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La poesia di Mauro
Miglio nasce apparentemente da una continua interrogazione sul senso
ultimo delle cose, «nel nulla aritmetico / degli universi» (p. 13),
e sembrerebbe quindi destinata a naufragare nel mare nichilistico di
una constatazione del male di vivere, sia ontologico che quotidiano;
si tratta invece di una poesia che sa aprirsi a un’inesausta
richiesta metafisica che ne riscatta il pessimismo di fondo e ce lo
rende tragicamente sopportabile – non tanto attraverso un qualche
facile ottimismo, bensì preservando una zona di eletta spiritualità
in cui il sentimento religioso permane almeno come ipotesi.
Quella di Miglio è una poesia conscia del divario insanabile tra
speranza (fede) e una spietata razionalità dalla quale è bandita
ogni facile soluzione: «la nostra è l’assenza di ogni illusione»,
afferma risolutamente il poeta (p. 24); è una razionalità che si
pone di fronte alla Storia (cfr. p. 35) o, diversamente, alle storie
umane (si veda ad esempio la struggente «Marta incatenata alle
pareti del bar», p. 32) per trovare non solo conferme a una visione
del male come fatto onnipresente (il che appare scontato), ma
soprattutto per trovare le motivazioni, razionali almeno quanto
emotive, per cui continuare a vivere nel mondo. «A me basta
guardarmi attorno / e sentirmi sempre più solo» (p. 42), è l’esito
di questo atteggiamento, di un titanismo davvero leopardiano.
La scrittura di Miglio riesce a far convivere accenti molto diversi,
dall’interrogazione religiosa a echi di una contemporaneità caotica
e frammentaria, da riflessioni calate in versi più distesi a puntate
sarcastiche, mostrando attenta consapevolezza del proprio tempo e
conoscenza della speculazione scientifica attuale, incorporando
anche accenti sco-pertamente morali che nascono appunto dalla
contusione con l’insensatezza del mondo (cfr. p. 16).
Il tutto, a comporre la mirabile unitarietà espressiva di questo
giovane poeta, si deposita in versi attenti e misurati, che sanno
avvicinare il cantabile senza cadere mai nello scopertamente
effusivo, oppure scendere a cadenze ritmico-tonali più prosastiche,
che meglio ritraggono altri aspetti del suo mondo.
Mauro Ferrari
* * *
12.
Hai mai visto le formiche
quando germogliano da una crepa
o su e giù da una corteccia
o a ranghi compatti sfilano
sul cemento?
Illudono il peso di macigni
e né l’acquazzone, né la saggina
possono opporsi alla loro fatica;
le formiche riappaiono
il giorno dopo più determinate.
Forze occulte ne regolano i ritmi:
sarà l’ansia sospesa del progresso,
ablatio haecceitatis, il vizio
di temere i tempi morti.
Ed è così che ci si inganna.
Eppure un pregio innalza
i minuscoli insetti:
l’innato percepirsi moltitudine,
armonica, coesa.
* * *
20.
Il funzionario della polizia
ha battuto su un foglio protocollare
i torti di chi con barbiturici
si è suicidato in un letto
sulla tangenziale.
E le dichiarazioni dei conoscenti:
«Abbiamo fatto tutto il possibile;
ma lui non voleva proprio.
Tutto il possibile, ma purtroppo...»
* * *
23.
Marta incatenata alle pareti del bar,
Marta ubriaca come una girandola
tra i colori e gli schiamazzi del luna park.
Attorno giocatori d’azzardo a frotte
incancreniti di nicotina e bestemmie,
ipertrofici affabulatori di un pubblico
fin troppo acerbo, fin troppo docile
al loro ammiccare d’angiporto.
Marta ha donato, per vanto o per voglia,
il suo sangue fresco di cui si vergognò
tre giorni fa appena a un vassoio di bicchieri
di vodka al limone e al pesco.
Ora in molti le giravoltano appresso,
increduli, a turno, di scoprirla tanto bella;
alcuni le si avvinghiano fino a farle
barcollare di piacere le labbra,
fragranti di carne e trasparenza.
E il ritmo degli altoparlanti si diffonde
fin nel sottosuolo, Marta allunga le gambe
slanciate di bruno al primo che oserà
ripercorrerle.
Poi la gente si dirada, mesti si adocchiano
i compagni rivali, con la coda tra gli stivali
guaiscono dentro l’ultimo sorso di rhum
e zucchero di canna.
Marta è scomparsa: l’hanno vista trascinata
scivolare dietro una roulotte sonnacchiosa
e anche la sua voce briosa
è andata via via attenuandosi
fino ad essere soffocata dall’assenso
o da uno spasimo – nessuno potrà confermarlo –
che l’ha sopraffatta.
Ma è ora di sbaraccare, rotolano per le strade,
spazzati via dal vento, alluminio
e tovaglioli insudiciati e le luci,
le luci ad una ad una si spengono
e così anche le sbornie, per forza;
Marta se ne resta infreddolita
a cercare chissà cosa ha smarrito
e non so se le ripugna quel residuo odore,
così difficile da smaltire, di fritto.
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