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i libri

Esther Grotti

Non amo le idee

mangio carne

ISBN 88-7536-053-7

2005

pp. 80

cm 12x21

€ 11,00

 

L'autore

I testi

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L'autore

Esther Grotti è nata a Camaiore (Lucca), il 16 luglio 1969 († data e luogo ancora da concordare). Ama i gatti aranciati, le letture irregolari, i litigi serali con i gestori di telefonia mobile e non. Scrive per necessità corporale.

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I testi

La cifra espressiva della poesia di Esther Grotti è riconoscibile già a una superficiale lettura, ed è giocata su brevità e condensazione sempre condite di una forte dose di distanziamento auto-ironico: con pochi rapidi tratti, in versi scarni ed essenziali, l’Autrice costruisce una convincente formula espressiva che, scartando ogni ipotesi di sviluppo sintattico, mantiene solo echi di melopea soprattutto nelle non rare allitterazioni: c’è quindi una concentrazione assoluta verso i nuclei ideazionali del pensiero più che verso le immagini, il che avvicina questa poesia alla concisione dell’haiku piuttosto che all’asciuttezza di certi esiti imagisti e alla sentenziosità della scrittura gnomico-aforistica - fatta salva la rinuncia, nella poetessa toscana, a qualsivoglia gabbia formale.
Il lettore non potrà non restare colpito e ammirato dalla capacità di raggiungere - per un’azione di depurazione tanto strenua da non poter non additare una sofferta ma forte eticità di fondo - il residuo ultimo («Knorr esistenziale») di una esperienza del mondo ricca e varia pur se a-sistematica e a-metodica: in questo, del tutto in linea con il nostro tempo.

                                                                                                       Mauro Ferrari

 

* * *

 

globuli
scorrono
senza
telecomando
 

* * *

 

fame
so lo stomaco bazzicare
vicino al cuore

 

* * *

 

consumato
il tempo di felicità
a sua disposizione
e non è ricaricabile

 

* * *

 

restringo le esperienze
un Knorr esistenziale

 

* * *

 

in bilico
tra la frittura
e la scrittura

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Recensioni

 

Ci ho messo un po’ di tempo per capire che quelle parole che scrivevi – appese a spazi bianchi nella pagina come triste bucato di single al filo degli a capi frequenti – non fossero palindromi.

Ho rigirato tutte le frasi, come si fa con i calzini quando li devi rammendare, ma mi venivano fuori inestricabili sequenze di lettere senza senso. Allora, mi sono deciso a delibare le parole che tu con sadica parsimonia sgoccioli sulle pagine. Macchiette di sangue letterario rappreso, equilibrismi simil-poetici (inizio / fine / sempre senza / un punto), qualche lampo d’umorismo sottile, come parole udite sul tram o in un bar. Che ti rimbalzano dentro la testa, accendono qualche lampadina (vedi alla voce neurone) ed escono. E torna il buio.

[Ugo Perugini]

 

 

www.insolitacommedia.it - dispacci al vento

 

Quando ho sfogliato le prime pagine del libro ho provato un attimo di panico. Poi, leggendo queste poesie impaginate in forma di haiku, senza alcuna forma di presunzione, il tratto auto-ironico (descritto correttamente nell’introduzione dal curatore sul sito della casa editrice) è emerso veramente, fondendosi con la delicatezza dell’esposizione, risultato ultimo della lettura del testo. Il panico è stato vinto strada facendo e l’impressione errata provata all’inizio ha lasciato il passo ad una lettura e rilettura facile, nel senso della sua presa e delle sue intenzioni. L’autrice, blogger chiara e scura , non si è solo divertita a scrivere, ma ha pure scritto. Cosa rara per un poeta oggi e che possa colpire anche un distaccato lettore di poesie quale è il sottoscritto.
In realtà le poesie sono la sintesi di un voluto sforzo di concisione il cui obiettivo è l’essenziale, raggiunto attraverso l’ideale dell’ideogramma, inserito nel nostro contesto grammaticale e sintattico senza forzature o ricerca di effetti a sensazione. Niente orientalismi d’accatto per Esther Grotti. Le poesie fanno parlare il vissuto dell’autrice che viene sistemato in piccoli cassetti di scrivanie differenti, senza una connessione apparentemente logica fra loro. Sembra scartata a priori la ricerca di un concetto unificante del proprio scrivere come della propria vita, ma ancora non è chiaro se il rifuto sia premeditato oppure frutto di una scelta in fieri. Non esiste una “filosofia” che lega i versi se non quella che li sottende tutti e che compare nell’elaborazione grafica e stilistica. Sembrerebbe vincere la voglia di liberarsi dalle sovrastrutture - magari detestate - che però ci avvincono e ci sorprendono mentre crediamo di esserne immuni. Le descrizioni degli oggetti e dei sentimenti non richiedono interpretazioni ma solo abbandono e accettazione di quel tanto di incomprensibile e immaginifico che ci fa entrare nel mondo intimo dell’autrice. Il senso del ritorno alle cose e di compenetrazione con esse è un’esigenza dell’autrice: sfugge alla banalità e non scade mai nel qualunquismo. Piccole fasi del quotidiano, anche tecnologico, emergono nella loro nettezza e vengono elaborate per quello che in realtà sono: parte di noi, senza infigimenti, esaltazioni o paure anti-moderne. Molto presente è il senso del pudore nel trattare le cose dell’amore e della fisicità. L’idea - ci ricorda l’autrice - è già, quando un oggetto è descritto bene per se stessi.
L’autrice ci consiglia di mangiare carne e dice di non amare le idee. Forse non ama quelle vengono sciorinate con eccessiva disinvoltura oggi dove tutto è “filosofia” anche una tecnica di gioco del pallone. In realtà è questa disinvoltura che ci fa mancare la terra sotto i piedi. L’autrice lascia in sospeso l’invito a cercarle, ma sembrerebbe chiedere di astenerci dal commettere gli errori del passato. La cura e l’antidoto sono tutt’uno: ricominciare da se stessi.
Il libro è consigliato, anche se aspetto il prossimo.

 

 

   Libroblog.it

 

“Appunti / d'appuntamenti incompiuti / nessun presente / nessun assente / pace”.

È anche così che scrive Esther Grotti : parole usate per indicare e confondere, per evocare e nascondere, a volte per colpire proprio dove meno te lo aspetti.
Il nero, sulle pagine della poetessa, è minimo rispetto al bianco. Privilegia la pagina, il vuoto, lo spazio alla descrizione, all'insegnamento. Ed è un viaggio attorno a modalità inusuali, un percorso nel quale ogni poesia è come una briciola lasciata sul sentiero per non perdere i propri passi, per non dimenticare le proprie radici.

Edito da Joker nello scorso autunno Non amo le idee mangio carne è una raccolta di poesie che sono lampi di magnesio. A volte folgoranti, sempre capaci di schiarire le confusioni e le domande quotidiane.
Della scrittura di Esther Grotti mi piace il suono e la scansione; la quasi assenza di aggettivi, la costruzione scomposta e sovrapposta che offre un caleidoscopio di senso. E' trascinante l'ironia che spesso porta sulla soglia del dramma, ma sempre ritorna alla levità del sorriso. Come ad esempio con questo verso: “a piangere la morte / crisantemi mangiasi / che la dieta non finisce”.
Ma Esther Grotti è anche emozione e striature d'amore. Una poesia da scoprire, da leggere affinchè le parole, i sentimenti ed i significati riempiano la testa ed il cuore.
Esther Grotti è nata a Camaiore. Ama i gatti aranciati, le letture irregolari, i litigi serali con i gestori di telefonia mobile e non. Scrive per necessità corporale. [Isabella Moroni]

 

 

 

http://erodiade.splinder.com  mercoledì 8 febbraio 2006

 

Esther Grotti è nata a Camaiore. Sostiene di amare i gatti aranciati, le letture irregolari, i litigi serali con i gestori di telefonia mobile e non, e di scrivere per necessità corporale: provocatorie e ironiche queste brevi note di se stessa, che ben si coniugano con il titolo della raccolta di cui ci occupiamo in questa sede: Non amo le idee mangio carne: del resto è innegabile che la fisicità del corpo sia uno dei motivi fondanti della creazione di versi poetici di quasi tutti i poeti: il verbo che si fa parola. La raccolta della poetessa non è scandita e nessun componimento ha un titolo e questo potrebbe far scorgere in questo libro della Grotti una vaga valenza poematica.

La cifra espressiva della poesia di Esther Grotti è riconoscibile già a una prima lettura ed è giocata su brevità e condensazione sempre presenti nel corso della raccolta: tutte le composizioni sono infatti epigrammatiche, costituite da poche parole, a volte anche cinque o sette, o anche meno: la versificazione è sorvegliata e, proprio nella sua brevità, trova una forte icasticità e densità metaforica. Il primo componimento ha qualcosa di programmatico nella sua crudezza: “cosa racconterai / con i denti del silenzio / digrignati / che vita fatica”. È una poesia che nasce dal silenzio, fatta di accensioni e spegnimenti fulminei come schegge che si inverano sulla pagina, non senza una forte luminosità, un nitore quasi gridato: “globuli / scorrono / senza / telecomando” : solo quattro segni sulla pagina, in questa bella composizione nella quale si trova un forte avvicinamento tra i globuli, presumibilmente quelli del sangue, quindi di un elemento corporeo, vivente, e la natura inerte, tecnologica del telecomando che è anche un oggetto complesso: questa poesia fa riflettere sul fatto che il corpo umano non possa essere telecomandato, quindi anche la natura umana non può essere guidata da elementi non naturali, anche se pulsanti di vita artificiale. C’è, a volte, una vena paradossale in questi versi quando la poetessa dice: - “abolisco versi / per una sedia” -: c’è qui una vena ironica che riflette su se stessa: in questo caso, la sedia di cui si parla rimanda a molti significati, quasi possa restituirci una dimensione concreta della vita, come correlativo oggettivo: e il parlare di versi e sedia, crea un contrasto, una evocatività notevole, un ipersegno fertile anche se racchiuso in quattro parole.

Il lettore non potrà non restare colpito dalla capacità di raggiungere - per un’azione di depurazione - una forma esatta e leggera, come elemento costante di questa raccolta che costituisce una vera sorpresa anche per il critico di poesia. C’è anche presente il tema del dolore: - “strozza / la tristezza / avita al vuoto / impeccabilmente” -; si parlava della forte presenza di controllo a livello stilistico e formale in questi versi; prendendo in considerazione queste poesie, paragonabili, ma solo per la loro brevità, agli haiku, tipico esempio di poesia giapponese, c’è da dire che, anche a livello emotivo, a proposito proprio del dolore, c’è ugualmente, un forte controllo: la poetessa non si geme mai addosso, ma, per usare un termine psicoanalitico, sublima la sofferenza (e lo dice lei stessa nel verso finale, impeccabilmente).

Si potrebbe dire che ogni breve componimento della raccolta costituisca una piccola ma incandescente tessera musiva di un’opera più vasta, di un vero e proprio mosaico di parole mosaico-poema, ogni parte fa parte di un tutto più vasto ed è insostituibile: le parti e il tutto sono inscindibili tra loro, nonostante l’incontroversibile eterogeneità di ogni singolo componimento rispetto ad un altro. Tuttavia si può parlare di mosaico non solo per il comune denominatore dei componimenti, che è la loro unica e veramente originale estrema brevità: a crearne l’unitarietà è anche lo stabile tono scabro ed essenziale e del tutto antilirico.

C’è in questi versi una concentrazione assoluta verso i nuclei ideazionali del pensiero, più che verso le immagini: la carne si fa pensiero e il pensiero si fa carne, in un rapporto reciproco inscindibile. A volte c’è la presenza di un tu come in questa poesia: “mi dici / il sole / certo / hai occhi chiusi /”. Questa poesia è un valido esempio di compattezza formale, come tutte le altre poesie, del resto. C’è anche il sole, dunque, un elemento positivo, però gli occhi sono chiusi: è preclusa ogni speranza, tranne quella di un esercizio di conoscenza.

“Inizio / fine / senza un punto”: questa poesia presenta un’altra tendenza della nostra autrice, quella di una forte tensione mentale: nei versi citati ciò avviene in modo evidente, ma in tutto il libro è costante tale inclinazione. [Raffaele Piazza]

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