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Raffaele Floris (Pontecurone,
1962) esordisce nel 1991 con la raccolta di versi Il tempo è
slavina (Lo Faro Ed., Roma).
Ha ottenuto
significativi riconoscimenti in vari premi letterari nazionali,
vincendo il Concorso “Città di Mortara” (1994), il “S. Domenichino”
di Massa Carrara (1995) e “Il Melozzo” di Forlì (1996).
Sue poesie sono
apparse nella rivista La clessidra e nell’antologia Poesia
Alessandrina (Ed. Joker, 1999).
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Con L’ultima chiusa,
Raffaele Floris giunge a un esordio maturo e assolutamente
convincente, presentando con grande coerenza di temi e toni una
produzione non certo abbondante ma meditata a lungo, e soprattutto
maturata nella solitudine di una vocazione antica e profonda.
Raffaele Floris è davvero un poeta «fuori del tempo», il cui oggetto
di meditazione è il tempo stesso che ci dà forma.
È una poesia
autunnale, la sua, un «canto di pianura» che nasce e si perde fra le
brume, le nebbie e le nevi, ma che per compattezza e tipologia dell’imagery
rimanda al dialettale piemontese Remigio Bertolino più che al grande
Bellintani; una poesia che si concentra sulla persistenza della
morte, sul ricordo che ci fa vivi e pietosamente volti all’indietro
in atto di invocazione, ma protesi, al contempo, nella direzione non
invertibile della «freccia del tempo».
Poeta dal timbro
inconfondibilmente elegiaco, dalle chiare ascendenze pascoliane per
ritmi e scelte tonali (si veda l’eco di Lavandare in
Filastrocca invernale), Floris costruisce la coerenza del suo
lavoro a partire da un’attenta gestione degli spazi semantici:
all’interno del Divenire umano (lo spazio Chiuso dell’«autunno che
ci attende», di cui è metafora obliqua il fiume), fanno irruzione
messaggi di un Aperto che rimanda all’Essere, al senza tempo e di
qui al Sovrumano. Messaggero di questa visitazione è il vento,
onnipresente segno di una mancanza (assenza e lontananza) che
riempie lo spazio della nostra vita di echi, segni e presenze non
rimosse, con la promessa di superare il tempo-soglia dell’Attesa e
di essere così sottratti a un Divenire doloroso.
Il «respiro lieve
delle cose», aliene alla coscienza ma più permanenti di noi, è
sottratto alla dimensione umana del cambiamento e rimanda
all’Essere; un Essere che diviene grazie a loro avvertibile e
fruibile. La poesia agisce in uno spazio di negoziazione o di
convivenza dei due livelli, quindi; secondo le stesse modalità
l’«autunno attraversa ogni volta / le trame dei nostri sentieri / di
pianto», imponendo ad esse la propria geometria e dandovi un senso
perché questa stagione «lenisce il dolore / più vivo», portando la
promessa di un’Alterità che Floris ci fa respirare in ogni pagina e
in ogni singolo verso.
Mauro Ferrari
* * *
La casa delle fate
Era nel vecchio pozzo del cortile
la casa delle fate.
Bastava immaginare
di scendere, e trovare a pelo d’acqua
una porta segreta.
E varcarne lo stupore
col respiro incantato dei bambini,
e vederle,
le fate vestite d’azzurro,
nel vespro infinito
danzare.
Chissà se quella porta
segreta esiste ancora
e se, nel presagio avverato del tempo,
la danza è la stessa d’allora.
* * *
Le trame dei nostri
sentieri di pianto
Ed anche quest’anno l’autunno
ritrova la via polverosa
che accoglie il suo antico ritorno.
E ancora, incantevole e strano,
comprende le nostre sciagure,
incendia e rincuora le brevi
speranze.
La
gioia dei tigli
non sa ritornare, l’autunno
ritorna per sempre.
Dispiega
nel cielo il volteggio leggero,
si specchia nei nostri pensieri.
L’autunno attraversa ogni volta
le trame dei nostri sentieri
di pianto, lenisce il dolore
più vivo, finché la tristezza
scolori pian piano nel tempo
che fugge e non venga sorpresa
dal sonno al tramonto.
* * *
Sarajevo millenaria
Se un orizzonte incerto saccheggia le tue strade
nere di guerra, cieche di stelle e di lampioni,
sarà una veglia lunga sulle tue luci rade:
preghiera o sogno, e pianto sugli ultimi bastioni.
Finché non ci diranno che forse c’è un sentiero
di pace ed un rifugio dove aspettare il giorno
non ti abbandoneremo nel viola di quest’aria:
avremo gli stendardi spiegati al tuo ritorno;
risorgi, Sarajevo... Risplendi millenaria!
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