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Prefazione
Accade abbastanza di frequente, ormai, che la chiamata
della poesia alzi l’indice su persone da questo punto di
vista insospettabili, talvolta per così dire importanti, e
che la doppia vita che ne deriva scopra in realtà la
metà del volto nascosta su un bisogno di resistenza al tempo
e alle regole che la responsabilità quotidiana pone
implacabilmente sul tavolo di lavoro. Fin qui si potrebbe dire che
c’è una storia, per lo più sommersa, di
spinte alla liberazione delle quali sono
protagonisti ceti intellettuali che sembrerebbero stabilmente formati
in altre direzioni, e rispetto ai quali più di una volta ci
è venuto in mente di chiederci il perché di tanta
uscita all’aperto. All’aperto di che cosa? del
ritmo, dell’ellissi, dei precipizi dell’a-capo,
dell’irrazionalità della metafora,
dell’esposizione all’alea paramentale della
distorsione logica, della via storta alla conoscenza, e così
via. Ma allora si potrebbe aggiungere che il popolo poeticamente
alfabetizzato sta divenendo un esercito sempre più
incontenibile, e che occorre con urgenza ristabilire un equilibrio
conseguibile grazie all’accertamento delle credenziali. La
linea di demarcazione tra chi il poeta lo fa e chi realmente lo
è passa dunque, credo, attraverso una gola di ardua
praticabilità. In questo stretto passaggio di resistenza
termopilea la persona di Stefano Vitale sta transitando a testa alta.
Ormai non propriamente debuttante, egli ha esordito nel solco di una
giudiziosa maturità anagrafica e sono convinto che il
fervore insolito del suo scenario produttivo in questi ultimissimi anni
sia il frutto di due forze convergenti: la scoperta un po’
ansiosa di una vocazione con la rispettabile coscienza di doversi
confrontare con le sezioni generazionali della categoria; e quel tipo
di sfida quantitativa che è un prodotto
diretto del sistema globale di formazione dei beni e delle merci e che
è ormai visibilmente alla base delle forme nuove della competizione.
I famosi tre-quattro libri di una vita, che hanno piantato bandiere
salde e educative in cima al canone del secolo breve, oggi farebbero
sorridere: in quei due-tre lustri di distanza tra una comparsa e
l’altra la società dello spettacolo
dimenticherebbe anche lo Shakespeare del nostro tempo. Vitale ne
è consapevole, come è però consapevole
anche di un’altra cosa: ormai non c’è
tolleranza verso coloro che non siano in grado di vantare un livello di
informazione settoriale complesso, critico e articolato; di questo
livello egli dispone con autorevolezza e senso dei giudizi, e inoltre
mi sembra di poter affermare che la fase imitativa, simulacro e
stordimento necessario alle porte di ingresso nel mestiere, si
è da tempo consumata all’interno delle letture
stesse; semmai, per quanto mi riguarda, mi aspetterei qua e
là qualche traccia di dipendenze, di influssi in via di
attraversamento, insomma di crisi come fase di ricerca di nuovi
equilibri. Ma qui devo decidermi a entrare, a curiosare in questo
sistema di segni.
Solitamente il prefatore comincia con il prendere in esame le
opportunità di laudatio e le va cercando
all’interno dei livelli specifici della fenomenologia
testuale: che so, configurazione del verso, rapporti con il sistema
autoreferenziale del genus, posizione dell’io
all’interno della scala di opzioni preferenziali,
privato/pubblico come risultati di questa scelta, tipo di lessico e
eventuali scavi di contaminazione, da cui il referto della posizione
dell’autore rispetto a una idea della storia o meglio di
cooperazione emotiva e ideologica come contributo a un giudizio
politico in senso esteso, e per contro fenomeni eccessivamente lodati
di presunta “veggenza” da cui un esibito
disinteresse per le caratteristiche della traccia storica collettiva, o
all’opposto ricerca di concrezioni allegoriche e impegnate
come sguardo sulla condizione comune, leopardiana talvolta,
dell’umano ecc. Inutile dire a quali di questi ordini di
segugi del verso vada la mia simpatia più spiccata. E qui
appunto di Vitale fabula narratur, nel senso che lui queste croci dure
sul percorso le affronta, ne viene talvolta colpito, sembra rimanerne
segnato, ma poi la coazione goethiana («Du bist am Ende was
du bist») è in procinto di inghiottirlo, come,
ciascuno a suo modo, tutti noi. La sua coazione è di tipo
melico-acustico.
Vi sono excerpta decisamente seducenti, del tipo
«Frana di luce / cenere di vento», «Duro
settembre / ricomincia il fuoco / il vento brucia/muri neri di
nuvole», «Liscia è la luce di
settembre» (con bella sinestesia, intuitiva o forse no). Il
verso è tendenzialmente breve, come il tempo, come le
stagioni; e il comportamento formativo è indiziariamente
segnato da vischiosità e dissipazione e qualche forma di
apnea, oltre che da alcuni stereotipi semanticamente neutri usati come
espedienti del prêt-à-coudre
nella costituzione della maglia testuale. Con rilevanza statistica che
mi pare superiore alla media compaiono verbi all’infinito,
modo attorno al quale si potrebbero intrecciare sensate osservazioni
circa il cronòtopo dell’autore, le sue ossessioni
spazio-temporali. Ma forse, in conclusione, il perno attorno al quale
ruota il pensiero poetico di Vitale è quella forma di
tormentata e mai definitiva separatezza che consiste
nell’essere al di qua, forse al di qua dei vetri, al di qua
della storia, e vedere e assistere (i versi dedicati a Giuliana Sgrena
sono al tempo stesso toccanti e complessi di pensiero civile). E sembra
risiedere proprio in questa pungente dualità la sua
consistenza nella storia del mondo, il rifiuto di accedere alla
illusione di autosufficienza e di separatezza. Talvolta sembra di
doverlo temere, ma credo che in definitiva l’orfismo della
pellicola e della conciliazione senza verifiche sia sostanzialmente
lontano.
Giorgio Luzzi
* * *
Fuggire dal sonno
per espiare il danno
muta flagellazione
nel vuoto della notte
per tentare di scorgere
qualcosa di giusto
nel silenzio
lontani dal teatro dell’esserci
per non scivolare sul ghiaccio
delle parole intirizzite
per non naufragare tra le ciglia
delle luci impazzite
tempesta di veleni rimestati
di pensieri calpestati
di abbracci torturati
dalla sottile crudeltà di
un sospiro tagliente…
fuggire dal sonno,
allora, per spiare il mondo
ancora sanguinante
ma libero dal nostro peso
d’un corpo alla deriva
gonfio di pianto trattenuto
mentre un ricamo di saliva
soffoca le labbra
d’un sorriso tramortito.
* * *
La mano della
notte
Siamo impantanati
nei malintesi del mondo
disordine necessario
per domare il dolore
sulle falesie della
nostra solitudine
impreciso avanzare
su un sentiero improvvisato
e scriviamo in silenzio
resoconti di viaggio
da una terra lontana
quando d’improvviso
oltre la curva
brilla l’oscurità
resa del corpo
inattesa, invisibile
eppure calda e sicura
ci abbraccia
la mano della notte.
* * *
Noi siamo gli altri
carta assorbente
casualmente ritrovata
foglie secche
raccolte dove capita…
nella vasca della vita
ci si sfiora
ci si perde, ci si siede
ad un tavolino raccontarsi
di pensieri e carne
già stracciati
eppure allegri ed intontiti
chissà quanti appuntamenti
ci siam bevuti
e restiamo allora abbarbicati
alle rete sul balcone
piante rampicanti
di giardini sempre più distanti
inchiodati alla parete
d’una storia fredda
stretta e chiara
che è la nostra
riflessa nello specchio
di questo mare trasparente
che ci sorregge
silenzioso e ci perdona
la pigrizia, la debolezza
e pure la stoltezza.
Noi siamo gli altri
non importa se scelti o condannati
quel che conta è il risultato
quel che conta è la Fortuna.
Per il resto è come
leggere il giornale:
vite di carta opache già dimenticate
senza la carezza della luna.
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