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Angelo Vullo
Per i faggi di Longi

2007
ISBN-13 978-88-7536-143-3
pp.
64
cm
12x21
€
10,00
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Angelo Vullo (1971)
vive a Butera (Caltanissetta). Ha esordito con la raccolta di versi
Fiori d’autunno (Prova d’autore, Catania, 2001). A questa
hanno fatto seguito: Superfluo (Il gabbiano, Messina, 2002),
Tra le secche e l’amore (Libroitaliano, Ragusa, 2003),
Versi Orfani. Waiting for their Lost Half (Tracce, Pescara,
2004, premio “Histonium”, Vasto 2005), 59 rosse al BH
(Edizioni Joker, Novi Ligure, 2006). Tra le sue opere di narrativa,
si ricordano: il romanzo La miseria del paradiso, con
prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti (Sciascia,
Roma-Caltanissetta, 2003) e i racconti Matrjoska (L’Autore
Libri, Firenze, 2005).
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«... sì sono al
mondo ma non vi appartengo» (p. 44): ci sembra che sia questo
l’accesso più agevole alla poesia del giovane Angelo Vullo, che
giunge alla seconda raccolta, dopo l’esordio di 59 rosse al BH (Joker
2005), confermando l’ottima impressione di quel libro e proseguendo
a delineare una poesia che subito avevamo definito «implicitamente autoironica nel tono, debordante ed eccessiva».
Il senso di inappartenenza comune a tanta letteratura novecentesca è
la causa dell’(apparente) aleatorietà del senso della scrittura. «In
te si pensa: “tu” ti è capitato» (p. 29) è un verso che conferma
con toni heideggeriani (ma sempre parodizzati e divertiti) l’indecidibilità
del Reale e di ogni situazione, quindi anche di una volontà che
vorrebbe scegliere i propri oggetti sulla base di libero arbitrio e
conoscenza. Procedendo a ritroso nelle citazioni che ci paiono più
illuminanti, questa datità viene definita «il filo aggrovigliato
dentro l’uomo / ... / quel kaos (la matassa) e quel glomo / di vasi
e nervi» (p. 26). Qui Vullo punta il dito sull’ambivalenza e
ambiguità del nostro essere simultaneamente corpo e mente, animali
senzienti e creature intellettuali - ancora nelle sue parole, «due
fratelli di cui uno divino».
Il linguaggio poetico di Angelo Vullo è quindi autorizzato e causato
da una febbrile tendenza alla “fuga” musicale, alla rapidità dei
balzi logici, alla carenza dei nessi troppo esplicitati, che sono le
connotazioni più indicate per la logica del pensiero umano e che
sono bilanciati solo apparentemente dalla levigatezza e dalla
regolarità dei versi; si sbaglierebbe però nel giudicare questa
poesia come un puro divertissement in cui l’autore si sente
autorizzato a un gioco del significato - una alquimia de la
palabra - che non nasce da alcuna assunzione di responsabilità:
una volta assodato il territorio che compete alla voce poetica come
proveniente da questa datità, Vullo provvede infatti a costruire
possibilità di un dire anche forte, coraggioso e significativo,
come nello splendido e rapsodico poemetto Preludio e fuga in si
minore, intessuto dei miti che collegano e unificano l’immagine
della donna come donatrice di vita (e morte): Demetra e Core/Persefone
si fondono con la Santa Lucia di Siracusa (non dimentichiamo che
Vullo è siciliano), con la Madonna cristiana in un notevolissimo
poemetto dai toni sapidi, i cui temi ritornano anche altrove, legati
dal filo comune della donna, della passione e del peccato che si è
voluto costruire per condannare la fisicità della nostra dimensione.
Quella di Angelo Vullo è quindi (anche ma non solo) una poesia che
tenta di unificare le dimensioni dell’esperienza - uno dei compiti
più alti di ogni seria ed alta operazione poetica.
Mauro Ferrari
* * *
mercoledì
Elthe moi Hermes elthe moi Kyrie
vede il gomitolo non il futuro
lo volge in formule e vede valchirie
io lo vedo lo svolgo e lo misuro
il filo aggrovigliato dentro l’uomo
hanno un logos così noto al poeta
quel kaos (la matassa) e quel glomo
di vasi e nervi: parnaso e grascèta
due fratelli di cui uno divino
convivono in una stessa stanza
Castore e Polluce: cerchio e ellisse
nonostante il medesimo cammino
non si conobbero mai abbastanza
come nel gatto il naso e le vibrisse
* * *
in tasca le noci
Piedi dorati accarezzano l’erba
l’astro s’inchina sui capelli d’oro
offre nettare l’uva più acerba
non ha corna né rivali il toro
acquattati tra i fiori del balcone
conserviamo le noci come ieri
nella tasca (un guscio è testimone)
conservo le tue febbri volentieri
diventeranno bianche le lavande
di fronte al nostro diafano cospetto
e le caviglie facili al gioco
quando mi servirai pane con ghiande
accennerò un mugugno solo un poco
e non per mera forma di rispetto
* * *
organo per i faggi
di Longi
(Buchen Orgel)
si scorre lungo la serpe immota
dalle Rocche al Passo della Zita
il silenzio di gomma della ruota
è tutto quel che la città svampita
(che ci fora il respiro e ce lo arrota)
possa esportare tra fragili dita
tra gente sugherosa e devota
che (per il peso opposto alla salita)
si aggrappa al cielo con le mani aperte
ma fu la parte del peso che sprofonda
(che un po’ ci sfugge con le note basse
di un Magnificat per orecchie esperte)
a far in modo che ci ritornasse
quel che la mano svelta ormai non sonda
Longi, 29 luglio 2006
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21 ottobre 2007
[Federico Hoefer]
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9 dicembre 2007 [Mauro
Ferrari]
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