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i libri

Andrea Salvini

Il cielo murato

2007

ISBN 978-88-7536-144-0

pp. 88

cm 15x21

€ 11,00

 

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L'autore

Andrea Salvini insegna attualmente italiano e latino nei Licei. È laureato in Lettere presso l’Università di Pisa, dove ha anche conseguito la specializzazione all’insegnamento superiore tramite la S.S.I.S. Ha conseguito il dottorato di ricerca in "Poesia e cultura greca e latina in

età tardoantica e medievale" presso l’Università di Macerata. Ha pubblicato alcuni lavori filologici, tra cui l’edizione critica delle Homiliae morales di Basilio-Rufino.

Il cielo murato è risultato fra i finalisti (secondo premio ex-aequo) nella XVII edizione del Concorso Letterario Internazionale "Giovanni Gronchi" (Città di Pontedera, 2003), sezione inediti.

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I testi

 

È arduo definire il romanzo breve di Andrea Salvini: l’opera è infatti intessuta di molteplici fili narrativi, ciascuno dei quali può rappresentare un diverso tema o motivo. Si tratta infatti, in superficie, di un romanzo di formazione incentrato sulle illusioni perdute che si scontrano col mondo della grettezza economica e morale. Senza dubbio questo è il tema principale, abilmente condotto sul filo di un lungo flashback che ripercorre le tappe di un affrancamento che tuttavia porta solo a una sofferta libertà, quasi a una quiete dopo la tempesta e nella quale non c’è più traccia di sogni: nel finale, che corrisponde poi alle prime bellissime pagine, il protagonista appare come svuotato, pago del poco che ha raggiunto a caro prezzo.
Altri strati appaiono però in controluce: il racconto è anche la storia della complessa relazione tra Franco (nome già indicativo di naïveté e integrità morale) e Annalisa: relazione ambigua, sfaccettata e in più stadi, sempre in evoluzione, tratteggiata con sagacia e abilità da Salvini: Annalisa è l’anima nera di cui Franco si innamora, o anche lei è vittima dello stesso ingranaggio? E di cosa esattamente è fatto questo rapporto quasi taciuto - quale è la percentuale di amore mai ammesso da entrambi e quale quella di repulsione (morale ma anche fisica di Franco per la donna), la quale sfocia infine in un rancore che tuttavia non annullerà mai l’attrazione morbosa? Per non parlare della relazione dal punto di vista di Annalisa, irascibile e sfuggente, ma sempre pronta a considerare Franco un consigliere, un amico, un possibile amante.
E ancora: non potrebbe l’asse portante del libro essere proprio la citata naïveté di Franco, che non si è mai scontrata con la realtà? Franco è in fondo un’anima bella che dà giudizi su un mondo che non conosce, ma che giudica col metro di un’ortodossia religiosa lontana dalla vita e dalle sue bassezze. Impossibile non avvertire disagio morale nel leggere il suo giudizio tranchant al funerale del marito di Annalisa: «"Un funerale di pubblicani!" si limitò ad esclamare dentro di sé e represse il moto di disgusto, affidando se stesso e tutta la situazione alla misericordia di Dio» (p. 56).
Non va poi taciuto un elemento che si potrebbe tranquillamente definire di denuncia e che attiene alla situazione miserrima dell’insegnamento in Italia; una situazione forse più evidente in un certo sottobosco pseudo-imprenditoriale in cui l’ultimo interesse è l’educazione dei giovani, e che non di rado presenta aspetti sordidi e meschini come quelli che il narratore toscano illumina nella sua opera. Proprio in qusto ambiente Franco toccherà con mano la miseria umana, e avvertirà la caduta delle sue giuste seppur modeste illusioni, seppellito in un mondo di morti, quasi murato vivo in un edificio in cui l’unica consolazione è la vista di una pianta che diviene quasi simbolo di stoica sopportazione. Ma è anche da questo mondo che muoverà il rifiuto morale dell’uomo - quasi un exemplum di positiva ribellione.
 

Mauro Ferrari


* * *


III

 

 

Quel primo anno scolastico finì. Franco era esausto. Aveva perso suo padre, non aveva un lavoro fisso, non aveva trovato niente di alternativo a quella scuola privata. Passò l’estate in campagna con sua madre, sempre intento alla ricerca del professor Gioiellini. Era diventata il suo unico passatempo: alla sera si rilassava immergendosi nello spulciare fotocopie di manoscritti antichi. Il suo ritmo era però troppo lento. Il professore non mancava mai di sollecitarlo ogni volta che lo vedeva. Teneva al lavoro che Franco stava facendo, ma non lo incoraggiava mai. Anzi, non perdeva mai occasione di rimproverarlo per il minimo errore. Lo prendeva in giro per la scuola in cui stava insegnando, ma mai da lui era venuta l’offerta di qualche borsa di studio. Un giorno di luglio, però, all’improvviso, il Gioiellini consigliò a Franco di presentarsi per un corso di specializzazione ben retribuito. Il concorso ci sarebbe stato l’anno successivo. Franco non se lo fece ripetere e presentò la domanda di rito con l’idea che quello fosse il lasciapassare per il paradiso.
Per tutta l’estate Franco fu assiduo frequentatore delle biblioteche universitarie e ottimo cliente delle copisterie, dove si faceva preparare pacchi di fotocopie di libri e riviste specializzate.
Frequentando le biblioteche, Franco notò una studentessa che si intratteneva spesso nello studio del professore. Era minuta, bionda e carina, ma aveva una lunga e fine peluria sul mento, come una barba quasi invisibile, che Franco notò subito e trovò buffa. Talvolta Franco incrociava la ragazza e scambiava qualche parola con lei, parlando per lo più di studio. Non aveva il minimo interesse per essa, ma se la trovava spesso davanti quando andava a trovare il Gioiellini. Franco pensò ad una laureanda, ma i due stavano troppo insieme per essere solo un maestro e un’allieva.
Quando l’attività del Centro Istruzione riprese, Annalisa si rifece viva con Franco per telefono e tutto ricominciò come l’anno precedente. Franco ottenne da lei di ridurre i suoi impegni per potere studiare: sperava di poter piantare in asso quello strazio di scuola nel giro di qualche mese. Annalisa, però, gli aveva annunciato grosse novità per quell’anno: la direzione aveva in progetto di sostituire il liceo linguistico con un liceo scientifico e probabilmente ci sarebbe stato un posto anche per lui. Annalisa aveva manifestato quel falso entusiasmo esplosivo di cui a volte era capace. Franco diffidava di lei, naturalmente, come sempre. Credeva nel concorso all’Università.
Un giorno di ottobre accanto ad Annalisa, come per magia, comparve in fondo al corridoio esterno una figura maschile. Già da tempo Franco aveva notato quando arrivava al mattino un uomo alto dietro il vetro della porta a sinistra dell’ingresso, di fronte alla segreteria, intento a pigiare i tasti di un piccolo computer. Era un giovane sui trentacinque, slanciato, nervoso, atletico, con i capelli quasi a spazzola e piccoli occhiali quadrati. Guardava obliquo il nuovo venuto, non sapendo cosa aspettarsi da quel tipo occhialuto dall’aria timida che gli veniva incontro. Annalisa girandosi all’improvviso su se stessa, esplose nelle presentazioni: “Professore, le presento il dottor Giuseppe Doni, di Siena. Pensi, è qui per aprire il liceo scientifico di cui le ho parlato qualche giorno fa!”. Franco e il Doni si strinsero la mano senza calore.
Per qualche tempo non lo vide più. Dato il modo con cui lo trattavano, Franco non credeva che lo avrebbero fatto insegnare nel nuovo liceo scientifico che avrebbe dovuto sostituire l’ormai languente «Shelley» e cercò di non pensarci neppure, ma un giorno, dato che la porta era aperta, si soffermò un attimo ad osservare il Doni mentre, come al solito, pigiava i tasti del suo minuscolo computer. Fu quell’oggetto ad attrarre Franco: non ne aveva mai visto uno così piccolo. “Venga, entri, si accomodi”, fece il Doni accorgendosi della sua presenza. Franco obbedì sorridendo e si sedette di fronte a lui. “Ha visto? È l’ultimo modello. Pesa pochissimo. Ho fatto espandere al massimo la memoria…” e continuò per dei minuti a parlare di computer e delle loro prestazioni. Franco lo ascoltava attento: non poteva permetterseli, ma gli interessavano moltissimo. L’altro appariva deciso e risoluto in ogni parola, in ogni suo gesto. La bocca aveva una piega amara, che trasformava il sorriso in una smorfia. Il Doni passò poi a parlare della sua esperienza professionale. Aveva lavorato in aziende tessili come responsabile del marketing, poi, con la stessa qualifica, aveva venduto piani d’investimento finanziari. La sua sfida ora consisteva nell’aprire, con gli stessi criteri di vendita, una scuola, convincendo le famiglie a pagare una cospicua retta per iscrivervi i figli.

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