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Marco Magnone è nato
ad Asti nel 1981. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, nel
2000 si iscrive alla Scuola Holden di Alessandro Baricco a Torino,
che frequenta, contemporaneamente all’università, fino al 2001.
Nel 2004 si laurea in Studi Internazionali all’Università di Torino
con una tesi di storia contemporanea, sull’interculturalità a Porta
Palazzo, Torino, nel corso del Novecento.
Nel 2005 organizza e tiene per conto della Biblioteca Astense ad
Asti la prima edizione del laboratorio di scrittura creativa, “Nuvolaria”,
rivolto alle scuole superiori. Inoltre inizia a collaborare con
alcune riviste, tra cui L’Indice e Culture.
Successivamente prosegue i suoi studi a Berlino, dove studia
Germanistica e Storia Con-temporanea. Qui partecipa, unico italiano,
ad un workshop di poesia organizzato dalla Literaturwerkstatt tenuto
dalla poetessa Sylvia Krupicka, e collabora con l’Ufficio Culturale
dell’Ambasciata Italiana.
Di ritorno in Italia, laureando nella Facoltà di Culture Moderne e
Comparate presso l’Universi-tà di Torino, è attualmente impegnato
nella realizzazione del progetto Veló: recitals originali,
con testi tratti dalla presente raccolta, e musiche realizzate dal
chitarrista vercel-lese Claudio Fassio.
Tutti i testi raccolti in questa silloge sono stati scritti tra il
2003 ed il 2005.
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Sono molte le voci
poetiche che, fra sperimentalismo e incessante esigenza di
sincerità, hanno instaurato con i lettori un rapporto di
reciprocità, alternativamente ambiguo e autentico. Fra queste alcuni
grandi nomi della poesia contemporanea. Un «esperimento» non sempre
riuscito; e un gioco non facile, quello di convincere mediante
un’elegante franchezza, che ha regole complesse, ancora tutte da
scrivere. Ciò nonostante, la critica ha spesso presentato come
esempi di alta scuola coloro che, frullando la tradizione con gli
attualissimi elettrodomestici letterari, hanno fondato la
nouvelle cuisine della poesia.
A volte però, accade d’imbattersi in realtà di nicchia dove la forza
della sincerità, unitamente all’estro, appaiono più che mai
convincenti quando inquadrati nei giochi di forza della
comunicazione concreta. È questa la linea di Naturale levitare
di Marco Magnone, fin dal titolo mediazione tra l’arditezza del volo
linguistico e la naturalezza con la quale gli artifici si posano sul
discorso. Una poesia che si stacca argutamente da terra senza
perdere la rotta e senza inutili rischi di caduta nel vuoto
accennato, incentrata sul contrasto tra lingua e contenuto, in un
rimando di specchi in cui l’una insegue l’altro o viceversa: «Mica
siamo la società, qua / non c’è non c’è, e s’annusa / nessun altra
malattia... siamo a Scandeluzza, qua sì» (Provinciale, p.
29). La naturalezza non viene meno anche quando si misura con temi
complessi come quello amoroso e con la forma, libera ma altrettanto
difficile, della preghiera: «Padrone – nostro – l’oro da solo... Del
dolce suo acre prendo a dubitare ora, solo» (‘grumo, p. 14).
Due lampi per un libro in forza, in crescendo. Fra i tanti, troppi
party letterari preceduti da inviti alla lettura, il mio invito è a
prendere parte a una poesia dove per entrare non servano inviti
scritti.
Cesare Oddera
* * *
‘grumo
Padrone – nostro – l’oro da solo, ancora terra
tagliava in giorno. E quella sera là, Carnevale
Cacciatore, troppo svelto fin dentro. Sua la bestia
troppo facile, silenzio: terra! Dura terra bastarda.
Uomo bambino, tanto goloso che, molti da molte
già vuotate le case le notti, saluto amaro medesimo –
Rancido ‘rancio, ‘grumo duro.
Altri ad interrogarle le notti, notti rancide
notti molli, gli occhi pesanti assenti lucidi
ancora in disparte io, a sbucciare la mia ‘rancia
scarti alle braci al fuoco, di me ch’ odore lascia
in scorza, graffia ancora la polpa i suoi grumi.
Del dolce suo acre prendo a dubitare ora, solo –
Ora rancida, in fondo.
* * *
Provinciale
Mica siamo la società, qua
non c’è non c’è, e s’annusa
nessun’altra malattia, tra
la vigna, e il mulino, qua
siamo a Scandeluzza, qua sì.
– scandeluzza, scandeluzzo –
Oltre Tonco, in mezzo Rinco
e Frinco, anch’io rinco
e Baldichieri, baldieri
Montichieri, molticiglio
per miglio, chiarotiglio
Cinaglio e, solo ora ciniglio
per Montiglio e Monte chiaro
molto chiaro ecco, tutto qua.
Aspettiamo questa notte
qui, l’inverno entra
non bussa, non tace
ma siede, e fa festa
qui che zitti stiamo
stretti alla luna
di bachi e di seta
non siamo quella là
vostra sola, micarealtà.
* * *
Sulla via di seta
Un foro nel muro
mi mostra cruda
sul fondo della nave
uno scheletro di legno
la mia valigia s’è persa
poco oltre la porta
il sentiero di mare
troppo buio per la caccia
la mattina l’ora non mente
così mi consolo, qui seduta
canto, nuda tra gli scogli
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