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Molti scritti
pubblicati nel presente volume nascono proprio da riflessioni sui
Paesi Adriatico Orientali e per questo la raccolta prende il nome “Sevda”:
espressione di origine turca usata in tutti i Balcani per indicare
l’“affanno d’amore”, la melanconia e il turbamento causati dalla
passione amorosa.
Per questo capita che spesso all’interno dei testi compaiono versi o
parole in albanese, citazioni in lingua slava. Non sono vezzi, sono
emozioni dell’autore, parole che lo riportano immediatamente a
realtà tanto vicine geograficamente quanto lontane culturalmente,
realtà uscenti dalle recenti guerre, da situazioni storiche,
economiche e socio-politiche disastrose, ma che tuttavia non perdono
le proprie identità e peculiarità, lasciando nei cuori di chi impara
ad amarle profondi e vividi ricordi che si rinnovano viaggio dopo
viaggio, parola dopo parola, abbraccio dopo abbraccio.
* * *
«Non cerco più amore,
infiniti perfetti»; «non sogno / credo in quello che faccio»: è
racchiusa in queste due dichiarazioni esplicite la saggezza che, in
una sorta di anticipata e tutta operativa ricapitolazione sulle
ragioni di una vita, viene espressa nella e dalla poesia del giovane
poeta friulano Alessandro Zilli, una sicura promessa, diciamo
subito, di quelle che davvero si attende alla prova degli anni.
È vero che la poesia, come tutta l’arte, muove da una ferita o da
una perdita, e che uno dei compiti possibili del donare o
sovrimporre una Forma alla banalità dell’esperienza vissuta (o anche
solo immaginata) è rendere dicibile questo dolore: molta arte, anche
“impersonale” e ben consapevole della cosiddetta fallacia
autobiografica, è la cauterizzazione di tale mancanza e in fondo
agisce su creatore e fruitore come un esorcismo; la forma, in fondo,
costituisce una gabbia che imprigiona il dolore perché le energie
costruttive possano sprigionarsi. Forse, alla fine, l’energia del
poeta è volta a trasformare un Male oscuro e indicibile (perché
ontologico) in una sofferenza detta e conosciuta, perciò accettabile
– la frequentazione del dolore come forma di conoscenza. (Solo in
pochi casi questa consapevolezza da personale ritorna universale,
come frequentazione del Male ontologico.)
Zilli dà proprio l’impressione di voler costruire sulle macerie di
un Io caparbio e tutto esperienziale, che si lascia alle spalle
ricordi e dolori per procedere a una nuova definizione di sé senza
però rinnegare nulla di ciò che è stato, visto che il nuovo Io non
potrà che procedere in continuità, anche memoriale e coscienziale,
con il proprio passato e con l’ideale adolescenziale di
un’impossibile perfezione edenica, che la vita distrugge spesso
tutto d’un colpo. «Proprio là / dove hai spento il mio cuore /
raccolgo ceneri grigie / per farne lisciva» (Saponificazione):
si veda con quanta abilità Zilli costruisce, in questo testo
riuscitissimo ed emblematico, un correlativo oggettivo per il suo
processo di superamento, che credo si possa considerare il filo
tematico che unifica tutta la raccolta dandole coerenza e
compattezza.
I versi di Zilli, sempre controllati e lontani da un pathos
troppo esibito, cercano spesso un equilibrio classico, attraverso
rime e ritmi non di rado martellanti; altre volte inclinano al verso
libero, facendo però sempre cozzare slancio lirico e cadenze più
prosastiche e meditative: una ricchezza di soluzioni stilistiche che
ancora depone a favore della notevole maturità di questo esordio.
Mauro Ferrari
* * *
Backgammon
Delle mie fotografie la polvere
cambia le pieghe del passato,
fa sì che non ricordi d’esser nato ladro
e suonatore in una bisca clandestina,
ma ch’io m’illuda.
Così rigioco ai dadi la mia vita
placando a doppi sei le dita, tremule,
che scorrono tastiere senza sfumature,
e in bianconero strimpellano la danza
delle ore sottovuoto.
Ma è senza suono questo pianoforte
diatonico giocare sull’assenza
dei piccoli intervalli del suo fiato,
cromatico sostare appeso al lobo dell’orecchio
e nel dolore intercostale che mi abitua
ad esser vivo e ad inseguire il vento.
* * *
Sarajevo
Lapidi e foglie
carrozzine voglie
vicoli stretti
come fessure fra i denti
ove si ferma l’insalata
a rendere la donna
imperfetta.
Dondola l’Imam
al suono della voce
che gli si spande dentro
e non raggiunge più
le case sciatte e abbandonate,
veste il suo antico ruolo,
calzari fatti a mano.
Piove sul passato
un presente occidentale,
muore lenta tradizione
di giorno in notte
dal levar del sole al buio
che a me nasconde
la beltà delle sue strade
mentre passano
impietose
cisterne e idranti
per cancellare un altro giorno
e le sue tracce
abbarbicate nel porfido cuscino
che culla la mia veglia in Sarajevo
mentre seduto mendico attenzione
e scivolo i ricordi
fra i ruderi di questa guerra santa,
senza interesse
alcuno.
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