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Prefazione
Gianfranco Isetta suasivamente e significativamente
riunisce la sua raccolta di poesie nella collana I
lapislazzuli: cioè, schegge di luce azzurra, brevi
frammenti duri di una pietra preziosa e perfetta, tanto più
rari in quanto ormai più non se ne possono raccogliere molto
al di là dei più lontani mari e monti
nell’oriente, nella Persia, o pochissimi per fede di parola e
di sogno e di immaginazione e di ritmi rapidissimi e compendiati.
È la lezione e la dichiarazione di intenti della poesia che
Isetta propone: essa abbisogna di essenzialità e di rigore,
nella sua difficile solitudine e nel suo splendore di verità
intatta, non mescolabile con lamenti, pateticità,
descrittività elusiva e dispersiva, enfasi, inni morali e
politici; ma è anche la gioia e il piacere della bellezza
della vita, appena attraversata di volta in volta dallo scatto di
ironia, di gioco, di variazioni sapientissime. Il titolo, allora, come
confronto a tale nome raffinatissimo, è, poi,
Sono versi sparsi, esempio mirabile di antifrasi che, anzi,
quanto mai efficacemente rileva la forza saldissima della scrittura. Si
pensi a un testo come Quella nuvola:
«Quella nuvola ingombra / contava su di te / sulle tue dita
puntate / in alto in cerca / di fessure per non avere / altezza, e
peso, / come intorno le cose / a quelle alture». Proprio per
tanta essenzialità prosciugata e petrosa, il discorso di
Isetta concentra rivelazioni, visioni, esperienze
nell’assolutezza dei concetti fino
all’enigmaticità. Le cose sono poche, fortemente
citate e, intorno, si illuminano la spiegazione, il significato, il
pensiero espresso in emblemi e figure. A raffronto ammiro Fine
estate, che è un componimento ugualmente
altissimo: «Ed è a questo punto che la foglia / si
colora di rosso e la parola / ci sarebbe ancora, per una parte / di
suono, ad avvertirla del fuoco / che la spoglia, da portarla / via per
novembre via per sempre ancora».
È un’esemplare
rappresentazione del trascorrere del tempo nella forma della foglia che
si è arrossata e si stacca dalla vita; e il discorso,
infatti, si esala nella suprema (e, in fondo, drammatica)
consapevolezza della fragilità del vivere e della
brevità estrema del tempo. Sono testi di particolare
intensità, ardui e ammonitori.
Altrove il discorso poetico di Isetta appare
più cordiale, fino al gioco amoroso che via via si innalza
fino al giudizio un poco doloroso e straziato sulla sorte del mondo,
come è detto in Ti ho sognata stanotte:
«Ti ho sognata / stanotte in auto blu / camminando / scalzo
mentre tu / vieni, sottile / come una separazione, / in abito da sposa.
/ Ti ho sognata ancora, / ancora povera / pianta, bianca, / immaginata
senza / rose, legata / ad un filo d’organza / di pazzia
amorosa». La visione sorge come sequenza di emblemi che
trapassano dalla memoria alle metamorfosi degli oggetti, delle forme.
È un procedimento fondamentale di Isetta. Il ritmo appare
sempre un poco astratto per forza di pensiero nel momento in cui il
poeta trova davanti a sé il tempo che si trasforma
immediatamente nella brevità assoluta dello spazio fissato e
concretato in una cosa, in un’apparizione (l’auto
blu, l’abito da sposa, il filo d’organza) che,
tuttavia, esprimono il più intenso distacco dalla
realtà, in questo modo più efficacemente e
intensamente mostrando il senso di astrazione, di sconfinamento dal
reale, di passaggio del discorso dai fatti e dalle notizie alla lezione
del vero dell’anima e del concetto.
Si badi bene: i versi sono brevi e netti
perché la parola deve assolutamente essere rigorosa,
appuntita e strenua, e soltanto in questo modo il poeta può
giungere a esplicare appieno il suo messaggio. La musica del verso
è come quella delle sfere celesti, non quella del mondo di
giù, terreno, neppure quando Isetta si lascia andare al
particolare delle vicende della propria esistenza, come si
può vedere in un componimento quali Portava il
pane mio padre, e tuttavia anche qui a poco a poco il
discorso si innalza fino al sublime: «Nei baffi curati /
impeccabile a rincorrere il bianco, / le nostre vite di figli, che
lievita / e s’innalza, ad animarlo / mio padre, ora nel
niente, / potrei pensarlo colmo di fragranza». La memoria si
trasforma nella visione e, al tempo stesso, nel pensiero. Nella
varietà dei pensieri e delle scoperte dei giorni, delle
stagioni, degli eventi pur tanto ripetuti e antichi, la poesia di
Isetta è di una mirabile ricchezza, ed è
opportuno, per comprenderla, vedere come egli riesca a ricreare
uno dei più usurati e ripetuti argomenti di poesia (anzi di
ogni genere di scrittura) come si può facilmente riconoscere
ne La perfezione della ricerca, con il passare
imprevedibile dalla descrizione all’idea, che spiazza
radicalmente il discorso dalla proposta tradizionale
all’estrema novità del concetto: «La
perfetta rotondità della luna. / Con l’accuratezza
del cannocchiale / rintraccio asperità ed anfratti, /
cercando la tua perfezione / che resta solo nel verbo che mi muove /
scorrendo quelle imprecisioni». La considerazione della luna
è il punto di partenza per giungere a illuminare meglio
l’idea esemplare e rivelatrice del mondo come appare e che
deve essere, dopo l’apparenza, colta nella verità
che è infinitamente al di là del semplice
apparire. Il valore della poesia di Isetta è in questa ardua
quanto ammonitoria ricerca di verità. Il risultato
è davvero straordinario. A malgrado di tutto, la poesia si
rinnova e reinventa di continuo, anche quando può sembrare
più ripetitiva e più vana.
Giorgio
Bàrberi Squarotti
* * *
Portava il pane mio padre
Portava il Pane, mio padre, in una vita.
Per le sue mani lo costruiva
prima del mattino. Color mattone
la punta delle dita di nicotina
bruciata la notte nel forno
e d’inverno la bicicletta lungo
le strade e la piazza - viaggiando -
deserte di sonno. Nei baffi curati
impeccabile a rincorrere il bianco,
le nostre vite di figli, che lievita
e s’innalza, ad animarlo
mio padre, ora nel niente,
potrei pensarlo colmo di fragranza.
3 dicembre 2003
* * *
Dovresti chiamarmi
Dovresti chiamarmi
perché io possa recitarti
un salmo d’amore e
cogliere l’occasione
per un rammendo di cuore, premendo
i tasti del tuo cellulare.
Dovresti farlo,
peraltro, non so fino a quando.
24 aprile 2004
* * *
Consiglio Comunale
Mese di agosto. Oggi ne abbiamo quattro.
Seduta del Consiglio Comunale.
Con sole due delibere ad attendere
che piova quell’autunno immaginato.
Non si scompone il tiglio quasi a dorso
di Palazzo Centurione propone
brevi guizzi di frescura, respiri
lievi per i più anziani consiglieri.
Improvvisato silenzio. Si celebra,
prima d’andar via, con un po’
di ritardo
e di raccoglimento, la nostra esile
democrazia, che sta morendo dal caldo.
5 agosto 2004
* * *
C’è questo
C’è questo mio amarti
che s’incaglia ai ventricoli
e gli intenti che restano
ai fianchi dei tuoi
lineamenti
quando c’è questo tuo
- giocando di lingua rovente -
esercizio frontale
che mi spacca la mente
come un temporale.
31 ottobre 2002
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