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Roberto Morpurgo (Milano, 1959) è
laureato in filosofia e scrive poesie, aforismi, racconti, saggi,
soggetti cinematografici, piece teatrali. In campo cinematografico ha
collaborato fra gli altri con la Provincia di Milano, l’Arci
Cinema e l’Obraz Cinestudio. In campo teatrale ha lavorato
fra gli altri con il Teatro Universitario di Richard Gordon e collabora
come autore drammatico con la RSI (Radio Svizzera Italiana). In campo
musicale ha scritto canzoni (musiche e testi) e lavorato per la
Ricordi. È conferenziere su temi filosofico-letterari per
Filosofia sui Navigli (Milano). Si occupa attivamente di consulenza
filosofica sia per gruppi privati sia per associazioni e aziende.
Svolge la professione di consulente aziendale.
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Le poesie di Roberto Morpurgo sembrano insinuarsi
nel silenzio, i versi centellinano le parole con una leggerezza che ne
sottolinea il peso semantico. Ogni testo è un
tintinnìo che percorre la pagina senza graffiarla eppure
impregnando l’aria di una sonorità precisa, un
poco acuta, sviluppata in melodie che contengono un inizio e una fine.
Va infatti sottolineato come l’autore non metta su carta
frammenti o spruzzi di colore, ma sappia piuttosto sviluppare
un’idea compiuta – o un’immagine non vaga
– in testi che seppur brevi sono completi. Sono testi, anzi,
che spesso filtrano in altri testi, pur mantenendo la loro finitezza e
completezza, conferendo alla raccolta un’unità
preziosa e sempre indice di un lavorio poetico sincero ed efficace.
Siamo allora in presenza, se vogliamo proseguire nel campo fruttuoso
delle metafore visive, dell’immagine di un caleidoscopio:
un’immagine complessa e mobile costruita con altre immagini
altrettanto complete.
E ancora, sempre visivamente, sono da sottolineare i veloci cambiamenti
di prospettiva, micro e macroscopica, che suggeriscono un nesso di
causalità, fin dalla Dedica iniziale
nella quale le gocce che stillano dalla mano sembrano aver generato (la
teoria delle catastrofi?) un uragano. Il tutto, si badi, chiosato dal
movimento incessante della natura, i cui tempi lunghissimi permettono
di fare la media e ridurre gocce ed uragano ad un calmo e sempre uguale
movimento di risacca, costruzione ed erosione.
La mano dell’uomo, per finire, non si nasconde dietro la
schiena della natura, eppure l’autore la vede tutto sommato
organica ad essa, sia quando essa opera su ciò che
l’occhio vede sintetizzando e riorganizzando (nei momenti
ludici come Elegia per Roma e soprattutto negli
snodi minimi), sia quando essa appare come ipotesi e metafora fattuale
come nel «sole che abbuia / la cruna // e per nuvole
insonni» supponendo e quasi postulando la ma-no
dell’uomo che fa (poiein)
«streccia / in collane».
Abbozzata una lettura complessiva, ci si lasci poi trasportare dalle
minuzie, soprattutto dall’uso intelligente, efficace e non di
rado arguto di termini a volte inusuali, a volte lambenti la
sinestesia, a volte tenuti in bilico tra verbo, sostantivo e aggettivo
(«l’anice amaradolce / acquamarina
l’anima»). Così, mentre «la
sera / fra questi nidi / spigola un temporale»,
«l’erma […] infatua / la sera»
ma la luce «ulcera / i cieli»; il paesaggio si fa
ideale nei versi, ma il tono resta affezionato a sensazioni abbarbicate
alla pelle.
Sandro Montalto
* * *
Cammino
perché
Cammino perché scricchi
la ghiaia
fra ombre minareti
di cicogne
In un lembo di terra
spiccia
come crine secco
da una piuma d’aglio un nembo
di cielo
La sera
fra questi nidi
spigola un temporale
* * *
L’azzurro del mare
C’è a Itaca un trono
sepolto nelle acque
chiare dello Ionio
Non vide Ulisse
navigante
poveramente vivo
(era un pesce
di battigia) fino
alla reggia schiusa
fra le alghe
Era lo Stige
e a noi lasciò
(eri vicino o cielo?)
un mare azzurro
in lui disceso blu,
quale uomo
che tramonta
E nello scudo bello
di rame il sole
giallo
(... laggiù risplende ogni sussurro)
* * *
Aspro blu di Liguria
Pianto del mare l’aspro blu
l’agro limone pazzo
delle schiume
la battigia bargiglio d’ombre
la quercia
terrena
ai muri dei poderi.
Ogni lacrima d’uomo asciuga
questo sole
che allatta
la mammella
del tempo.
Uno stelo la goccia
riga di
luce che socchiude
pupille
come valli, corica
ghiande
svela equoree
le colline.
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