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Il tono della raccolta di esordio di Guido
Gallovich, L’eco di un silenzio, era
sospeso fra slanci di ampia purezza lirico-amorosa e tensione
all’Oltre, ma soprattutto all’affermazione di un Io
eroico più che prometeico tutto teso alla ricerca, che era
davvero il tema dominante del libro; un libro di forte unità
tonale e tematica nel segno del diario personale e della trasfusione in
versi della propria esperienza di vita, soprattutto prestando
l’orecchio alle intermittenze del cuore, ma venato da una
malinconia di fondo: «Come il mio secolo / ho perso
tutto» (p. 56).
L’immagine dello «scrigno / di malinconie / dalla
voce divina» del primo libro (p. 27) si è adesso
evoluta in uno scrigno nero; una immagine che
campeggia come titolo, e in cui si condensa una riflessione ampia e
profonda, sebbene Gallovich non indaghi più nel dettaglio la
natura di questa immagine; la spiegazione è nel suo essere
poeta lirico, appunto, ed istintuale più che analitico. La
maturazione ha proceduto, ci pare, verso una maggiore amarezza, come se
una ferita già presente avesse continuato a sanguinare,
lentamente minando la centralità e la forza del soggetto ma,
al contempo, dischiudendo altre porte. Così,
l’affannata interrogazione
«Dov’è l’altra parte / di me
nel mondo?» (p. 15) ottiene una risposta implicita dalla
quartina poco oltre:
Goditi soldato
della memoria ignota
la vertigine
prima dell’impatto
(p. 21)
E ancora, insistendo sul momento destinale del proprio esserci:
«sul campo ancora troppe macerie / e così mi viene
imposto di scavare» (p. 24).
Nel finale di questa densa raccolta si profila l’esito ultimo
di tanto cercare, definibile senz’altro come un approdo
religioso, sebbene né pacificato né venato di
misticismo; partendo dall’esigenza di persistere, di restare
aggrappato al proprio tempo («Ho ancora bisogno di essere
materia / per consumarmi», p. 29), Gallovich è
finalmente libero, in modo ci pare consequenziale con la sua storia
poetica, di aprirsi a una esigenza religiosa, come possessione che
è sereno cedimento alla fede: «È tempo
d’essere invasi» (p. 55).
Mauro Ferrari
* * *
Vorrei abitare
nel limite
in cui il vuoto
diviene
forma.
Per scoprire.
Ed ogni volta
riplasmare
il mio io informe
nel contorno
di un significato,
accontentandomi
di un’interpretazione
* * *
Resta ancora
negli angoli
ammuffiti del mio io
lo sgualcito bisogno
che qualcuno si nutra
del mio corpo,
che qualcuno si riempia
del mio spirito.
Da giungere
a non averne più.
Ho ancora bisogno
di essere materia
per consumarmi.
Da giungere
a non essere più.
Venire sparso come briciole
nei vicoli dell’esistenza.
Ho ancora bisogno
di vedermi.
Ho ancora bisogno
di me stesso
0
* * *
Siamo solo divenire,
penetranti qualche verità.
Immobili nel profondo
mentre ci si scopre
senza pensiero,
in un equilibrio
sottilmente definito,
lì dove ora si svela
il contorno al nostro essere…
L’anima riordinata
emerge superficie solida.
In nessun interstizio
di fallaci alterità
si rovista più,
intuendo,
con vibrazione lontana,
lo spazio franco
d’un comunque.
Pieni in ciò che,
veramente sano, residua,
congiunti a ciò che è,
inconsapevolmente,
se non fosse per un brivido
che quasi fa svanire tutto
0
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