|
Ci ho messo un po’ di
tempo per capire che quelle parole che scrivevi – appese a spazi
bianchi nella pagina come triste bucato di single al filo degli a
capi frequenti – non fossero palindromi.
Ho rigirato tutte le
frasi, come si fa con i calzini quando li devi rammendare, ma mi
venivano fuori inestricabili sequenze di lettere senza senso.
Allora, mi sono deciso a delibare le parole che tu con sadica
parsimonia sgoccioli sulle pagine. Macchiette di sangue letterario
rappreso, equilibrismi simil-poetici (inizio / fine / sempre senza /
un punto), qualche lampo d’umorismo sottile, come parole udite sul
tram o in un bar. Che ti rimbalzano dentro la testa, accendono
qualche lampadina (vedi alla voce neurone) ed escono. E torna il
buio.
[Ugo Perugini]
www.insolitacommedia.it
- dispacci al vento
Quando ho sfogliato le
prime pagine del libro ho provato un attimo di panico. Poi, leggendo
queste poesie impaginate in forma di haiku, senza alcuna forma di
presunzione, il tratto auto-ironico (descritto correttamente
nell’introduzione dal curatore sul sito della casa editrice) è
emerso veramente, fondendosi con la delicatezza dell’esposizione,
risultato ultimo della lettura del testo. Il panico è stato vinto
strada facendo e l’impressione errata provata all’inizio ha lasciato
il passo ad una lettura e rilettura facile, nel senso della
sua presa e delle sue intenzioni. L’autrice,
blogger chiara e scura , non si è solo divertita a scrivere, ma
ha pure scritto. Cosa rara per un poeta oggi e che possa colpire
anche un distaccato lettore di poesie quale è il sottoscritto.
In realtà le poesie sono la sintesi di un voluto sforzo di
concisione il cui obiettivo è l’essenziale, raggiunto attraverso l’ideale
dell’ideogramma, inserito nel nostro contesto grammaticale e
sintattico senza forzature o ricerca di effetti a sensazione. Niente
orientalismi d’accatto per Esther Grotti. Le poesie fanno parlare il
vissuto dell’autrice che viene sistemato in piccoli cassetti di
scrivanie differenti, senza una connessione apparentemente logica
fra loro. Sembra scartata a priori la ricerca di un concetto
unificante del proprio scrivere come della propria vita, ma ancora
non è chiaro se il rifuto sia premeditato oppure frutto di una
scelta in fieri. Non esiste una “filosofia” che lega i
versi se non quella che li sottende tutti e che compare
nell’elaborazione grafica e stilistica. Sembrerebbe vincere la
voglia di liberarsi dalle sovrastrutture - magari detestate - che
però ci avvincono e ci sorprendono mentre crediamo di esserne
immuni. Le descrizioni degli oggetti e dei sentimenti non richiedono
interpretazioni ma solo abbandono e accettazione di quel tanto di
incomprensibile e immaginifico che ci fa entrare nel mondo intimo
dell’autrice. Il senso del ritorno alle cose e di compenetrazione
con esse è un’esigenza dell’autrice: sfugge alla banalità e non
scade mai nel qualunquismo. Piccole fasi del quotidiano, anche
tecnologico, emergono nella loro nettezza e vengono elaborate per
quello che in realtà sono: parte di noi, senza infigimenti,
esaltazioni o paure anti-moderne. Molto presente è il senso del
pudore nel trattare le cose dell’amore e della fisicità. L’idea
- ci ricorda l’autrice - è già, quando un oggetto è descritto bene
per se stessi.
L’autrice ci consiglia di mangiare carne e dice di non amare le
idee. Forse non ama quelle vengono sciorinate con eccessiva
disinvoltura oggi dove tutto è “filosofia” anche una tecnica di
gioco del pallone. In realtà è questa disinvoltura che ci fa mancare
la terra sotto i piedi. L’autrice lascia in sospeso l’invito a
cercarle, ma sembrerebbe chiedere di astenerci dal commettere gli
errori del passato. La cura e l’antidoto sono tutt’uno: ricominciare
da se stessi.
Il libro è consigliato, anche se aspetto il prossimo.
Libroblog.it
“Appunti /
d'appuntamenti incompiuti / nessun presente / nessun assente /
pace”.
È anche così che
scrive Esther Grotti :
parole usate per indicare e confondere, per evocare e nascondere, a
volte per colpire proprio dove meno te lo aspetti.
Il nero, sulle pagine della poetessa, è minimo rispetto al bianco.
Privilegia la pagina, il vuoto, lo spazio alla descrizione,
all'insegnamento. Ed è un viaggio attorno a modalità inusuali, un
percorso nel quale ogni poesia è come una briciola lasciata sul
sentiero per non perdere i propri passi, per non dimenticare le
proprie radici.
Edito da
Joker nello scorso autunno
Non amo le
idee mangio carne è una raccolta di
poesie che sono lampi di magnesio. A volte folgoranti, sempre capaci
di schiarire le confusioni e le domande quotidiane.
Della scrittura di Esther Grotti
mi piace il suono e la scansione; la quasi assenza di aggettivi, la
costruzione scomposta e sovrapposta che offre un caleidoscopio di
senso. E' trascinante l'ironia che spesso porta sulla soglia del
dramma, ma sempre ritorna alla levità del sorriso. Come ad esempio
con questo verso: “a piangere la morte / crisantemi mangiasi /
che la dieta non finisce”.
Ma Esther Grotti è anche
emozione e striature d'amore. Una poesia da scoprire, da leggere
affinchè le parole, i sentimenti ed i significati riempiano la testa
ed il cuore.
Esther Grotti è nata a
Camaiore. Ama i gatti aranciati, le letture irregolari, i litigi
serali con i gestori di telefonia mobile e non. Scrive per necessità
corporale. [Isabella Moroni]
http://erodiade.splinder.com
mercoledì 8 febbraio 2006
Esther Grotti è nata a Camaiore. Sostiene di amare i gatti
aranciati, le letture irregolari, i litigi serali con i gestori di
telefonia mobile e non, e di scrivere per necessità corporale:
provocatorie e ironiche queste brevi note di se stessa, che ben si
coniugano con il titolo della raccolta di cui ci occupiamo in questa
sede: Non amo le idee mangio carne: del resto è innegabile
che la fisicità del corpo sia uno dei motivi fondanti della
creazione di versi poetici di quasi tutti i poeti: il verbo che si
fa parola. La raccolta della poetessa non è scandita e nessun
componimento ha un titolo e questo potrebbe far scorgere in questo
libro della Grotti una vaga valenza poematica.
La cifra espressiva della poesia di Esther Grotti è riconoscibile
già a una prima lettura ed è giocata su brevità e condensazione
sempre presenti nel corso della raccolta: tutte le composizioni sono
infatti epigrammatiche, costituite da poche parole, a volte anche
cinque o sette, o anche meno: la versificazione è sorvegliata e,
proprio nella sua brevità, trova una forte icasticità e densità
metaforica. Il primo componimento ha qualcosa di programmatico nella
sua crudezza: “cosa racconterai / con i denti del silenzio /
digrignati / che vita fatica”. È una poesia che nasce dal
silenzio, fatta di accensioni e spegnimenti fulminei come schegge
che si inverano sulla pagina, non senza una forte luminosità, un
nitore quasi gridato: “globuli / scorrono / senza / telecomando”
: solo quattro segni sulla pagina, in questa bella composizione
nella quale si trova un forte avvicinamento tra i globuli,
presumibilmente quelli del sangue, quindi di un elemento corporeo,
vivente, e la natura inerte, tecnologica del telecomando che è anche
un oggetto complesso: questa poesia fa riflettere sul fatto che il
corpo umano non possa essere telecomandato, quindi anche la natura
umana non può essere guidata da elementi non naturali, anche
se pulsanti di vita artificiale. C’è, a volte, una vena paradossale
in questi versi quando la poetessa dice: - “abolisco versi / per
una sedia” -: c’è qui una vena ironica che riflette su se
stessa: in questo caso, la sedia di cui si parla rimanda a molti
significati, quasi possa restituirci una dimensione concreta della
vita, come correlativo oggettivo: e il parlare di versi e sedia,
crea un contrasto, una evocatività notevole, un ipersegno fertile
anche se racchiuso in quattro parole.
Il lettore non potrà non restare colpito dalla capacità di
raggiungere - per un’azione di depurazione - una forma esatta e
leggera, come elemento costante di questa raccolta che costituisce
una vera sorpresa anche per il critico di poesia. C’è anche presente
il tema del dolore: - “strozza / la tristezza / avita al vuoto /
impeccabilmente” -; si parlava della forte presenza di controllo
a livello stilistico e formale in questi versi; prendendo in
considerazione queste poesie, paragonabili, ma solo per la loro
brevità, agli haiku, tipico esempio di poesia giapponese, c’è da
dire che, anche a livello emotivo, a proposito proprio del dolore,
c’è ugualmente, un forte controllo: la poetessa non si geme mai
addosso, ma, per usare un termine psicoanalitico, sublima la
sofferenza (e lo dice lei stessa nel verso finale,
impeccabilmente).
Si potrebbe dire che ogni breve componimento della raccolta
costituisca una piccola ma incandescente tessera musiva di un’opera
più vasta, di un vero e proprio mosaico di parole mosaico-poema,
ogni parte fa parte di un tutto più vasto ed è insostituibile: le
parti e il tutto sono inscindibili tra loro, nonostante l’incontroversibile
eterogeneità di ogni singolo componimento rispetto ad un altro.
Tuttavia si può parlare di mosaico non solo per il comune
denominatore dei componimenti, che è la loro unica e veramente
originale estrema brevità: a crearne l’unitarietà è anche lo stabile
tono scabro ed essenziale e del tutto antilirico.
C’è in questi versi una concentrazione assoluta verso i nuclei
ideazionali del pensiero, più che verso le immagini: la carne si fa
pensiero e il pensiero si fa carne, in un rapporto reciproco
inscindibile. A volte c’è la presenza di un tu come in questa
poesia: “mi dici / il sole / certo / hai occhi chiusi /”.
Questa poesia è un valido esempio di compattezza formale, come tutte
le altre poesie, del resto. C’è anche il sole, dunque, un elemento
positivo, però gli occhi sono chiusi: è preclusa ogni speranza,
tranne quella di un esercizio di conoscenza.
“Inizio / fine
/ senza un punto”:
questa poesia presenta un’altra tendenza della nostra autrice,
quella di una forte tensione mentale: nei versi citati ciò avviene
in modo evidente, ma in tutto il libro è costante tale inclinazione.
[Raffaele Piazza]
0 |