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Tre ci sembrano le componenti della poesia
raffinata e coltissima di Vincenzo Moretti: la nota
intimistico-crepuscolare di tanti accenti elegiaci; la forte vena
ironica e auto-ironica che secondo chiare ascendenze gozzaniane
è collegata ad essa; infine, la dimensione onirica che
mostra la continua possibilità di trasformazione del sogno
in incubo e della fiaba nell'orrore della realtà.
È una poesia di consapevolezza, in cui la maschera adottata,
quella dell’uomo qualunque alle prese con triviali problemi
di identità, piccole goffaggini, timori e pulsioni che
nascono e terminano nel sogno, non mira tanto a nascondere e
cauterizzare, bensì ad additare, per contrasto,
l’assurdità malvagia del reale.
L’intento parodico del poeta (si vedano le riprese almeno da
Ungaretti, Montale e del citato Gozzano) copre e quindi paradossalmente
rivela una dimensione tragica: come il sogno si rivela inconcludente ed
infido, così, a livello di strutture significanti, il
cantabile ritmico - usato quasi come un falsetto - si rompe spesso in
un’amarezza tutta prosastica; l’elegia si chiude
nell’acidità gnomica; il lessico patinato, il
catalogo degli oggetti e delle situazioni crepuscolari si scontrano,
spesso nello stesso testo, con quelli della nostra
contemporaneità, apparentemente più realistici ma
di una concretezza che ci sfugge e inganna; l’apparente
normalità del quotidiano, infine, (si veda la gestione delle
opposizioni nella splendida e terribile Un voto) si
ribalta e rivela l’insensatezza.
Così presentandosi sulla pagina, la poesia di Vincenzo
Moretti ci appare perfetta poesia del nostro tempo
nell’additare, con chiarezza e per contrasto rispetto alla
patina del divertissement, un reale terribile e
inaccettabile a cui fare al contempo opposizione strenua e velleitaria,
vile ed eroica.
Mauro Ferrari
* * *
Parlava parlava
e tutta l’agorà s’infiammava.
Scriveva scriveva
e tutto restava com’era.
Lampi e tuoni talvolta,
all’ora del telegiornale.
Di primavere elleniche
neanche l’ombra.
* * *
Forse per leggerezza, tra le firme
apposte
sotto giudizi critici, sotto processi
verbali di sedute, scrutini, seggi elettorali,
né letto né approvato, ma sottoscritto
avrò
un contratto d’anime e di attimi,
poche righe in sospetti
gotici caratteri…
Sventato poi
proclamerò l’attimo
bello, arrestabile…
e come on, Faust again!
* * *
Un voto
per Davide M., alunno assente
da un sabato sera del dicembre 2003
Sei stato a lungo qui, tra il sei
e il sette, insomma sul discreto; arrivavi talora
quasi all’otto, come tanti altri,
nella media.
Arrivavi leggero, senza disturbare,
talora zoppicante a causa di un pallone.
Ti distraeva (succede a tutti) un amico
sogno, ogni tanto qualcosa
(è normale) qualche bella gioia
ti suggeriva.
Bastò un poco di buio
per farti straordinario.
Ti rivorremmo qui,
normale come prima.
Poterti regalare un altro
più che discreto,
ci sarebbe sufficiente.
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a. II, n. 5, gennaio-marzo 2006
Interessante I segni
dello scorpione di Vincenzo Moretti. Si tratta di poesia
raffinata e colta che sa cogliere in profondità alcuni
aspetti essenziali dell'esistere. Peccato che Moretti tra Rilke,
Gozzano, Mishima, Bevilacqua e Guittone d'Arezzo citi anche Baricco!
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