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È una raccolta di
forte personalità, Sequenza del fico: uno di quei libri
all’apparenza esili che contengono tuttavia una straordinaria forza
interna, che nasce dalla coesione dei piani del significato e dalla
coerenza espressiva con cui tali piani vengono disposti sulla
pagina. L’ampio panorama della pianura assolata e assoluta, in cui
l’Io del poeta si situa, è l’occasione di quello che ci pare un
confronto serrato fra il divenire umano e i suoi tempi dettati dalla
ragione, da un lato, e il permanere del tutto immanente della
natura. Una natura che si pone come alterità, assoluta e
inviolabile, ma che sa aprirsi (come «umile risiedere di tutto», p.
33) a uno sguardo altrettanto umile e a una sofferta disciplina dei
sensi che sappia cogliere l’essenza di una vita che si dà per tracce
da cogliere, labili accenni, «pochi rifiuti di plastica sul bordo di
un campo» (p. 21).
La lunga sequenza, modulata soprattutto da pause e da due interludi,
è condotta sul filo di una versificazione franta e rapsodica,
costruita su enucleazioni elementari perlopiù su base sensoriale;
l’apertura è affidata al «ricordo» di «un potentissimo / suono di
cicale», che sembra quasi essere l’unica voce ad elevarsi sopra un
paesaggio afoso e assolato. È un ricordo che dà profondità temporale
alla natura come l’uomo può esperirla, ma che oppone subito – con
quel «potentissimo» più riconducile a una forza inspiegabile che al
volume del frinire – un’oggettività insondabile e inimitabile. I
suoi tempi sono quelli profondi dell’astronomia e della geologia,
del tutto inumani, eppure sappiamo che i poeti hanno sempre colto in
questo confronto impari una lezione, se non altro, per un ego
portato troppo spesso a sfuggire la dimensione orizzontale che gli è
destinata – la «vertigine piatta» (p. 26).
Proprio questa orizzontalità domina La sequenza del fico,
anche nel cauto svolgersi di un tempo estivo che trapassa
nell’autunno, come «vertigine del tempo» che conduce alla morte
invernale già preannunciata dagli spari dei cacciatori. Così anche
la dimensione etica, cioè la consapevolezza del male e del bene, ne
esce acuita: la gioia «fora» l’Essere come una rivelazione e il male
– originato dalla mente, cioè insito nell’uomo e nel suo percepire –
è invisibile, quasi soppresso o nascosto abilmente («di tutti i mali
/ che può una mente, qui non ne vedo alcuno», p. 21).
Mauro Ferrari
* * *
la sembianza dell’afa
pone un pallore sulla pianura.
poco importa se lo sguardo affonda nelle cose
o ne rimane fuori.
nel caldo
la salita dell’aria, la premura.
nient’altro è ondulato, e nulla ondeggia.
ogni oggetto è fermo e solito.
la pianura assordante,
lo sguardo.
sotto una tettoia è posto il fieno.
scaccio una mosca con la mano, ma non vorrei farlo.
* * *
penso ai tetti delle
case, sdraiati come schiene.
l’aspetto dei coppi è ineguale.
uguale quello dei pioppi lungo il fianco delle strade:
la strada lungo il fosso: gli alberi bruni. alcuni
insetti.
il pioppo è come un sole ritto.
e il molle rumore delle mosche
lungo le righe dei fossi.
le ghiove voltate, nere e bianche.
i pali della luce ritti come indici.
(molle memoria sulla pianura)
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