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Il sogno della vita nasce con
l’impronta di una fertile ambiguità che ne
arricchisce a priori i livelli di lettura e l’area di
significazione. Dobbiamo intendere, con Calderón de La
Barca, che «la vita è sogno»? O, al
contrario, dedurre che la vita anela a una dimensione meno tragica, e
che può esistere un orizzonte di speranza? Propendiamo per
questa seconda ipotesi, pur preservando la ricchezza
dell’ambiguità e annotando come il sogno sia
comunque infranto, muovendo la raccolta dal suggello di un bacio
– la dualità delle labbra che si incontrano
– fino alla cronaca per frammenti di una separazione:
«La vita è l’amore che abbiamo
perso» (p. 34).
La poesia di Giulio Marchetti, che nasce e si sviluppa lungo
l’asse metaforico, non si nasconde dietro alcun mito
dell’Indicibile: la fertile oscurità che a volte
vela questi versi nasce piuttosto dalla ricchezza e dalla compresenza
di più piani di significazione, perché
è spinta da un’urgenza di dire di cui è
traccia ad esempio la sintassi, non amplissima ma ben articolata e
sorretta da immagini metaforicamente pregnanti. Gli stessi titoli delle
poesie fanno spesso tema, giocando il proprio ruolo fra spunto per il
pensiero e suo sunto (si veda la prima poesia, Le labbra,
p. 5).
È anche, quella del giovane poeta romano, una poesia con una
forte ma mai esibita impronta etica, implicita nel rapporto teso con il
pensiero, come attesta ad esempio La voce, una delle poesie
più alte della raccolta: intesa come legame fra i viventi e
resto ineliminabile – una volta
«sottratto» (citando il verbo chiave di una bella
lirica, Esempi) il carico indebito del nostro
essere – la voce è «qualcosa [che]
resta» e a cui ci si aggrappa nella disperazione e nello
«spavento». È un residuo forse, un
fiato, ma può bastare a saldare due vite: difatti, la
raccolta sembra inscriversi in ciò che resta dopo la fine di
una «comunione / di sguardi» che aveva dato
«senso del volo» alla vita (Istanti,
p. 21): scambio e comunione di voce, di sguardi («E
lì, per un momento, / ci siamo visti», p. 23), che
lasciano spazio a un’inutile libertà fatta di
solitudine: non a caso Domani, con rara coerenza e
coesione, si situa nel momento in cui «avrò [...]
pochissima luce a portata di mano / per sperare di riempirmi la bocca /
con parole illuminate»: la fine della comunione è
fine dello sguardo e della voce; similmente, Respiro
si chiude con due versi definitivi nella loro gnomicità:
«Tutto il fiato che vorresti per dire / che non
c’è altro da dire» (p. 32).
Mauro Ferrari
* * *
Le labbra
Un’urgenza le divide
come ali in un gelo,
il bisogno poi le sfalda
dove il cuore le attrae,
in un punto, dolcemente,
fino all’orlo di un bacio.
* * *
Esempi
Chi sottrae la forza al fuoco evitando l’abuso,
chi sottrae la metà oscura del cielo per amore
del cielo. Chi sottrae l’ampiezza della forbice
che serra la vertigine e il precipizio
dell’opportuno, chi sottrae questo rischio
all’evento.
Chi ama volti ignoti e non la sua annessa curiosità
di conoscerne il nome. Chi ama la perfezione
perché ambisce soltanto a sapere che esiste.
Chi sottrae la traiettoria del libeccio con un dito
senza esigerne il segreto, chi apprende soltanto
dopo aver ascoltato. Chi estende il suo odore
oltre quello del mare, chi prova a gonfiarsene
il cuore e liberarlo in un soffio. Intimamente.
Chi sottrae i gabbiani al volo pur sapendo
che il volo continua tra gli spruzzi
quasi argentei a pelo d’acqua. Nonostante l’errore
degli occhi. Nonostante l’autunno. Nonostante tutto.
Chi sottrae la verità a questi esili assiomi.
Chi sottrae l’essenza onirica al sogno.
Chi sottrae la proiezione del sogno agli esempi.
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