i libri

Gianni Pizzolari

La neve non è bianca

2006

ISBN 88-7536-092-8

pp. 64

cm 12x21

€ 9,00

 

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L'autore

Gianni Pizzolari è nato a Milano, dove risiede. Laureato in Lettere moderne, svolge l'attività di giornalista pubblicista.
Suoi testi sono apparsi in varie riviste e pubblicazioni, tra cui «La Mosca di Milano», «Milano in versi» (Vienne-pierre Edizioni), «In punta di penna» (Bradipolibri).
Nel 2006 è stata pubblicata, dalle Edizioni Joker, la raccolta La neve non è bianca, poesie centrate sul tema di un giovane che aderisce alla lotta partigiana.
Nel 2008 ha partecipato, a Venezia, alla seconda edizione della Biennale poesia ed ha pubblicato, sempre per le Edizioni Joker, il volume di poesie Chiuso amore.
Cura, su un mensile a diffusione nazionale, la rubrica La parola del poeta, nella quale presenta testi di grandi autori, italiani e internazionali.

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I testi

Uno sguardo allarmato e vigile
Note sulla poesia di Gianni Pizzolari

I testi de La neve non è bianca rivelano per la prima volta in una raccolta compiuta e riuscita la voce poetica di Gianni Pizzolari che, in un silenzio appartato eppure partecipe, da anni conserva il suo sguardo sul mondo fermandolo nella pagina, dentro la luce concentrata e livida che traspare dai suoi versi.
Gianni scrive qui come se avesse attraversato in prima persona gli anni della seconda guerra mondiale, riuscendo a trasmetterceli non in ricordi fissati in scene immobili come se tutto fosse già accaduto, e neppure attraverso immagini prese in prestito da un generico racconto altrui sulla guerra, ma realizzando quadri vibranti di vita vissuta, mischiata a lampi di tremori, gioie rapide e confuse, così che sulla pagina tutto freme, offrendosi al lettore in versi fragili e intensi insieme, proprio come se stesse accadendo nel momento in cui lo leggiamo. È una voce attenta e allarmata questa di Pizzolari, che ci testimonia ciò che di doloroso è rimasto come impigliato in oggetti, luoghi e persone, tanto che ogni cosa e ogni vivente si agitano, perplessi e sbandati, di fronte alla vita che li scuote, li taglia e li attacca da ogni lato.
Anche se c’è una distanza ampia di tempo tra la vita personale del poeta e i fatti di cui scrive, il pregio di questa raccolta è nel fatto che non è né un diario di guerra, né un diario privato, ma l’uno e l’altro insieme. Attore e anche spettatore, il poeta sa immergersi nella vita vissuta, eppure sa anche restarne fuori, restituendoci dunque sia la durezza tangibile degli eventi, sia il ritmo disorientato e allarmato di ciò che sta accadendo come in un teatro tragico. Ciascuno infatti è coinvolto senza capire perché, né come e quando finirà lo strazio, e così è anche per il poeta, che può quindi afferrare la vita solo in brevi bagliori, in lacerti di invocazioni oppure nel suo darsi in dialoghi franti e sincopati, come nel testo Il partigiano e la staffetta, dove le due voci offrono il loro disorientamento e insieme il comune sogno di un amore lontano. E dalla donna viene chiesto: «Lanciami appigli / controversi. Offrimi / spiragli. Forza il gioco / rinvia autunni. In me / riunisciti. O voltati».
Ne La neve non è bianca i testi si susseguono talvolta in forma di poemetto, talvolta in forme brevissime e lapidarie, eppure tutto è inserito in un quadro ampio di allarme e disorientamento, dove l’esistenza si dà intrecciata al vuoto, al buio e alla perdita, così che tutto ciò che vediamo e viviamo pare appartenerci e sempre sfuggirci, e la situazione della guerra non fa che acuire lo stato di precarietà che sempre ci contrassegna, pare dirci il poeta. Il dolore che si avverte nei testi è però contenuto, persino quando gli occhi e le labbra si dilatano increduli di fronte alla sparizione di ciò che era caro: «Stremato fissare ferma / finestre annerite. / I parti a cui non assistemmo. / Si svuota l’assenza / nel dondolio di panni stesi. / Visi diritti vagano / su rotaie blindate. / Il resto è vuoto che odora. / Noi ciechi d’attimi soffriamo (...)».
In questi testi vediamo contemporaneamente orme di passi in corsa nei campi e sorrisi sfuggenti di donne incontrate e perdute; poi, grazie al ricordo di un giovane sperduto tra lampi di fuoco e macerie, sentiamo anche venire come da lontano la «ninnananna» di una madre che non c’è e avvertiamo i corpi in allerta, «ignari d’esser vivi», così come scopriamo i gesti di una vita quotidiana che cerca di proseguire, forse evocata da chi è al fronte, immerso nel disastro della guerra, nel vuoto della morte. Nella poesia di quest’autore la scena è sempre un veloce intreccio di sprazzi di memoria e di echi fugaci di emozioni raccolte attorno a un gesto semplice, come esemplifica questo testo, dove è il far la punta a una matita che fa riemergere l’infanzia, il tempo della scuola, la vita di tutti i giorni, per sempre perduta e ritrovata solo in un lampo inatteso dentro la «giostra tragica» della guerra: «In rallentamento / soppesiamo suoni sviste / recuperiamo infanzie / le pianure sono orti / donne ritornano bambine / combattenti si dileguano / il mercato mamma mele / i minuti conti alla maestra. / Lenti affiliamo matite».
Con La neve non è bianca Pizzolari sembra dirci che la poesia nasce proprio là dove tutto sembrerebbe perduto: voce di possesso e perdita, fragile e potente, la poesia afferra il movimento della vita e, come leggiamo nell’esergo di Agostino Richelmy in apertura di libro, ci ricorda sempre che «Di nessuno di noi luna e ghiacciaio, / di nessuno perpetuo il respiro / del tempo al bosco e al rivo. / Puri guardiamo in solitario amore / tutti, finché viviamo».

 

Gabriela Fantato
 

 

* * *

Freddo smuove assedio.
In spostamento.
Sagome sibilano silenzi.
La neve non è bianca.
Amore invoca ripari
fiuta orme clandestine
avanza unisce forze
in palpebre a gocce.
Testa e piedi riemergono.

 

* * *

 

Colpo di inverni in versi
da cani malati. Smisto
ultimo ghiaccio.
Di rosso
imbevuti questi posti
di giostra tragica.
Insonni ci fissano
se mai giunti
in alto dovessimo fermarci.
Ignari d’essere vivi
a rimbalzo. O corsi via
silenziosi.
In vento complice.

 

* * *

 

Davanti alla casa bruciata

Stremato fissare ferma
finestre annerite.
I parti a cui non assistemmo.
Si svuota l’assenza
nel dondolio di panni stesi.
Visi diritti vagano
su rotaie blindate.
Il resto è vuoto che odora.
Noi ciechi d’attimi soffriamo.

 

* * *

 

Sguardo senza appigli
sale dimora amica
cerca ore in arrampico
in salvo perché salga
queste scale ma se viene
male la giornata
riemerge la montagna
incantata ragnatela di sentieri
dall’unico nome
sola chiara via d’uscita
da utili ore orologi.
Rosse tracce sparse labili.

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