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È arduo definire il
romanzo breve di Andrea Salvini: l’opera è infatti intessuta di
molteplici fili narrativi, ciascuno dei quali può rappresentare un
diverso tema o motivo. Si tratta infatti, in superficie, di un
romanzo di formazione incentrato sulle illusioni perdute che si
scontrano col mondo della grettezza economica e morale. Senza dubbio
questo è il tema principale, abilmente condotto sul filo di un lungo
flashback che ripercorre le tappe di un affrancamento che
tuttavia porta solo a una sofferta libertà, quasi a una quiete dopo
la tempesta e nella quale non c’è più traccia di sogni: nel finale,
che corrisponde poi alle prime bellissime pagine, il protagonista
appare come svuotato, pago del poco che ha raggiunto a caro prezzo.
Altri strati appaiono però in controluce: il racconto è anche la
storia della complessa relazione tra Franco (nome già indicativo di
naïveté e integrità morale) e Annalisa: relazione ambigua,
sfaccettata e in più stadi, sempre in evoluzione, tratteggiata con
sagacia e abilità da Salvini: Annalisa è l’anima nera di cui Franco
si innamora, o anche lei è vittima dello stesso ingranaggio? E di
cosa esattamente è fatto questo rapporto quasi taciuto - quale è la
percentuale di amore mai ammesso da entrambi e quale quella di
repulsione (morale ma anche fisica di Franco per la donna), la quale
sfocia infine in un rancore che tuttavia non annullerà mai
l’attrazione morbosa? Per non parlare della relazione dal punto di
vista di Annalisa, irascibile e sfuggente, ma sempre pronta a
considerare Franco un consigliere, un amico, un possibile amante.
E ancora: non potrebbe l’asse portante del libro essere proprio la
citata naïveté di Franco, che non si è mai scontrata con la
realtà? Franco è in fondo un’anima bella che dà giudizi su un mondo
che non conosce, ma che giudica col metro di un’ortodossia religiosa
lontana dalla vita e dalle sue bassezze. Impossibile non avvertire
disagio morale nel leggere il suo giudizio tranchant al
funerale del marito di Annalisa: «"Un funerale di pubblicani!" si
limitò ad esclamare dentro di sé e represse il moto di disgusto,
affidando se stesso e tutta la situazione alla misericordia di Dio»
(p. 56).
Non va poi taciuto un elemento che si potrebbe tranquillamente
definire di denuncia e che attiene alla situazione miserrima
dell’insegnamento in Italia; una situazione forse più evidente in un
certo sottobosco pseudo-imprenditoriale in cui l’ultimo interesse è
l’educazione dei giovani, e che non di rado presenta aspetti sordidi
e meschini come quelli che il narratore toscano illumina nella sua
opera. Proprio in qusto ambiente Franco toccherà con mano la miseria
umana, e avvertirà la caduta delle sue giuste seppur modeste
illusioni, seppellito in un mondo di morti, quasi murato vivo in un
edificio in cui l’unica consolazione è la vista di una pianta che
diviene quasi simbolo di stoica sopportazione. Ma è anche da questo
mondo che muoverà il rifiuto morale dell’uomo - quasi un exemplum di
positiva ribellione.
Mauro Ferrari
* * *
III
Quel primo anno
scolastico finì. Franco era esausto. Aveva perso suo padre, non
aveva un lavoro fisso, non aveva trovato niente di alternativo a
quella scuola privata. Passò l’estate in campagna con sua madre,
sempre intento alla ricerca del professor Gioiellini. Era diventata
il suo unico passatempo: alla sera si rilassava immergendosi nello
spulciare fotocopie di manoscritti antichi. Il suo ritmo era però
troppo lento. Il professore non mancava mai di sollecitarlo ogni
volta che lo vedeva. Teneva al lavoro che Franco stava facendo, ma
non lo incoraggiava mai. Anzi, non perdeva mai occasione di
rimproverarlo per il minimo errore. Lo prendeva in giro per la
scuola in cui stava insegnando, ma mai da lui era venuta l’offerta
di qualche borsa di studio. Un giorno di luglio, però,
all’improvviso, il Gioiellini consigliò a Franco di presentarsi per
un corso di specializzazione ben retribuito. Il concorso ci sarebbe
stato l’anno successivo. Franco non se lo fece ripetere e presentò
la domanda di rito con l’idea che quello fosse il lasciapassare per
il paradiso.
Per tutta l’estate Franco fu assiduo frequentatore delle biblioteche
universitarie e ottimo cliente delle copisterie, dove si faceva
preparare pacchi di fotocopie di libri e riviste specializzate.
Frequentando le biblioteche, Franco notò una studentessa che si
intratteneva spesso nello studio del professore. Era minuta, bionda
e carina, ma aveva una lunga e fine peluria sul mento, come una
barba quasi invisibile, che Franco notò subito e trovò buffa.
Talvolta Franco incrociava la ragazza e scambiava qualche parola con
lei, parlando per lo più di studio. Non aveva il minimo interesse
per essa, ma se la trovava spesso davanti quando andava a trovare il
Gioiellini. Franco pensò ad una laureanda, ma i due stavano troppo
insieme per essere solo un maestro e un’allieva.
Quando l’attività del Centro Istruzione riprese, Annalisa si rifece
viva con Franco per telefono e tutto ricominciò come l’anno
precedente. Franco ottenne da lei di ridurre i suoi impegni per
potere studiare: sperava di poter piantare in asso quello strazio di
scuola nel giro di qualche mese. Annalisa, però, gli aveva
annunciato grosse novità per quell’anno: la direzione aveva in
progetto di sostituire il liceo linguistico con un liceo scientifico
e probabilmente ci sarebbe stato un posto anche per lui. Annalisa
aveva manifestato quel falso entusiasmo esplosivo di cui a volte era
capace. Franco diffidava di lei, naturalmente, come sempre. Credeva
nel concorso all’Università.
Un giorno di ottobre accanto ad Annalisa, come per magia, comparve
in fondo al corridoio esterno una figura maschile. Già da tempo
Franco aveva notato quando arrivava al mattino un uomo alto dietro
il vetro della porta a sinistra dell’ingresso, di fronte alla
segreteria, intento a pigiare i tasti di un piccolo computer.
Era un giovane sui trentacinque, slanciato, nervoso, atletico, con i
capelli quasi a spazzola e piccoli occhiali quadrati. Guardava
obliquo il nuovo venuto, non sapendo cosa aspettarsi da quel tipo
occhialuto dall’aria timida che gli veniva incontro. Annalisa
girandosi all’improvviso su se stessa, esplose nelle presentazioni:
“Professore, le presento il dottor Giuseppe Doni, di Siena. Pensi, è
qui per aprire il liceo scientifico di cui le ho parlato qualche
giorno fa!”. Franco e il Doni si strinsero la mano senza calore.
Per qualche tempo non lo vide più. Dato il modo con cui lo
trattavano, Franco non credeva che lo avrebbero fatto insegnare nel
nuovo liceo scientifico che avrebbe dovuto sostituire l’ormai
languente «Shelley» e cercò di non pensarci neppure, ma un giorno,
dato che la porta era aperta, si soffermò un attimo ad osservare il
Doni mentre, come al solito, pigiava i tasti del suo minuscolo
computer. Fu quell’oggetto ad attrarre Franco: non ne aveva mai
visto uno così piccolo. “Venga, entri, si accomodi”, fece il Doni
accorgendosi della sua presenza. Franco obbedì sorridendo e si
sedette di fronte a lui. “Ha visto? È l’ultimo modello. Pesa
pochissimo. Ho fatto espandere al massimo la memoria…” e continuò
per dei minuti a parlare di computer e delle loro
prestazioni. Franco lo ascoltava attento: non poteva permetterseli,
ma gli interessavano moltissimo. L’altro appariva deciso e risoluto
in ogni parola, in ogni suo gesto. La bocca aveva una piega amara,
che trasformava il sorriso in una smorfia. Il Doni passò poi a
parlare della sua esperienza professionale. Aveva lavorato in
aziende tessili come responsabile del marketing, poi, con la
stessa qualifica, aveva venduto piani d’investimento finanziari. La
sua sfida ora consisteva nell’aprire, con gli stessi criteri di
vendita, una scuola, convincendo le famiglie a pagare una cospicua
retta per iscrivervi i figli.
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