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i libri

Mario Lagostina

Racconti

della solitudine

ISBN 88-7536-064-2

2006

pp. 82

cm 12x21

€ 10,50

 

L'autore

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L'autore

Mario Lagostina è nato nel 1978 a Verbania. Attualmente vive e lavora a Gravellona Toce.
È studente della Facoltà di Filosofia presso l'Università Statale di Milano.
Questo è il suo libro di esordio.

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I testi

La cifra che accomuna questi racconti è già presente nel titolo della raccolta: si tratta della solitudine, cronica e incallita, che attanaglia inesorabilmente tutti i protagonisti e che trova la sua palmare incarnazione nella ripugnante sorella della morte, simbolo di un’agonia senza uscita dell’esistenza. I personaggi di Lagostina vivono una situazione di sostanziale alterità e incomunicabilità anche là dove partecipano di una comunione coi propri simili, poiché hanno fin dall’inizio la convinzione metafisica di essere corpi estranei in mezzo a una massa più o meno omogenea, incapaci di interagire normalmente con la realtà; è il caso de La bestia nera, lucida allegoria dell’alienazione massmediatica, o di testi dal titolo di per sé significativo come Braccato e Un fuggiasco. Per questo essi sono condannati a un impietoso anonimato, privi anche di quel minimo punto di riferimento costituito da un’identità, un nome; non a caso l’unico a esserne gratificato è, in uno degli esiti più felici dell’intera raccolta, un cane che alleviava il peso della solitudine e della vita al suo padrone, ma questi non l’ha capito se non troppo tardi. E la coscienza del tempo che passa inesorabilmente, sprecato, non goduto o semplicemente non capito, è un altro dei temi ricorrenti dell’opera, ben esemplificato da quell’allegoria dell’esistenza umana che è La notte di là dalla montagna, il racconto che più risente dell’influenza di Buzzati, uno dei modelli eviden-temente più cari all’autore.
Discende da questo l’atmosfera di sospensione che caratterizza la narrativa di Lagostina, dell’attesa per lo più di un crollo, di una catastrofe imminente che però non arriva, relegando l’individuo in una condizione ancor peggiore di limbo che non contempla nemmeno la consolazione di una fine. Parimenti ricorrente è il gusto del paradosso e dell’assurdo che talvolta scivola nel grottesco, senza connotazioni spazio-temporali precise o piuttosto in una totale perdita di punti di riferimento che abbatte i confini tra una labile realtà e una fantasia dai contorni da incubo. Spesso infatti i personaggi vivono la sensazione di essere spiati, l’angoscia di essere sotto un’osservazione latente, soli in un universo alieno e ostile, perché tale è la condizione dell’uomo tra i propri simili, come ben ha evidenziato l’opera di Kafka; solo che nei Racconti della solitudine non sono necessarie metamorfosi mostruose a esemplificarlo.

                                                                                                        Gianni Caccia

 

* * *

 

Un fuggiasco

Da un piccolo vicoletto sbucò trafelato nella grande piazza. In verità quel vicoletto sfociava soltanto in una larga via, lastricata con piode secolari, le quali, nonostante la lodevole maestria degli antichi muratori, erano un pochino sconnesse, tanto da obbligare il passante a guardare attentamente dove mettere i piedi.
Camminando a testa bassa per evitare di inciampare si ritrovò nella vasta piazza. Era una piazza spaziosa e luminosa, e brulicava di persone: ovunque ne venivano e ne andavano, trottando e corricchiando, passeggiando, saltellando, ammirando le meraviglie architettoniche, i consunti palazzi che proteggevano lo slargo con la loro antica storia, l’immenso e sacrale duomo che come una devota sentinella dissuadeva dall’abbandonare la piazza, i monumenti, statue nere e verdi con i lineamenti inquietanti e sfuggenti. Poi c’era chi transitava di fretta senza fermarsi, senza vedere, diretto chissà dove, scansando abilmente i pedoni intralcianti e perdendosi tra la folla. Qualche gruppetto era fermo e discuteva, forse di cose importanti o forse no, altra gente schiamazzava indicando particolari estetici difficilmente individuabili, e magari faceva qualche fotografia. Tangenti al piazzale passavano due ariose vie, le quali trasportavano una folla più, anche se non di molto, ordinata, lineare, che solamente se si dirigeva ben verso il centro veniva dispersa: come una borbottante processione avanzava da ambo il lati, rimanendo nelle sue falangi più esterne quasi intatta, per poi ricomporsi dopo e continuare verso la sua misteriosa destinazione.
Lui scelse proprio questo posto, avendo pensato che fosse il migliore. Per non dar l’impressione di essere di fretta si muoveva molto lentamente, un passo, la gamba si alzava, si fletteva, si stendeva, ricadeva, tutto con eccessiva fluidità, poi il piede atterrava forse un po’ troppo scattosamente in confronto al resto del movimento, poi un altro passo, sempre lentamente. Guardava a volte per terra, mozziconi marci, cicche annerite, sassolini, pezzetti di carta di chissà che cosa, piccoli frammenti di chissà cos’altro, cacate di piccione, qualche piuma grigia, sbavate, chiazze di lordura, un ferretto, un elastico, a volte guardava invece la gente che incrociava, ma subito distoglieva lo sguardo e lo ributtava a terra, dove nella riga tra due piode magari c’era una linguetta di una lattina o un pezzettino di carta stagnola appallottolato. Lo sguardo delle persone non gli piaceva. Sembrava proprio che tutti lo guardassero, ma poteva essere solo un’impressione scaturita dal suo crescente disagio. Con tut-ta quella gente perché avrebbero dovuto guardare proprio lui? Faceva il possibile per non dar nell’occhio e invece guardavano lui. Forse camminava troppo lentamente attirando per ciò l’attenzione, sperava, per non pensare che avessero notato qualche cosa d’altro. Allora si mise a marciare più velocemente, un due un due, tagliando la piazza in diagonale, le scarpe producevano un lieve e rimato suono ad ogni passo, un due un due, sul terreno non riconosceva più tutte le cose che poteva vedere prima, un due un due, ma le facce le poteva vedere benissimo, e non gli piacevano. Ancora lo guardavano, guardavano tra tutti lui, possibile? A questo punto un brivido gli corse lungo la schiena: che l’avessero notato? No, non era possibile, tra tutta quella folla, doveva essere stato per colpa di quell’azzardato cambio di ritmo. D’ora in avanti non avrebbe più cambiato passo. Un due un due, così però si stava avvicinando rapidamente al fondo della piazza, dove un viale si allontanava pericolosamente sgombro. Lì sarebbe stato fatalmente esposto, quindi doveva sterzare e continuare lungo un lato, ma guardando i volti che lo circondavano perse un po’ di coraggio e in un attimo di panico decise di fermarsi. Nello stesso momento tutte le facce si voltarono e mille occhi gli si puntarono addosso, una strana sensazione di freddo lo colse, come se fosse completamente nudo e l’aria gli strisciasse faticosamente attraverso. Fermo, ritto come un palo, pensò che fosse venuta la fine, che fosse stato scoperto irrimediabilmente, si sentiva esposto, denudato, trasparente ad ogni sguardo, tremante si guardò attorno, tentando pateticamente di mantenere un’espressione dignitosa. Tutti lo fissavano, con occhi accusatori, subdoli, sprezzanti, curiosi, compiaciuti. Avrebbe voluto gridare, ma una speranza ancora glielo impedì: forse non se ne erano accorti, era stato solamente perché si era fermato di colpo, sì, doveva essere così. Riprese a muoversi, non doveva andare troppo adagio, in modo da attirare l’attenzione, ma nemmeno troppo forte da raggiungere subito il margine della piazza. Passo dopo passo, passi incerti, come se dovesse evitare fragili oggetti disseminati al suolo, si orientò nuovamente verso il centro. Se lo avessero riconosciuto se ne sarebbe accorto di sicuro, avrebbero magari dato l’allarme o lo avrebbero magari bloccato, o perlomeno avrebbero cambiato atteggiamento. Per ora nulla di tutto questo, quindi poteva ancora farcela, l’importante era non far nulla che potesse attirare la loro attenzione. Ma non era facile, i loro sguardi erano sempre insistenti, con brevi occhiate se ne accertava, tentando di apparire il più naturale possibile: perché non poteva sembrare come uno qualunque di quei tipi che c’erano lì? Che cosa gli mancava? Certo loro non avevano nulla da ascondere, era più una cosa che aveva piuttosto che una mancanza allora? Questi passavano per la piazza senza che nessuno li notasse, tranquilli e sorridenti, senza temere nulla, l’unica cosa che facevano era lanciargli una sbirciatina prima di oltrepassarlo; i più impazienti, che andavano velocemente, loro sì che erano fortunati, diritti a destinazione, niente intoppi e tutto era finito, ma lui non lo poteva fare se voleva restare mimetizzato tra la gente, doveva stare lì in mezzo rimanendo il più possibile al coperto.
Il sole era a picco e illuminava crudelmente quello spazio bianco e riverberante, la folla continuava a rimescolarsi eterogenea, lui descriveva giri e volute in modo casuale, mantenendo sempre la stessa andatura. L’idea che da un momento all’altro lo potessero scoprire lo terrorizzava, alle conseguenze non ci pensava neppure, non ci riusciva, era già abbastanza difficile così. Infatti, man mano che il tempo passava, l’inquietudine aumentava e la ragione diminuiva, si disperdeva. Facce sempre più sospette lo scrutavano, forse sempre le stesse, si nascondevano dietro volti nuovi per sbucare poi all’improvviso lanciando il loro sguardo accusatorio da ogni parte, incalzando, lui si agitava, perdeva la calma, ormai dovevano averlo scoperto, altrimenti che cosa ci facevano lì quei tipi? Anche le statue ora lo fissavano, come quelle foto degli attori, solo il duomo, luminoso nel sole, rimaneva indifferente, superiore, tanto alla sua magnificenza che l’avessero scoperto o meno non importava. Prese a muoversi un po’ più rapidamente, sempre un po’ di più, fino a correre. Alla fine correva all’impazzata, sfrenato sfrecciava tra figure sfuocate, chiazze di colori misti, niente più a terra, niente più facce, o quasi; qualcuna c’era, istantanea come una foto, nitida per un attimo e poi più nulla, un’immagine irreale che subito scompariva, ma per quel breve istante gli occhi lo colpivano ugualmente con la loro freddezza, cattiveria, spietatezza, lo trafiggevano come lame del giudizio. Ormai era tutto perduto, non contava più nulla se non correre, correre e basta, sfuggire a quegli sguardi implacabili.
Scoperto, stanato, irrimediabilmente, come era potuto succedere? Cosa lo aveva tradito? Che cosa lo aveva consegnato al nemico? I movimenti forse? L’atteggiamento? Non lo sapeva, l’avevano riconosciuto e questo gli bastava, gli bastava per correre, correre verso un qualunque rifugio, un posto qualsiasi che lo potesse nascondere, mimetizzarlo, così da sfuggire all’infelice sorte che l’aveva toccato.
Si infilò giù per le scale del metrò a rotta di collo. Sbucò trafelato sulla banchina di attesa, dove un viavai di facce nuove attendeva che arrivasse il treno.

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