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Racconti intensi e modernissimi, quelli di Paolo
Righini, giovane scrittore che esordisce con una raccolta di
straordinaria e provocatoria varietà tematica: dalla
fantascienza più esplicitamente inquietante di
Hard top all’implicita distopia di Prima
visione - no stop; dalle disperate casualità del
quotidiano (Lucy in the sky) ai paradossi della
realtà umana (La porta rossa, un
capolavoro di invenzione); dalla tragedia dell’insensatezza
sempre in agguato (Quel giorno, d’estate)
fino al paradossale e quasi divertito L’alieno.
In questo libro, Righini riesce ad attanagliare il lettore dalla prima
all’ultima riga con meccanismi narrativi implacabili e una
scrittura fluida e misurata che lo pone sulla scia dei grandi del
genere – da Maupassant a Poe, da Bierce a Calvino e Buzzati.
Mauro Ferrari
* * *
Tropical Bar
Dovunque si immagini il mondo di Eliot non si conoscerà mai
veramente il vero sapore delle Salompas, i frutti esotici immaginari
del pianeta invisibile. La mente non può arrivare a tanto,
non può ricostruire un gusto, un sapore sulla sola base
della fantasia. Alle Salompas la mente può associare il
gusto del kiwi e del cocco, ma non saranno mai né gli uni
né gli altri. Però è importante
pensarle. Se si pensano allora possono esistere.
«Una spremuta di Salompas!» chiese al cameriere il
tizio con gli occhiali seduto al tavolino vicino al mio.
Io ero indaffarato a leggere un trafiletto di giornale che spiegava
come procurarsi tanti soldi in poco tempo; cosa di per sé a
me inconcepibile che per mettere da parte due soldi avevo dovuto
lavorare anni e anni. Lo guardai distrattamente, incuriosito solo da
quel nome di frutto che non avevo mai sentito. Il cameriere, un tipo
alto e dinoccolato, con un ciuffetto di capelli neri che quasi quasi
gli arrivava sulla piccola gobbetta del naso, rimase un po’
sconcertato.
Guardò velocemente sulla carta pensando a come mai gli era
sfuggita quella voce in lunghi anni di servizio, poi ripose lo sguardo
sull’uomo occhialuto con aria interrogativa. Il tizio si
guardò intorno sorpreso.
«Signori, ho solo chiesto una spremuta, una spremuta di
arance!» disse in tono gentile. Il viso del cameriere si
illuminò di nuovo e si avviò al banco. Tutta la
scenetta non mi era passata inosservata. Ripiegai il giornale e
rivolgendomi al signore seduto vicino a me gli chiesi: «Scusi
se la disturbo; ma lei non aveva detto di volere una spremuta di...
come le ha chiamate? Salompas?»
L’uomo mi guardò con una strana espressione del
viso, tra lo scocciato ed il sorpreso, dopo di che disse:
«Salompas? Che diavolo di spremuta è? Io non
l’ho mai chiesta né tanto meno
desiderata».
Mi scusai dell’intervento poco felice ma non mi allontanai
dal tavolo. Rimasi seduto, con il tizio che mi guardava (o pensavo che
mi guardasse perché portava grossi occhiali scuri), ad
aspettare il cameriere. Costui arrivò poco più
tardi: aveva in mano un vassoio con il bicchiere di spremuta. Lo
osservai posare il bicchiere sul tavolo e dare all’occhialuto
lo scontrino con il prezzo da pagare. Si accorse che lo stavo guardando.
«Desidera qualcosa, signore?»
Con naturalezza risposi: «Una spremuta di Salompas».
La cosa che più mi stupì fu la reazione del
cameriere, nel senso che non l’ebbe neanche, anzi,
annotò velocemente l’ordinazione sul taccuino.
Feci per fermarlo ma ero un po’ confuso: dalle mie labbra non
uscì che un suono disarticolato e gutturale. Guardai in
faccia l’occhialuto sperando di trovarvi comprensione. Lui
non mi guardava neanche: era intento a bere la sua spremuta e volgeva
lo sguardo verso una bionda seduta poco più in là.
Non mi era chiaro nulla di quanto era successo: come mai il cameriere
non aveva avuto la stessa reazione di poco prima quando era stato
l’occhialuto ad ordinare la spremuta di salompas?
Non sapevo darmi una risposta: che l’uomo che avevo di fronte
fosse un cliente abituale e che avesse ordinato una bevanda che non
aveva mai preso prima tanto da stupire il cameriere? Ma se anche fosse,
che razza di spremuta era questa di Salompas? Che cos’erano
le Salompas?
Mentre nella mente mi ponevo queste domande, il cameriere
arrivò con il solito vassoio, posò il bicchiere
sul tavolo e mi diede lo scontrino.
«Salompas fresche, appena arrivate da Eliot,
signore!»
«Eliot?» chiesi.
«E da dove, se no!» ribattè, quasi
stizzito, il cameriere.
«E già, da dove...» mormorai.
Lasciai che il cameriere si allontanasse, dopo di che portai con una
certa titubanza il bicchiere alle labbra. Lasciai che il liquido me le
bagnasse, cercando nello stesso tempo di annusarne il profumo e
saggiarne il gusto. Il profumo era intenso, tipicamente tropicale.
Sorseggiando a poco a poco la spremuta, il gusto ora ricordava il cocco
ora il kiwi, ma non era propriamente l’uno né
l’altro. Alzai un attimo lo sguardo e vidi che il tizio
occhialuto mi guardava con aria a dir poco soddisfatta. Posai il
bicchiere sul tavolo e dissi un po’ bruscamente:
«Non ha mai visto un uomo bere una spremuta di
Salompas?»
Al signore scappò una risatina beffarda poi, quasi per
scusarsi, cercò di assumere un’espressione
più seria e disse: «Lei è mai stato su
Eliot?»
«Eliot... da dove vengono le Salompas? No, in
verità, no... non ci sono mai stato» risposi
pensoso.
«Sicuro?» ora il suo tono era più
distensivo, quasi amichevole.
«Non dico di persona, ma mentalmente lei ci deve essere
stato, in caso contrario non avrebbe ordinato quella
spremuta».
Quella voce suadente era rassicurante.
«Mentalmente? Vuol dire con la fantasia o col
sogno?»
«Non necessariamente. Poco fa lei c’è
stato, o meglio ha fatto in modo che Eliot esistesse veramente. Se lo
riesce ad immaginare, signore? Come me lo descriverebbe?»
«Un’isola bellissima, al centro
dell’oceano, ricco di laghetti e di ruscelli, con uno stuolo
di graziose fanciulle che mi fanno vento con dei rami di
palma...»
«Vede» continuò l’uomo,
«basta entrare nell’ordine di idee che Eliot esiste
veramente e si potranno bere fiumi e fiumi di spremute di Salompas....
Non le pare? Tutto quello che è possibile,
esiste».
Non sembrava un pazzo quell’uomo. Di certo, il cameriere gli
aveva portato qualcosa di piacevole. Era come se stessi per cogliere
qualcosa di rilevante, una specie di rivelazione sensazionale che mi
avrebbe cambiato l’esistenza: ma allo stesso tempo quel
qualcosa era impercettibile, sfuggiva alle mie elucubrazioni mentali e
trovava la dimensione giusta solo nella fantasia.
Perché il cameriere aveva sgranato gli occhi quando
l’uomo di fronte a me aveva chiesto una spremuta di Salompas?
E perché di fronte alla mia stessa richiesta, non
mostrò il minimo stupore? Davvero contava la mia
predisposizione alla cosa?
Davvero, se io credevo nelle Salompas, esistevano pure per gli altri?
Sorrisi. Perché non avrei saputo fare di meglio.
L’occhialuto si era messo di nuovo a guardare la bionda.
Portai il bicchiere alle labbra e sorseggiai distrattamente.
«Pompelmo!» esclamai.
Tutti si girarono verso di me, ma solo per un attimo.
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