i libri

Gianfranco Isetta

Sono versi sparsi

ISBN 88-7536-020-0

2004

pp. 112

cm 12x21

€ 12,00

 

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Gianfranco Isetta è nato nel 1949 a Castelnuovo Scrivia (Alessandria) dove vive e lavora come Direttore Amministrativo presso il locale Istituto Scolastico Comprensivo. Già presente in varie antologie di premi nazionali di poesia, è al suo esordio con un proprio libro.

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I testi

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Prefazione

 

Gianfranco Isetta suasivamente e significativamente riunisce la sua raccolta di poesie nella collana I lapislazzuli: cioè, schegge di luce azzurra, brevi frammenti duri di una pietra preziosa e perfetta, tanto più rari in quanto ormai più non se ne possono raccogliere molto al di là dei più lontani mari e monti nell’oriente, nella Persia, o pochissimi per fede di parola e di sogno e di immaginazione e di ritmi rapidissimi e compendiati. È la lezione e la dichiarazione di intenti della poesia che Isetta propone: essa abbisogna di essenzialità e di rigore, nella sua difficile solitudine e nel suo splendore di verità intatta, non mescolabile con lamenti, pateticità, descrittività elusiva e dispersiva, enfasi, inni morali e politici; ma è anche la gioia e il piacere della bellezza della vita, appena attraversata di volta in volta dallo scatto di ironia, di gioco, di variazioni sapientissime. Il titolo, allora, come confronto a tale nome raffinatissimo, è, poi, Sono versi sparsi, esempio mirabile di antifrasi che, anzi, quanto mai efficacemente rileva la forza saldissima della scrittura. Si pensi a un testo come Quella nuvola: «Quella nuvola ingombra / contava su di te / sulle tue dita puntate / in alto in cerca / di fessure per non avere / altezza, e peso, / come intorno le cose / a quelle alture». Proprio per tanta essenzialità prosciugata e petrosa, il discorso di Isetta concentra rivelazioni, visioni, esperienze nell’assolutezza dei concetti fino all’enigmaticità. Le cose sono poche, fortemente citate e, intorno, si illuminano la spiegazione, il significato, il pensiero espresso in emblemi e figure. A raffronto ammiro Fine estate, che è un componimento ugualmente altissimo: «Ed è a questo punto che la foglia / si colora di rosso e la parola / ci sarebbe ancora, per una parte / di suono, ad avvertirla del fuoco / che la spoglia, da portarla / via per novembre via per sempre ancora».

È un’esemplare rappresentazione del trascorrere del tempo nella forma della foglia che si è arrossata e si stacca dalla vita; e il discorso, infatti, si esala nella suprema (e, in fondo, drammatica) consapevolezza della fragilità del vivere e della brevità estrema del tempo. Sono testi di particolare intensità, ardui e ammonitori.

Altrove il discorso poetico di Isetta appare più cordiale, fino al gioco amoroso che via via si innalza fino al giudizio un poco doloroso e straziato sulla sorte del mondo, come è detto in Ti ho sognata stanotte: «Ti ho sognata / stanotte in auto blu / camminando / scalzo mentre tu / vieni, sottile / come una separazione, / in abito da sposa. / Ti ho sognata ancora, / ancora povera / pianta, bianca, / immaginata senza / rose, legata / ad un filo d’organza / di pazzia amorosa». La visione sorge come sequenza di emblemi che trapassano dalla memoria alle metamorfosi degli oggetti, delle forme. È un procedimento fondamentale di Isetta. Il ritmo appare sempre un poco astratto per forza di pensiero nel momento in cui il poeta trova davanti a sé il tempo che si trasforma immediatamente nella brevità assoluta dello spazio fissato e concretato in una cosa, in un’apparizione (l’auto blu, l’abito da sposa, il filo d’organza) che, tuttavia, esprimono il più intenso distacco dalla realtà, in questo modo più efficacemente e intensamente mostrando il senso di astrazione, di sconfinamento dal reale, di passaggio del discorso dai fatti e dalle notizie alla lezione del vero dell’anima e del concetto.

Si badi bene: i versi sono brevi e netti perché la parola deve assolutamente essere rigorosa, appuntita e strenua, e soltanto in questo modo il poeta può giungere a esplicare appieno il suo messaggio. La musica del verso è come quella delle sfere celesti, non quella del mondo di giù, terreno, neppure quando Isetta si lascia andare al particolare delle vicende della propria esistenza, come si può vedere in un componimento quali Portava il pane mio padre, e tuttavia anche qui a poco a poco il discorso si innalza fino al sublime: «Nei baffi curati / impeccabile a rincorrere il bianco, / le nostre vite di figli, che lievita / e s’innalza, ad animarlo / mio padre, ora nel niente, / potrei pensarlo colmo di fragranza». La memoria si trasforma nella visione e, al tempo stesso, nel pensiero. Nella varietà dei pensieri e delle scoperte dei giorni, delle stagioni, degli eventi pur tanto ripetuti e antichi, la poesia di Isetta è di una mirabile ricchezza, ed è opportuno, per comprenderla, vedere come egli riesca a ricreare uno dei più usurati e ripetuti argomenti di poesia (anzi di ogni genere di scrittura) come si può facilmente riconoscere ne La perfezione della ricerca, con il passare imprevedibile dalla descrizione all’idea, che spiazza radicalmente il discorso dalla proposta tradizionale all’estrema novità del concetto: «La perfetta rotondità della luna. / Con l’accuratezza del cannocchiale / rintraccio asperità ed anfratti, / cercando la tua perfezione / che resta solo nel verbo che mi muove / scorrendo quelle imprecisioni». La considerazione della luna è il punto di partenza per giungere a illuminare meglio l’idea esemplare e rivelatrice del mondo come appare e che deve essere, dopo l’apparenza, colta nella verità che è infinitamente al di là del semplice apparire. Il valore della poesia di Isetta è in questa ardua quanto ammonitoria ricerca di verità. Il risultato è davvero straordinario. A malgrado di tutto, la poesia si rinnova e reinventa di continuo, anche quando può sembrare più ripetitiva e più vana.

 

 Giorgio Bàrberi Squarotti

 

 

* * *

 

Portava il pane mio padre

 

 

Portava il Pane, mio padre, in una vita.

Per le sue mani lo costruiva

prima del mattino. Color mattone

la punta delle dita di nicotina

 

bruciata la notte nel forno

e d’inverno la bicicletta lungo

le strade e la piazza - viaggiando -

deserte di sonno. Nei baffi curati

                                  

impeccabile a rincorrere il bianco,

le nostre vite di figli, che lievita

e s’innalza, ad animarlo

mio padre, ora nel niente,

                                  

potrei pensarlo colmo di fragranza.

  

3 dicembre 2003

 

* * *

 

Dovresti chiamarmi

 

 

Dovresti chiamarmi

perché io possa recitarti

un salmo d’amore e

cogliere l’occasione

 

per un rammendo di cuore, premendo

i tasti del tuo cellulare.

Dovresti farlo,

peraltro, non so fino a quando.

 

24 aprile 2004

 

* * *

 

Consiglio Comunale

 

 

Mese di agosto. Oggi ne abbiamo quattro.

Seduta del Consiglio Comunale.

Con sole due delibere ad attendere

che piova quell’autunno immaginato.

 

Non si scompone il tiglio quasi a dorso

di Palazzo Centurione propone

brevi guizzi di frescura, respiri

lievi per i più anziani consiglieri.

 

Improvvisato silenzio. Si celebra,

prima d’andar via, con un po’ di ritardo

e di raccoglimento, la nostra esile

democrazia, che sta morendo dal caldo.

 

5 agosto 2004

 

* * *

 

C’è questo

 

 

C’è questo mio amarti

che s’incaglia ai ventricoli

e gli intenti che restano

ai fianchi dei tuoi 

lineamenti

 

quando c’è questo tuo

- giocando di lingua rovente -

esercizio frontale

che mi spacca la mente

come un temporale.

 

31 ottobre 2002

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