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Roberto Fumagalli è nato a Milano, dove
risiede, nel 1946. Dopo aver compiuto gli studi classici si
è laureato in giurisprudenza. Dal 1989 svolge la professione
di avvocato penalista presso il foro di Milano.
Ha pubblicato, rispettivamente nel 1974 e nel 1983 con le edizioni
Rebellato, i primi due volumi di poesie: Controluce
e Sogni nell’alambicco, cui segue Negativi
senza tempo (Tempolibro, 1996).
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Sembra di sentirlo ancora il
profumo intenso della vita in ogni poesia di Roberto Fumagalli. Lo
stesso profumo di quando, bambino, fiutava nel vento
«l’odore acerbo dell’erba
tagliata».
Lo stesso profumo mescolato alla paura che la vita se ne vada via per
sempre, stipata, alla rinfusa, per un trasloco verso un altrove che non
conosciamo.
Il poeta ha caricato tra i vecchi mobili i ricordi, i capelli neri al
vento, la Calabria con i caldi melograni, i «limoni bruciati
dal salmastro», le estati divampanti, il talco e la lavanda e
forse qualche fragola ancora bagnata d’amore.
Ma in questa fuga dalla sua prima età, mentre carico il
poeta si allontana, in controluce rivede il gelsomino dove lei si
ritagliava «un giaciglio di fortuna tra collo e
spalla», abbandonando il capo spettinato sopra il suo petto.
Profumi non dimenticati, suoni antichi, colori sfumati: la luce
ovattata di un’alba greca si fonde nella notte di un novembre
che sospira d’amore e di morte e che, lieve come un
singhiozzo, ci lascia «addosso l’odore della
vita».
Il lessico incisivo, la solida padronanza della lingua ed il gioco
sapientemente bilanciato tra metrica e assonanze conferiscono ai versi
di Roberto Fumagalli quel magico potere che è prerogativa
saliente del vero poeta: trasmettere al lettore quelle emozioni che
egli stesso ha provato.
Maurizio Corvo
* * *
Scalfittura
Aver bisogno di pregare
e più non ricordarsi come,
rimettere a un giudizio senza appello
l’intero flusso di stanchezze antiche;
percorrere ad un tratto
i giorni andati,
inerti, consumati nella noia
e spenderli di slancio tutti insieme
come moneta sonante,
coniata da un falsario scrupoloso
per sedare
un improvvido moto di carità.
Poi,
superata la crisi,
torna a stagnare,
cinico,
il battito costante delle vene.
* * *
Strascée
Uscito da una tavola di Dürer
ingombri l’asfalto rovente
con masserizie logore e cenciose.
E dalle irsute praterie del mento
sgorgano,
fosche,
paure millenarie,
negli occhi l’anatema del ritorno
agli stenti dei secoli più bui.
La mano adunca,
ruvida di cenere,
sbrana l’aria
con pentacoli segreti
e sotto il tuo frusto barracano
si avvertono alitare
le Geènne.
* * *
Il vecchio di Sovana
“Forse anche alla tua età
farebbe comodo una donna”
e ride al mio indirizzo
da una caverna sdentata
con la stampella che gli trema in mano,
sciorinando,
come unico svago,
una vita di stenti e di fatiche.
Il cuore perde i colpi
e le ossa non lo sorreggono più
ma dall’occhio ancor vivo,
dallo zigomo etrusco
trasuda una saggezza contadina.
E mi tiene una lezione
d’amore e di morte
confidando di addormentarsi
una notte di queste
senza dolore.
Non so perché,
ma gli dedico mezz’ora del mio tempo
affascinato dal dialetto austero
di quelle forre scavate nel tufo
dove l’edera rossa,
sfiorata da un vento leggero,
rabbrividisce sopra muri pesanti di secoli
ed agita bruscoli di sole
nell’ultimo tepore di ottobre.
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