I
Questo
tempo d’agitazione
non
ha in sé la natura delle solite opere.
Germina
continuamente il vago strazio
che
il gelo accumula nelle cavità
delle
ossa.
Interrompi
il pensiero eco che generi
il
lampo, non sopporto l’orgia
che
incombe sulle mie parole.
L’abisso
è sgombro dai tiranni
e
la follia divide le nuvole
che
abbiamo calpestato.
Portami
nella ragione e corri in mio soccorso.
Mi
sono assopito nel mare
del
mio smembramento
e
l’ora inenarrabile, l’ora purpurea,
ha
condotto l’esitazione
tra
le scritte di luce,
tra i
limpidi raggi.
I
Sollevo
il tormento e m’ingegno
per
distruggere i concetti,
non
è santo quest’amore perfetto
che
mangia la fede come fosse un chicco.
Affronto
il mio legame,
sono
pronto ad adornare questo luogo.
Non
faccio promesse al sole
né
gonfio il petto come gli eroi.
Mi siedo
nella mia interezza
in uno
sguardo che precipita.
Onestamente
pronuncio parole
che
hanno abbandonato la mia infanzia,
dimenticando
le storie
che mi
hanno incatenato.
Sopporto
le fughe, e rimuovo il coperchio
d’un
cuore, astratto come il respiro di Dio.
II
Si
è raccolta senza sosta questa cenere.
Non
essendo d’ombra la mia porta,
ha
riaperto la vista.
Ha perso
il segreto.
Tenue ha
spinto le sue ali
dove
tutti nascondono il rimpianto.
E la
voce che attraversa il muro,
ha
distrutto le preghiere
che
partecipano al paesaggio.
Neppure
la quiete del sogno
possiede
la magia necessaria
la
nebbia senza forma.
Ma
nell’abisso ho visto
il tuo
cuore aprirsi.
Ho udito
il suono che esiste
dove non
esiste la vita.
Se tutto
è scritto nell’informe origine
mi
assopisco nel giorno straniero
e
riposo, destando la piccola nube
che
rabbuia la tua valle.
Cerca il
mio volto nel sole
il nord
è sazio dell’argento
vieni
più vicino
così
che s’inchini l’armonia.
III
Non
dobbiamo rifiutare la carne
in nome
dell’immortalità.
Guardiamo
l’oro e il sapere
desiderando
poteri che assottiglino
lo
spirito.
E la
mente inganna le pulsioni
nascoste,
decretando al cuore
l’illusione
d’una pia trasformazione.
S’incaglia
in una rete di forze
incontrastabili.
Io sono
là, e interrogo i vostri riti.
Elimino
l’astuzia dalla bellezza
per
accoglierne il fascino
nella
sua maturità.
Pronuncio
il segreto senza voce.
Frutto
d’una musica viziata.
E se il
pensiero si volge alla virtù
e il
cuore si fa eremita, lo stesso cielo
infiammerà
le verità del vagabondo.
È
ammirevole la sinfonia,
folgora
le lodi immolando
il
talento, teschio e tribù,
tramonto
e monade,
ecco il
senso del lavoro.