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Postfazione
di
Cinzia Caputo
In questa nuova raccolta dell’eclettica Tullia si incontrano
ritratti di Donne, volti pieni ed amari di chi – è
vero – è passato ma ha lasciato tracce profonde:
«Ha preso la veste di Eleonora / la dignitosa, /
venuta dalla terra del limite, / tra l’Atlantico e il Tago...».
Limen è passaggio e nel
contempo durata, eternità della traccia scritta, della voce
alzata, dell’impegno e del coraggio di andare fino in fondo
(«Gli scrisse una lettera. / Parole fatte
d’alga / di fiumi risaliti, derive. / Virginia
affrontò l’acqua, / i suoi gorghi (...) / Lo
lasciò / rannicchiato in un angolo, / né uomo
né bambino / e la sua anima, / intera»).
Il limite è un orlo o il vertice di un triangolo o un
segnale di pericolo ed implica sempre e comunque, dopo una stasi di
riflessione, una scelta: o di qui, o di là, una decisione.
Il “Limite”, come nella poesia di Heaney,
è anche il dio del mucchio di pietre, qualsiasi immagine
che, divergendo nel paesaggio sia in verticale che in
profondità, comunica la propria diversità. Va da
sé che il “limite del limite”
è la sinfonia di pause che registriamo in questo libro, esso
stesso limen, così come limina sono le cesure tra testo e
testo. Questa è la parola profonda e incisiva,
sull’orlo del limite che ci lascia l’autrice:
«Del gesto ti occupi / il mimino gesto /
dell’anima in moto. / Dell’increspatura / prodotta
dal vento, / dell’accaduto, / dell’evento. (...) /
Indaghi forse / il motivo, la causa, / l’origine del
movimento? Della morte / vedi il seme? / Analizzi la lacrima, i
solchi…». Questa dichiarazione di
poetica ci dice altresì che il limen non è
ciò che ancora non conosciamo ma l’inconoscibile,
ciò che sta al di là di se stesso come il morire,
assunto a evento e seme da far cadere nel solco del senso.
Ciò significa anche andare e tornare ogni volta verso un
nuovo ostacolo-limite, staccarsi (dis-taccarsi) ogni volta per poi
ricominciare, ripartire sempre: «S’aprirà
in un sonno, / come ogni volta, / la via per la partenza»
e con la stessa passione: «Lo sai, dimmi, /
ucciderai ciò che ami. / Quello che più / ti
entrò nel cuore, / ciò che avevi / caricato nel
sangue».
Così ci si apre alla ferita della vita che sanguina e che
macina perdite, separazioni, addii: «il segno
aperto, / il morso sulla pelle, / il taglio / che ci sarebbe
stato…». L’addio è
un confine esso stesso e può avere un volto ed essere come
quello di un dio, che diventa idolo e per questo si è
costretti ad abbatterlo. «Ritorno ora, / sangue
immobile, / offeso dalla ragione. // Ma il lutto rimane. //
Lì devi colpire, / abbattere l’idolo».
È il dolore della crescita che ci stringe la cinta della
solitudine per ritrovare se stessi. «Qualsiasi
acquisizione sul piano dell’essere comporta una perdita»
scrive Chiara Zamboni. Imparando a parlare si perde la
felicità di un rapporto puramente viscerale; imparando a
scrivere si perde la pienezza di una comunicazione fondata sulla voce e
sul gesto. Ad ogni acquisizione qualcosa si perde: «È
chiaro che dell’amore / ci dobbiamo liberare // da questa
cecità malata / dalla lenta affannosa ora // che trasfigura
il mondo / e ci addolora»; «Mi riconsegni / a
ciò che sono, / e non lo sai. / Mi allontanai, / persi la
strada, / imparavo / dalle notti insonni».
Una donna che scrive conosce il suo luogo di nascita, ricalca
l’archetipo originario, l’evento iniziale che getta
gli esseri fuori e li fa esistere. È dal mondo materno che
la ferita proviene, la ferita dello strappo che mai può
essere rimarginato, quel piacere immenso del bambino immerso nella
totalità del corpo-voce materna a cui mai più si
torna, al balbettio certo, presillaba che tutto contiene e da cui pure
sembra che l’autrice voglia allontanarsi, partire per non
lasciarsi affondare, per non soccombere al “nome”
che pure è causa della separazione:
(Ma cos’è?/
È la ferita alla bocca dell’utero/
graffio mai rimarginato/
da cui salgono sospiri che la tentano?/
È la ferita la causa di tutto?)
Eppure l’amore che qui si canta, il ritmo di Tullia, non
è ritmo primario, non ci riporta alla lingua materna, ma a
quella paterna, perché ha in sé già
tutta la melodia del canto: «Di quel doppio /
prevalse infine / il canto (…) // Smarrito / il solco /
perduto il senso»; «Sono esplose
/ le pareti del tempo / padre da cui venni / ignota (...) // Lento
disfarsi / della tua anima // della mia / storia».
La ricerca è quella dell’origine, del vero nome,
dell’essere nominati per venire al mondo, del nome del padre
per sentire di appartenere alla Storia: «Le diedero
un nome, / nel solco / si mosse: // argini, i limiti d’un
suono. (...) // le consonanti, / vocali inesplose // nel tutto /
opprimente, // nel niente. // La terra aspra / venne dopo, //
nell’approdo al vero nome».
Il lavoro è ancora tutto da compiere, il cammino della
costruzione di sé è ancora da fare, Tullia lo sa
e riprende sempre in mano il filo che perde, ma non la trama
sull’ordito: «Non bastò /
ripartire / rifare l’esistente / nuovamente»,
e si domanda come ci si può disfare di quello che si
è intrecciato di sé con l’altro, per
scoprire sgomenta che è proprio lei che lascia cadere le
perle dai fili di un sogno sbiadito («Svanito quel
sogno/ sfumai/ e le tue mani/ sbrogliarono fili/ abilmente»).
È così che forse si inciampa in un perdono, come
ci dice l’autrice che lascia cadere l’intransigenza
e la severità giovanile per lasciare posto al gioco
dell’uno e dei molti, alla doppiezza mercuriale degli opposti
che si sposano nella poesia («Ricordi / quanta paura
/ in questa / conoscenza? (...) // l’impossibile
complessità / d’esser uno / e doppio»)
senza per questo mai rinunciare alla sacralità della ricerca
della stabilità nelle coerenza dei sentimenti, nella
volontà della forma e del peso da dare alle parole che
sostengono nonostante la consapevolezza piena della totale
instabilità e precarietà nella quale siamo
immersi.
(...)
ti veglio, ravvio
l’onda del sonno, t’invito
a dire,
a non credere facile
il giorno, a non fidarti mai
del momento,
ad annodare le gioie, farne
intrecci sapienti, forme solide
per l’anima sola,
ti dico rispondi allo sguardo,
quando è limpido e fermo
(...)
* * *
Virginia Woolf
Gli scrisse una lettera.
Parole fatte d’alga
di fiumi risaliti, derive.
Virginia affrontò l’acqua,
i suoi gorghi.
Per sempre, mio amore,
per sempre,
l’onda dall’abbraccio tenue,
dolce come il tuo abbraccio,
felice
come le tue mani.
Lo lasciò
rannicchiato in un angolo,
né uomo né bambino
e la sua anima,
intera.
* * *
Vivere è sbagliare
Noi siamo l’errore
Un errore chiamato
Coi nomi del tempo
Noi siamo l’errore,
Noi,
Che lo diciamo.
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