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Raffaele Floris

L'ultima chiusa

2007

ISBN 978-88-7536-117-4

pp. 64

cm 12x21

€ 10,00

 

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L'autore

Raffaele Floris (Pontecurone, 1962) esordisce nel 1991 con la raccolta di versi Il tempo è slavina (Lo Faro Ed., Roma).

Ha ottenuto significativi riconoscimenti in vari premi letterari nazionali, vincendo il Concorso “Città di Mortara” (1994), il “S. Domenichino” di Massa Carrara (1995) e “Il Melozzo” di Forlì (1996).

Sue poesie sono apparse nella rivista La clessidra e nell’antologia Poesia Alessandrina (Ed. Joker, 1999).

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I testi

 

Con L’ultima chiusa, Raffaele Floris giunge a un esordio maturo e assolutamente convincente, presentando con grande coerenza di temi e toni una produzione non certo abbondante ma meditata a lungo, e soprattutto maturata nella solitudine di una vocazione antica e profonda. Raffaele Floris è davvero un poeta «fuori del tempo», il cui oggetto di meditazione è il tempo stesso che ci dà forma.

È una poesia autunnale, la sua, un «canto di pianura» che nasce e si perde fra le brume, le nebbie e le nevi, ma che per compattezza e tipologia dell’imagery rimanda al dialettale piemontese Remigio Bertolino più che al grande Bellintani; una poesia che si concentra sulla persistenza della morte, sul ricordo che ci fa vivi e pietosamente volti all’indietro in atto di invocazione, ma protesi, al contempo, nella direzione non invertibile della «freccia del tempo».

Poeta dal timbro inconfondibilmente elegiaco, dalle chiare ascendenze pascoliane per ritmi e scelte tonali (si veda l’eco di Lavandare in Filastrocca invernale), Floris costruisce la coerenza del suo lavoro a partire da un’attenta gestione degli spazi semantici: all’interno del Divenire umano (lo spazio Chiuso dell’«autunno che ci attende», di cui è metafora obliqua il fiume), fanno irruzione messaggi di un Aperto che rimanda all’Essere, al senza tempo e di qui al Sovrumano. Messaggero di questa visitazione è il vento, onnipresente segno di una mancanza (assenza e lontananza) che riempie lo spazio della nostra vita di echi, segni e presenze non rimosse, con la promessa di superare il tempo-soglia dell’Attesa  e di essere così sottratti a un Divenire doloroso.

Il «respiro lieve delle cose», aliene alla coscienza ma più permanenti di noi, è sottratto alla dimensione umana del cambiamento e rimanda all’Essere; un Essere che diviene grazie a loro avvertibile e fruibile. La poesia agisce in uno spazio di negoziazione o di convivenza dei due livelli, quindi; secondo le stesse modalità l’«autunno attraversa ogni volta / le trame dei nostri sentieri / di pianto», imponendo ad esse la propria geometria e dandovi un senso perché questa stagione «lenisce il dolore / più vivo», portando la promessa di un’Alterità che Floris ci fa respirare in ogni pagina e in ogni singolo verso.
 

Mauro Ferrari

 

* * *


La casa delle fate


Era nel vecchio pozzo del cortile
la casa delle fate.
Bastava immaginare
di scendere, e trovare a pelo d’acqua
una porta segreta.

E varcarne lo stupore
col respiro incantato dei bambini,
e vederle,
le fate vestite d’azzurro,
nel vespro infinito
danzare.

Chissà se quella porta
segreta esiste ancora
e se, nel presagio avverato del tempo,
la danza è la stessa d’allora.

 

 

* * *

 

Le trame dei nostri sentieri di pianto

Ed anche quest’anno l’autunno
ritrova la via polverosa
che accoglie il suo antico ritorno.

E ancora, incantevole e strano,
comprende le nostre sciagure,
incendia e rincuora le brevi
speranze.
             La gioia dei tigli
non sa ritornare, l’autunno
ritorna per sempre.
                          Dispiega
nel cielo il volteggio leggero,
si specchia nei nostri pensieri.

L’autunno attraversa ogni volta
le trame dei nostri sentieri
di pianto, lenisce il dolore
più vivo, finché la tristezza
scolori pian piano nel tempo
che fugge e non venga sorpresa
dal sonno al tramonto.

 

 

* * *

 

Sarajevo millenaria

Se un orizzonte incerto saccheggia le tue strade
nere di guerra, cieche di stelle e di lampioni,
sarà una veglia lunga sulle tue luci rade:
preghiera o sogno, e pianto sugli ultimi bastioni.

Finché non ci diranno che forse c’è un sentiero

di pace ed un rifugio dove aspettare il giorno
non ti abbandoneremo nel viola di quest’aria:
avremo gli stendardi spiegati al tuo ritorno;
risorgi, Sarajevo... Risplendi millenaria!

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