglio di Milano) e Un altrove quotidiano (2003). Sue poesie sono state pubblicate sulla rivista La Mosca di Milano, Il Monte Analogo e nelle antologie Versi diVersi (Melusine, Milano 1998), Poesia vs. guerra (Punto Rosso, Milano 2000), Poesia in azione (Milanocosa, Milano 2002). Ha collaborato come redattrice alla rivista Inoltre (Jaca Book). Ha scritto saggi sui poeti anglo-caraibici Grace Nichols (su Poesia) e James Berry (su La Mosca di Milano) e ne ha tradotto i versi. Si occupa di letteratura in lingua inglese e di traduzione per la rivista La Mosca di Milano, di cui è condirettore.

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I testi

 

Postfazione

Una poesia tutta intessuta di luoghi, quella di Laura Cantelmo o, meglio, poesia di vita intessuta nei luoghi, che nasce dalla ricerca, dall’uscita dell’Io da sé. E l’Io può solo andare alla ricerca di sé, delle proprie parti mancanti per ricostruire una propria totalità praticabile; i luoghi diventano così scena del mondo, spazio in cui si agisce la commedia – a volte la tragedia – di un viaggio il quale ha in sé i germi della propria necessaria sconfitta, del proprio inappagamento. La poesia nasce quindi dalla frequentazione gioiosamente tragica di quello che è definito, appunto, con una felicissima espressione quasi mutuata da Shakespeare, un luogo di presenze con un nome: spazio vivo, abitato e abitabile, in cui si muove un nome (a name and a place, appunto) che ambisce alla propria definizione.
La ragione del viaggio, del resto, non è mai – non dovrebbe mai essere – la méta, bensì il percorso, le modalità con cui si attua, le stazioni che vengono attraversate e a cui si depongono fardelli, segni del nostro passaggio. La passione e la ragione, diceva del resto Yeats, non hanno altro scopo che di portarci di fronte alla desolazione della realtà..
Un’autobiografia per luoghi, dunque? Un inventario della memoria? Forse anche quello, ma non soltanto. Nei versi della poetessa milanese si respira un’apertura al mondo non comune ad esempio in tanti poeti che, ripiegati sul proprio ombelico, ci consegnano infinite variazioni sul tema, spesso ancora prima d’aver varcato la soglia dei trent’anni. Al contrario, Laura Cantelmo dimostra che la poesia nasce proprio nel territorio d’ombra fra visibile e invisibile, e vive e si fa testo solo attraverso le modalità della coerenza (che non è solo stilistica) e della coesione (che invece è una modalità del testo). Intendo dire che, se ha un senso, l’operazione supremamente superflua del fare poesia deve approdare a una testualità ricca, complessa, articolata, che non teme tanto il contraddirsi quanto il rinnegarsi: è vero infatti che il testo sa altro e di più dell’Autore, e che conosce le sue contraddizioni umane, ma le usa per farne ricchezza e godimento intellettuale - per lo scrivente e per il lettore; non tollera, invece, quella forma suprema di tradimento che per un testo è il non darsi, il restare chiuso in una dimensione privata senza transitività: il viaggio, insomma, da cui si ritorna senza doni di comprensione, illuminazione, arricchimento.

Degna di nota è l’architettura del libro, con una calibrata tripartizione: la prima sezione, Un altrove quotidiano, è quella di più chiaro impianto memoriale: i luoghi sono effettivamente la scena del vissuto personale, laddove si è fatto esperienza del mondo anche tramite alcune figure umane. Nella seconda sezione, quella centrale ed eponima, il protagonista non è più il tempo, cioè la memoria che situa i fatti nei luoghi: sono i luoghi stessi ad essere convocati, in modo quasi speculare, per dare una scena all’Io. È in quest’ambito che prende sempre più corpo l’immagine del fiume, che diviene correlativo oggettivo più che simbolo o metafora: ecco il Mekong, ricco di scoria, il cui delta («i tuoi nove figli») è luogo di soglia tra l’acqua del Divenire che scorre e l’Essere del mare, e punta verso «risposte che ancora ignoriamo» (p. 24); ecco, in un testo apparentemente eccentrico rispetto a tanta concentrazione tematica come Nuova rubrica (p. 28), mostrarsi il procedimento dell’Attualizzazione, con l’emergere della coerenza dell’impianto immaginativo di cui la terminologia (che richiama l’immagine equorea e vitale del fiume) è spia sotterranea: “scorre” (tre occorrenze), “naviga tra gorghi”, “gocce”, “derive”. Ecco Naviglio (p. 35), in cui la vita «scorre sotto le strade», e una sua controparte, nella terza sezione (L’oneroso limite del fare), cioè Canto corale (p. 40), in cui «Milano / dilaga fuori» e i luoghi e tempi passati, consegnati alla memoria, ritornano vivi nell’Ora e nel Qui.
Proprio la sezione L’oneroso limite del fare, in chiusura di volume, situa il presente come transito e soglia tra la memoria passata e progettualità futura – in fondo, l’unica possibilità che ci renda davvero compiutamente umani.

                                                                                                       Mauro Ferrari

 

* * *

 

La Baraggia

Era un deserto, la Baraggia,
domestica savana, forse lo è
ancora. Vi correvano lepri
invece di gazzelle e cavalieri
a cavallo e il vento scompigliava
le criniere. Branchi di sogni avidi
pascolavano nel secco dei
cespugli. Ai bordi della natura
selvaggia un’osteria vendeva
saracche, vino e qualche intruglio.
L’orizzonte ti correva incontro
a passo di quadriglia. Poi, sotto
i calanchi, di colpo precipitava
la pianura.

 

* * *

 

Delta del Mekong

La pace del tempo dilava
nei tuoi nove figli le piaghe
slabbrate di storia. Le canne,
le frasche graffiate dal vento
sospingono i nostri malcerti
destini nell’onda infinita.
L’oceano attende, lontano,
risposte che ancora ignoriamo.

Tra verghe intrecciate ho nascosto
conchiglie di giada e manghi
succosi, per rendere il viaggio
più lieve.

 

* * *

 

Allen Ginsberg a Milano

Una lacuna di fumo
tra umori verdastri
e singulti di sax.

Nel grumo del palco
il poeta scandiva
scagliava un urlolamento.

Sul butterato cemento
canuti ragazzi di un tempo,
le mani levate a battere
note.
Nell’ombra
un’ombra di scarti e
di membra.

Nell’angolo al bar
vociare e fumare.
           Gli affari, del resto,
           non sanno aspettare.

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