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Quella di Ivana Tanzi
è una poesia concettualmente molto densa, eppure sempre innervata da
una vena lirica che dona leggerezza ai suoi versi, e si modula su
una pronuncia ritmicamente tesa e vivace, immediata ma lontano dal
cantabile, mai “facile”.
Poesia come inseguimento di una traccia o, meglio, come esercizio di
tiptologia di «una voce che chiama / oltre porte socchiuse» per
trovare «d’una cosa l’indizio» (p. 6), tastando «cauta i muri e le
finestre / dai vetri traballanti» (p. 7): accenni che non possono
che consegnarci l’immagine di un prigioniero desideroso di trovare
vie nel mondo. L’accenno a Magrelli non è casuale: si veda «Mi muovo
correndo fra le cose», con la sua apertura saldamente assertiva, che
può ricordare, anche nell’affrontare il rapporto con la scrittura,
il famoso «io abito il mio cervello come un tranquillo possidente le
sue terre» del poeta romano.
Ivana Tanzi offre un approccio alla poesia emotivamente caldo ma
scevro da misticismi e isteria, che punta alla chiarezza della
«perfetta geometria» (p. 25) raggiunta in modo esemplare in numerosi
testi straordinari per levità e precisione di tocco, come ad esempio
«Sei nato quando fiorisce» (p. 12) o «Il mio quartiere, Trenno…» (p.
49). Eppure, si tratta di una poesia che parte dalla nozione di
sconfitta iniziale dello scrivente, se questi volesse tracciare
direttamente i confini della Cosa in Sé, e che si concentra per
conseguenza su ciò che, della realtà, può essere più saldamente
afferrato e quindi detto, trascritto. Non siamo, sia chiaro, nei
territori del realismo bozzettista o dell’autobiografismo
confessionale, bensì all’interno di una poesia come
consapevolezza del reale a partire dal vissuto: il che spiega i
rapidi lacerti memoriali che portano a galla, come improvvise
riemersioni, luoghi, volti e momenti che non possono che darsi per
accenni: appunto rimanenze, tracce.
In una poesia siffatta, l’Io scrivente non può che essere motore del
desiderio di «racimolare il tesoro / di qualche pietruzza scampata
qua e là / per il peso e la luce / d’una minuscola sua / verità» (p.
53): si veda, in questa poesia esemplare per acutezza, centralità
tematica ed esecuzione espressiva, come il peso del significato vada
a gravare su quell’unico morfema terminale: quella «verità» (su cui
oltretutto grava la responsabilità di una rima, solo un poco
alleggerita dalla sua relativa e cantabile «facilità») raggiungibile
solo per frammenti. «Ciò che resta lo dicono i poeti» può
significare ciò che rimarrà nel tempo come opera umana,
certamente, ma anche ciò che non è del tutto svanito o distrutto,
e che va detto con responsabilità: e forse, oggi come non mai, è
la poesia che può arrecare salvezza, seppure una salvezza residuale
e tutto sommato paradossalmente disperata, di sole: «Povere /
parole, avulse straniate sparate / a raffica, irriconoscibili / con
l’accento sbagliato, vuote / così diverse / da quelle che cerco» (p.
62 ).
Il testo come luogo della perenne sconfitta, come si diceva, ma
anche forse dell’unica possibile vittoria sulla moria dei tempi.
Mauro Ferrari
* * *
Ogni poesia è
conchiusa
perfetta geometria
concentrato
dado
per il brodo
non si legga
con sentimento
è del tutto superfluo
qualsiasi condimento.
* * *
Stanze e distanze
Temo le stanze vuote
dove l’eco inattesa risveglia il rimpianto
di piccole case e di grandi
distanze.
Amo le stanze vuote...
* * *
Il mio quartiere,
Trenno, è tra i prediletti
dalla nebbia
che vi trascorre lunghe notti
d’inverno e vi sosta
fino al mattino inoltrato,
talvolta anzi non s’alza
nemmeno a mezzogiorno.
Ma basta
arrivare all’altezza di via Millelire
e ti sorprende il sole
e il nitore che torna a contorni e colori
e il tram che s’affaccia tra file
di platani spogli, e si snoda
seguendo la curva del viale,
è un giocattolo giallo di latta
regalato a Natale.
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