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i libri

Tullia Bartolini

 

Limen

2008

ISBN 978-88-7536-165-5

pp. 80

cm 12x21

€ 11,00

 

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L'autore

Tullia Bartolini è nata a Benevento nel 1965.
Laureata in giurisprudenza, giornalista pubblicista, nel 1989 esordisce in poesia con Puledra Tracia (Ed. Forum, Forlì), cui segue Terzo genere (Ed. NCE, Forlì); in prosa ha pubblicato il romanzo breve Passaggi (Ed. Forum, Forlì), e la raccolta di racconti L’Incantatore (Ed. Off/Set Grafica), risultato finalista al premio Il Portone di Pisa.
Per il teatro, ha dato alle stampe Bellezza Orsini/Strea (Ed. Guida, Napoli).
Numerosi i suoi testi teatrali rappresentati: Deserére (2004), Guardiani d’Oltretomba (2006, Malleus Maleficarum (2007), Strea-strana storia di una donna comune (2007).

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I testi

 

Postfazione
di Cinzia Caputo

In questa nuova raccolta dell’eclettica Tullia si incontrano ritratti di Donne, volti pieni ed amari di chi – è vero – è passato ma ha lasciato tracce profonde: «Ha preso la veste di Eleonora / la dignitosa, / venuta dalla terra del limite, / tra l’Atlantico e il Tago...».
Limen è passaggio e nel contempo durata, eternità della traccia scritta, della voce alzata, dell’impegno e del coraggio di andare fino in fondo («Gli scrisse una lettera. / Parole fatte d’alga / di fiumi risaliti, derive. / Virginia affrontò l’acqua, / i suoi gorghi (...) / Lo lasciò / rannicchiato in un angolo, / né uomo né bambino / e la sua anima, / intera»).
Il limite è un orlo o il vertice di un triangolo o un segnale di pericolo ed implica sempre e comunque, dopo una stasi di riflessione, una scelta: o di qui, o di là, una decisione. Il “Limite”, come nella poesia di Heaney, è anche il dio del mucchio di pietre, qualsiasi immagine che, divergendo nel paesaggio sia in verticale che in profondità, comunica la propria diversità. Va da sé che il “limite del limite” è la sinfonia di pause che registriamo in questo libro, esso stesso limen, così come limina sono le cesure tra testo e testo. Questa è la parola profonda e incisiva, sull’orlo del limite che ci lascia l’autrice: «Del gesto ti occupi / il mimino gesto / dell’anima in moto. / Dell’increspatura / prodotta dal vento, / dell’accaduto, / dell’evento. (...) / Indaghi forse / il motivo, la causa, / l’origine del movimento? Della morte / vedi il seme? / Analizzi la lacrima, i solchi…». Questa dichiarazione di poetica ci dice altresì che il limen non è ciò che ancora non conosciamo ma l’inconoscibile, ciò che sta al di là di se stesso come il morire, assunto a evento e seme da far cadere nel solco del senso. Ciò significa anche andare e tornare ogni volta verso un nuovo ostacolo-limite, staccarsi (dis-taccarsi) ogni volta per poi ricominciare, ripartire sempre: «S’aprirà in un sonno, / come ogni volta, / la via per la partenza» e con la stessa passione: «Lo sai, dimmi, / ucciderai ciò che ami. / Quello che più / ti entrò nel cuore, / ciò che avevi / caricato nel sangue».
Così ci si apre alla ferita della vita che sanguina e che macina perdite, separazioni, addii: «il segno aperto, / il morso sulla pelle, / il taglio / che ci sarebbe stato…». L’addio è un confine esso stesso e può avere un volto ed essere come quello di un dio, che diventa idolo e per questo si è costretti ad abbatterlo. «Ritorno ora, / sangue immobile, / offeso dalla ragione. // Ma il lutto rimane. // Lì devi colpire, / abbattere l’idolo». È il dolore della crescita che ci stringe la cinta della solitudine per ritrovare se stessi. «Qualsiasi acquisizione sul piano dell’essere comporta una perdita» scrive Chiara Zamboni. Imparando a parlare si perde la felicità di un rapporto puramente viscerale; imparando a scrivere si perde la pienezza di una comunicazione fondata sulla voce e sul gesto. Ad ogni acquisizione qualcosa si perde: «È chiaro che dell’amore / ci dobbiamo liberare // da questa cecità malata / dalla lenta affannosa ora // che trasfigura il mondo / e ci addolora»; «Mi riconsegni / a ciò che sono, / e non lo sai. / Mi allontanai, / persi la strada, / imparavo / dalle notti insonni».
Una donna che scrive conosce il suo luogo di nascita, ricalca l’archetipo originario, l’evento iniziale che getta gli esseri fuori e li fa esistere. È dal mondo materno che la ferita proviene, la ferita dello strappo che mai può essere rimarginato, quel piacere immenso del bambino immerso nella totalità del corpo-voce materna a cui mai più si torna, al balbettio certo, presillaba che tutto contiene e da cui pure sembra che l’autrice voglia allontanarsi, partire per non lasciarsi affondare, per non soccombere al “nome” che pure è causa della separazione:

(Ma cos’è?/
È la ferita alla bocca dell’utero/
graffio mai rimarginato/
da cui salgono sospiri che la tentano?/
È la ferita la causa di tutto?)

Eppure l’amore che qui si canta, il ritmo di Tullia, non è ritmo primario, non ci riporta alla lingua materna, ma a quella paterna, perché ha in sé già tutta la melodia del canto: «Di quel doppio / prevalse infine / il canto (…) // Smarrito / il solco / perduto il senso»; «Sono esplose / le pareti del tempo / padre da cui venni / ignota (...) // Lento disfarsi / della tua anima // della mia / storia».
La ricerca è quella dell’origine, del vero nome, dell’essere nominati per venire al mondo, del nome del padre per sentire di appartenere alla Storia: «Le diedero un nome, / nel solco / si mosse: // argini, i limiti d’un suono. (...) // le consonanti, / vocali inesplose // nel tutto / opprimente, // nel niente. // La terra aspra / venne dopo, // nell’approdo al vero nome».
Il lavoro è ancora tutto da compiere, il cammino della costruzione di sé è ancora da fare, Tullia lo sa e riprende sempre in mano il filo che perde, ma non la trama sull’ordito: «Non bastò / ripartire / rifare l’esistente / nuovamente», e si domanda come ci si può disfare di quello che si è intrecciato di sé con l’altro, per scoprire sgomenta che è proprio lei che lascia cadere le perle dai fili di un sogno sbiadito («Svanito quel sogno/ sfumai/ e le tue mani/ sbrogliarono fili/ abilmente»).
È così che forse si inciampa in un perdono, come ci dice l’autrice che lascia cadere l’intransigenza e la severità giovanile per lasciare posto al gioco dell’uno e dei molti, alla doppiezza mercuriale degli opposti che si sposano nella poesia («Ricordi / quanta paura / in questa / conoscenza? (...) // l’impossibile complessità / d’esser uno / e doppio») senza per questo mai rinunciare alla sacralità della ricerca della stabilità nelle coerenza dei sentimenti, nella volontà della forma e del peso da dare alle parole che sostengono nonostante la consapevolezza piena della totale instabilità e precarietà nella quale siamo immersi.

(...)
ti veglio, ravvio
l’onda del sonno, t’invito

a dire,

a non credere facile
il giorno, a non fidarti mai

del momento,

ad annodare le gioie, farne
intrecci sapienti, forme solide

per l’anima sola,

ti dico rispondi allo sguardo,
quando è limpido e fermo
(...)

 

 

* * *

 

Virginia Woolf


Gli scrisse una lettera.
Parole fatte d’alga
di fiumi risaliti, derive.
Virginia affrontò l’acqua,
i suoi gorghi.

Per sempre, mio amore,
per sempre,
l’onda dall’abbraccio tenue,
dolce come il tuo abbraccio,
felice
come le tue mani.

Lo lasciò
rannicchiato in un angolo,
né uomo né bambino
e la sua anima,
intera.

 

* * *

 

Vivere è sbagliare
Noi siamo l’errore
Un errore chiamato
Coi nomi del tempo

Noi siamo l’errore,
Noi,
Che lo diciamo.

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