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Camillo Sangiovanni è
nato a Milano nel 1944.
Contemporaneamente al lavoro ha frequentato studi serali
all’Accademia di Brera e successivamente si è laureato in Scienze
Politiche all’Università di Pavia.
Si è occupato di pubblicità, marketing, organizzazione industriale,
fino a dedicarsi alla direzione del personale presso un’azienda
internazionale.
Come poeta ha pubblicato su riviste e antologie e ha partecipato a
diversi concorsi nazionali e internazionali; di recente si è
classificato secondo al Premio Nazionale di Arti Letterarie 2006
“Città di Torino” ed è stato segnalato al 6° Concorso internazionale
poetico-musicale 2006 di Basilea.
Nel 2005 ha esordito con la raccolta poetica Come solletico tra
le dita (Edizioni Joker).
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La seconda raccolta
poetica di Camillo Sangiovanni conferma, con interessanti sviluppi,
le ottime premesse e promesse dell’esordio.
C’è, in questa poesia, un invidiabile equilibrio tra le forze in
campo: ad esempio, l’estrema asciuttezza del dettato (con la
versificazione snella e rapida che ne è la caratteristica formale
più evidente) si sposa con la tendenza non a una rarefazione
ungarettiana – tutta giocata sul frammento e lo stacco tonale –
bensì a uno slancio narrativo che punta alla continuità della
sintassi, che si dipana in versi ritmati e d’assoluta condensazione
immaginativa.
Ogni singolo testo costituisce così un’epifania, o piuttosto la
presa di co-scienza di un Io che si scopre immerso nel Mondo ma
anche prigioniero all’interno del Sé, impossibilitato a fondersi con
questo Mondo e, di conseguenza, isolato all’interno di sensi,
sentimenti e strutture linguistiche. Quindi, se queste ultime
possono portare a una rappresentazione chiarificatrice o almeno a un
momento di sfogo, il corpo che agisce per sensi e sentimenti non può
conoscere la quiete di un’appropriazione pacificata, ma solo un
cardarelliano balenare in burrasca (si veda bonaccia).
Quello di Sangiovanni è un Mondo che si fa paesaggio mentale, somma
di cose ed eventi che mostrano una continua e insuperabile
resistenza alla fusione, alla com/prensione; più che forzare la
vista verso il minuzioso e il frammentario, il poeta non può far
altro che distendere uno sguardo onnicomprensivo, olistico e perciò
incantato ed estatico.
Questo sguardo, infine, non potrà non essere condizionato da quel
pudore che permea tutta la poesia dell’autore, anche quella erotica:
il rapimento e l’estasi non conducono alla fusione, bensì a una
contemplazione a volte tragica, drammatica, la quale si deve fermare
ed arrendere «ai margini / del comprendere» (un altro sguardo),
come sulle soglie di un paesaggio e di una vicenda comunque “altra”
rispetto all’Io che vi si pone innanzi, a cui è solo possibile
brindare (e si noti la sottigliezza pensosa della causale)
«all’allegria / giacché non mia» (cin cin).
Mauro Ferrari
* * *
rosso
mia
la voce urlata
nel bicchiere
al fondo
colliquano parole
in paludi
di vento
gocce cangianti
bruma e
immagini di nebbia
odori gravidi
echi gridi
incandescenze
d’ombre,
chi brinda con me?
inebria la sera
vino
profumato d’erbe
rosso
dolcissimo
* * *
bonaccia
perversa
e inutile bonaccia
se ferma
il cuore,
aggrappato
alle vele
graffio
uragani
in tempesta
penetro
alterni
squarci di luce
vibro in concerto
con i tuoni
cavalcando
di pazzia
imprevedibili
sfavillanti saette
a portata
di mano
degli abissi
* * *
cin
cin
maltagliati
fatti in casa
agnello
in casseruola
al rosmarino
e al vino
io brindo
all’allegria
giacché non mia
via via
via
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