|
La cifra che accomuna
questi racconti è già presente nel titolo della raccolta: si tratta
della solitudine, cronica e incallita, che attanaglia
inesorabilmente tutti i protagonisti e che trova la sua palmare
incarnazione nella ripugnante sorella della morte, simbolo di
un’agonia senza uscita dell’esistenza. I personaggi di Lagostina
vivono una situazione di sostanziale alterità e incomunicabilità
anche là dove partecipano di una comunione coi propri simili, poiché
hanno fin dall’inizio la convinzione metafisica di essere corpi
estranei in mezzo a una massa più o meno omogenea, incapaci di
interagire normalmente con la realtà; è il caso de La bestia nera,
lucida allegoria dell’alienazione massmediatica, o di testi dal
titolo di per sé significativo come Braccato e Un
fuggiasco. Per questo essi sono condannati a un impietoso
anonimato, privi anche di quel minimo punto di riferimento
costituito da un’identità, un nome; non a caso l’unico a esserne
gratificato è, in uno degli esiti più felici dell’intera raccolta,
un cane che alleviava il peso della solitudine e della vita al suo
padrone, ma questi non l’ha capito se non troppo tardi. E la
coscienza del tempo che passa inesorabilmente, sprecato, non goduto
o semplicemente non capito, è un altro dei temi ricorrenti
dell’opera, ben esemplificato da quell’allegoria dell’esistenza
umana che è La notte di là dalla montagna, il racconto che
più risente dell’influenza di Buzzati, uno dei modelli
eviden-temente più cari all’autore.
Discende da questo l’atmosfera di sospensione che caratterizza la
narrativa di Lagostina, dell’attesa per lo più di un crollo, di una
catastrofe imminente che però non arriva, relegando l’individuo in
una condizione ancor peggiore di limbo che non contempla nemmeno la
consolazione di una fine. Parimenti ricorrente è il gusto del
paradosso e dell’assurdo che talvolta scivola nel grottesco, senza
connotazioni spazio-temporali precise o piuttosto in una totale
perdita di punti di riferimento che abbatte i confini tra una labile
realtà e una fantasia dai contorni da incubo. Spesso infatti i
personaggi vivono la sensazione di essere spiati, l’angoscia di
essere sotto un’osservazione latente, soli in un universo alieno e
ostile, perché tale è la condizione dell’uomo tra i propri simili,
come ben ha evidenziato l’opera di Kafka; solo che nei Racconti
della solitudine non sono necessarie metamorfosi mostruose a
esemplificarlo.
Gianni Caccia
* * *
Un fuggiasco
Da un piccolo vicoletto sbucò trafelato nella grande piazza. In
verità quel vicoletto sfociava soltanto in una larga via, lastricata
con piode secolari, le quali, nonostante la lodevole maestria degli
antichi muratori, erano un pochino sconnesse, tanto da obbligare il
passante a guardare attentamente dove mettere i piedi.
Camminando a testa bassa per evitare di inciampare si ritrovò nella
vasta piazza. Era una piazza spaziosa e luminosa, e brulicava di
persone: ovunque ne venivano e ne andavano, trottando e
corricchiando, passeggiando, saltellando, ammirando le meraviglie
architettoniche, i consunti palazzi che proteggevano lo slargo con
la loro antica storia, l’immenso e sacrale duomo che come una devota
sentinella dissuadeva dall’abbandonare la piazza, i monumenti,
statue nere e verdi con i lineamenti inquietanti e sfuggenti. Poi
c’era chi transitava di fretta senza fermarsi, senza vedere, diretto
chissà dove, scansando abilmente i pedoni intralcianti e perdendosi
tra la folla. Qualche gruppetto era fermo e discuteva, forse di cose
importanti o forse no, altra gente schiamazzava indicando
particolari estetici difficilmente individuabili, e magari faceva
qualche fotografia. Tangenti al piazzale passavano due ariose vie,
le quali trasportavano una folla più, anche se non di molto,
ordinata, lineare, che solamente se si dirigeva ben verso il centro
veniva dispersa: come una borbottante processione avanzava da ambo
il lati, rimanendo nelle sue falangi più esterne quasi intatta, per
poi ricomporsi dopo e continuare verso la sua misteriosa
destinazione.
Lui scelse proprio questo posto, avendo pensato che fosse il
migliore. Per non dar l’impressione di essere di fretta si muoveva
molto lentamente, un passo, la gamba si alzava, si fletteva, si
stendeva, ricadeva, tutto con eccessiva fluidità, poi il piede
atterrava forse un po’ troppo scattosamente in confronto al resto
del movimento, poi un altro passo, sempre lentamente. Guardava a
volte per terra, mozziconi marci, cicche annerite, sassolini,
pezzetti di carta di chissà che cosa, piccoli frammenti di chissà
cos’altro, cacate di piccione, qualche piuma grigia, sbavate,
chiazze di lordura, un ferretto, un elastico, a volte guardava
invece la gente che incrociava, ma subito distoglieva lo sguardo e
lo ributtava a terra, dove nella riga tra due piode magari c’era una
linguetta di una lattina o un pezzettino di carta stagnola
appallottolato. Lo sguardo delle persone non gli piaceva. Sembrava
proprio che tutti lo guardassero, ma poteva essere solo
un’impressione scaturita dal suo crescente disagio. Con tut-ta
quella gente perché avrebbero dovuto guardare proprio lui? Faceva il
possibile per non dar nell’occhio e invece guardavano lui. Forse
camminava troppo lentamente attirando per ciò l’attenzione, sperava,
per non pensare che avessero notato qualche cosa d’altro. Allora si
mise a marciare più velocemente, un due un due, tagliando la piazza
in diagonale, le scarpe producevano un lieve e rimato suono ad ogni
passo, un due un due, sul terreno non riconosceva più tutte le cose
che poteva vedere prima, un due un due, ma le facce le poteva vedere
benissimo, e non gli piacevano. Ancora lo guardavano, guardavano tra
tutti lui, possibile? A questo punto un brivido gli corse lungo la
schiena: che l’avessero notato? No, non era possibile, tra tutta
quella folla, doveva essere stato per colpa di quell’azzardato
cambio di ritmo. D’ora in avanti non avrebbe più cambiato passo. Un
due un due, così però si stava avvicinando rapidamente al fondo
della piazza, dove un viale si allontanava pericolosamente sgombro.
Lì sarebbe stato fatalmente esposto, quindi doveva sterzare e
continuare lungo un lato, ma guardando i volti che lo circondavano
perse un po’ di coraggio e in un attimo di panico decise di
fermarsi. Nello stesso momento tutte le facce si voltarono e mille
occhi gli si puntarono addosso, una strana sensazione di freddo lo
colse, come se fosse completamente nudo e l’aria gli strisciasse
faticosamente attraverso. Fermo, ritto come un palo, pensò che fosse
venuta la fine, che fosse stato scoperto irrimediabilmente, si
sentiva esposto, denudato, trasparente ad ogni sguardo, tremante si
guardò attorno, tentando pateticamente di mantenere un’espressione
dignitosa. Tutti lo fissavano, con occhi accusatori, subdoli,
sprezzanti, curiosi, compiaciuti. Avrebbe voluto gridare, ma una
speranza ancora glielo impedì: forse non se ne erano accorti, era
stato solamente perché si era fermato di colpo, sì, doveva essere
così. Riprese a muoversi, non doveva andare troppo adagio, in modo
da attirare l’attenzione, ma nemmeno troppo forte da raggiungere
subito il margine della piazza. Passo dopo passo, passi incerti,
come se dovesse evitare fragili oggetti disseminati al suolo, si
orientò nuovamente verso il centro. Se lo avessero riconosciuto se
ne sarebbe accorto di sicuro, avrebbero magari dato l’allarme o lo
avrebbero magari bloccato, o perlomeno avrebbero cambiato
atteggiamento. Per ora nulla di tutto questo, quindi poteva ancora
farcela, l’importante era non far nulla che potesse attirare la loro
attenzione. Ma non era facile, i loro sguardi erano sempre
insistenti, con brevi occhiate se ne accertava, tentando di apparire
il più naturale possibile: perché non poteva sembrare come uno
qualunque di quei tipi che c’erano lì? Che cosa gli mancava? Certo
loro non avevano nulla da ascondere, era più una cosa che aveva
piuttosto che una mancanza allora? Questi passavano per la piazza
senza che nessuno li notasse, tranquilli e sorridenti, senza temere
nulla, l’unica cosa che facevano era lanciargli una sbirciatina
prima di oltrepassarlo; i più impazienti, che andavano velocemente,
loro sì che erano fortunati, diritti a destinazione, niente intoppi
e tutto era finito, ma lui non lo poteva fare se voleva restare
mimetizzato tra la gente, doveva stare lì in mezzo rimanendo il più
possibile al coperto.
Il sole era a picco e illuminava crudelmente quello spazio bianco e
riverberante, la folla continuava a rimescolarsi eterogenea, lui
descriveva giri e volute in modo casuale, mantenendo sempre la
stessa andatura. L’idea che da un momento all’altro lo potessero
scoprire lo terrorizzava, alle conseguenze non ci pensava neppure,
non ci riusciva, era già abbastanza difficile così. Infatti, man
mano che il tempo passava, l’inquietudine aumentava e la ragione
diminuiva, si disperdeva. Facce sempre più sospette lo scrutavano,
forse sempre le stesse, si nascondevano dietro volti nuovi per
sbucare poi all’improvviso lanciando il loro sguardo accusatorio da
ogni parte, incalzando, lui si agitava, perdeva la calma, ormai
dovevano averlo scoperto, altrimenti che cosa ci facevano lì quei
tipi? Anche le statue ora lo fissavano, come quelle foto degli
attori, solo il duomo, luminoso nel sole, rimaneva indifferente,
superiore, tanto alla sua magnificenza che l’avessero scoperto o
meno non importava. Prese a muoversi un po’ più rapidamente, sempre
un po’ di più, fino a correre. Alla fine correva all’impazzata,
sfrenato sfrecciava tra figure sfuocate, chiazze di colori misti,
niente più a terra, niente più facce, o quasi; qualcuna c’era,
istantanea come una foto, nitida per un attimo e poi più nulla,
un’immagine irreale che subito scompariva, ma per quel breve istante
gli occhi lo colpivano ugualmente con la loro freddezza, cattiveria,
spietatezza, lo trafiggevano come lame del giudizio. Ormai era tutto
perduto, non contava più nulla se non correre, correre e basta,
sfuggire a quegli sguardi implacabili.
Scoperto, stanato, irrimediabilmente, come era potuto succedere?
Cosa lo aveva tradito? Che cosa lo aveva consegnato al nemico? I
movimenti forse? L’atteggiamento? Non lo sapeva, l’avevano
riconosciuto e questo gli bastava, gli bastava per correre, correre
verso un qualunque rifugio, un posto qualsiasi che lo potesse
nascondere, mimetizzarlo, così da sfuggire all’infelice sorte che
l’aveva toccato.
Si infilò giù per le scale del metrò a rotta di collo. Sbucò
trafelato sulla banchina di attesa, dove un viavai di facce nuove
attendeva che arrivasse il treno.
0 |