i libri

Paolo Righini

Gelato al silicone

(ovvero illusioni, allusioni e altro ancora)

2006

ISBN 88-7536-075-8

pp. 128

cm 15x21

€ 13,50

 

L'autore

I testi

Recensioni

Riconoscimenti

Dello stesso autore

 

Acquista on line su:

9

9

9

L'autore

Paolo Righini è nato a Torino nel 1967, dove vive e lavora come medico specialista.
Ha sempre coltivato la passione per la scrittura e per la lettura, in modo particolare, di autori come Charles Bukowski, John Fante, Nick Hornby, Raymond Carver, e nell’ambito fantascientifico, Ray Bradbury.
Questa raccolta di racconti è il suo esordio narrativo.

0

I testi

Racconti intensi e modernissimi, quelli di Paolo Righini, giovane scrittore che esordisce con una raccolta di straordinaria e provocatoria varietà tematica: dalla fantascienza più esplicitamente inquietante di Hard top all’implicita distopia di Prima visione - no stop; dalle disperate casualità del quotidiano (Lucy in the sky) ai paradossi della realtà umana (La porta rossa, un capolavoro di invenzione); dalla tragedia dell’insensatezza sempre in agguato (Quel giorno, d’estate) fino al paradossale e quasi divertito L’alieno.
In questo libro, Righini riesce ad attanagliare il lettore dalla prima all’ultima riga con meccanismi narrativi implacabili e una scrittura fluida e misurata che lo pone sulla scia dei grandi del genere – da Maupassant a Poe, da Bierce a Calvino e Buzzati.

                                                                                                       Mauro Ferrari

 

* * *

 

Tropical Bar

Dovunque si immagini il mondo di Eliot non si conoscerà mai veramente il vero sapore delle Salompas, i frutti esotici immaginari del pianeta invisibile. La mente non può arrivare a tanto, non può ricostruire un gusto, un sapore sulla sola base della fantasia. Alle Salompas la mente può associare il gusto del kiwi e del cocco, ma non saranno mai né gli uni né gli altri. Però è importante pensarle. Se si pensano allora possono esistere.
«Una spremuta di Salompas!» chiese al cameriere il tizio con gli occhiali seduto al tavolino vicino al mio.
Io ero indaffarato a leggere un trafiletto di giornale che spiegava come procurarsi tanti soldi in poco tempo; cosa di per sé a me inconcepibile che per mettere da parte due soldi avevo dovuto lavorare anni e anni. Lo guardai distrattamente, incuriosito solo da quel nome di frutto che non avevo mai sentito. Il cameriere, un tipo alto e dinoccolato, con un ciuffetto di capelli neri che quasi quasi gli arrivava sulla piccola gobbetta del naso, rimase un po’ sconcertato.
Guardò velocemente sulla carta pensando a come mai gli era sfuggita quella voce in lunghi anni di servizio, poi ripose lo sguardo sull’uomo occhialuto con aria interrogativa. Il tizio si guardò intorno sorpreso.
«Signori, ho solo chiesto una spremuta, una spremuta di arance!» disse in tono gentile. Il viso del cameriere si illuminò di nuovo e si avviò al banco. Tutta la scenetta non mi era passata inosservata. Ripiegai il giornale e rivolgendomi al signore seduto vicino a me gli chiesi: «Scusi se la disturbo; ma lei non aveva detto di volere una spremuta di... come le ha chiamate? Salompas?»
L’uomo mi guardò con una strana espressione del viso, tra lo scocciato ed il sorpreso, dopo di che disse: «Salompas? Che diavolo di spremuta è? Io non l’ho mai chiesta né tanto meno desiderata».
Mi scusai dell’intervento poco felice ma non mi allontanai dal tavolo. Rimasi seduto, con il tizio che mi guardava (o pensavo che mi guardasse perché portava grossi occhiali scuri), ad aspettare il cameriere. Costui arrivò poco più tardi: aveva in mano un vassoio con il bicchiere di spremuta. Lo osservai posare il bicchiere sul tavolo e dare all’occhialuto lo scontrino con il prezzo da pagare. Si accorse che lo stavo guardando.
«Desidera qualcosa, signore?»
Con naturalezza risposi: «Una spremuta di Salompas».
La cosa che più mi stupì fu la reazione del cameriere, nel senso che non l’ebbe neanche, anzi, annotò velocemente l’ordinazione sul taccuino. Feci per fermarlo ma ero un po’ confuso: dalle mie labbra non uscì che un suono disarticolato e gutturale. Guardai in faccia l’occhialuto sperando di trovarvi comprensione. Lui non mi guardava neanche: era intento a bere la sua spremuta e volgeva lo sguardo verso una bionda seduta poco più in là.
Non mi era chiaro nulla di quanto era successo: come mai il cameriere non aveva avuto la stessa reazione di poco prima quando era stato l’occhialuto ad ordinare la spremuta di salompas?
Non sapevo darmi una risposta: che l’uomo che avevo di fronte fosse un cliente abituale e che avesse ordinato una bevanda che non aveva mai preso prima tanto da stupire il cameriere? Ma se anche fosse, che razza di spremuta era questa di Salompas? Che cos’erano le Salompas?
Mentre nella mente mi ponevo queste domande, il cameriere arrivò con il solito vassoio, posò il bicchiere sul tavolo e mi diede lo scontrino.
«Salompas fresche, appena arrivate da Eliot, signore!»
«Eliot?» chiesi.
«E da dove, se no!» ribattè, quasi stizzito, il cameriere.
«E già, da dove...» mormorai.
Lasciai che il cameriere si allontanasse, dopo di che portai con una certa titubanza il bicchiere alle labbra. Lasciai che il liquido me le bagnasse, cercando nello stesso tempo di annusarne il profumo e saggiarne il gusto. Il profumo era intenso, tipicamente tropicale. Sorseggiando a poco a poco la spremuta, il gusto ora ricordava il cocco ora il kiwi, ma non era propriamente l’uno né l’altro. Alzai un attimo lo sguardo e vidi che il tizio occhialuto mi guardava con aria a dir poco soddisfatta. Posai il bicchiere sul tavolo e dissi un po’ bruscamente: «Non ha mai visto un uomo bere una spremuta di Salompas?»
Al signore scappò una risatina beffarda poi, quasi per scusarsi, cercò di assumere un’espressione più seria e disse: «Lei è mai stato su Eliot?»
«Eliot... da dove vengono le Salompas? No, in verità, no... non ci sono mai stato» risposi pensoso.
«Sicuro?» ora il suo tono era più distensivo, quasi amichevole.
«Non dico di persona, ma mentalmente lei ci deve essere stato, in caso contrario non avrebbe ordinato quella spremuta».
Quella voce suadente era rassicurante.
«Mentalmente? Vuol dire con la fantasia o col sogno?»
«Non necessariamente. Poco fa lei c’è stato, o meglio ha fatto in modo che Eliot esistesse veramente. Se lo riesce ad immaginare, signore? Come me lo descriverebbe?»
«Un’isola bellissima, al centro dell’oceano, ricco di laghetti e di ruscelli, con uno stuolo di graziose fanciulle che mi fanno vento con dei rami di palma...»
«Vede» continuò l’uomo, «basta entrare nell’ordine di idee che Eliot esiste veramente e si potranno bere fiumi e fiumi di spremute di Salompas.... Non le pare? Tutto quello che è possibile, esiste».
Non sembrava un pazzo quell’uomo. Di certo, il cameriere gli aveva portato qualcosa di piacevole. Era come se stessi per cogliere qualcosa di rilevante, una specie di rivelazione sensazionale che mi avrebbe cambiato l’esistenza: ma allo stesso tempo quel qualcosa era impercettibile, sfuggiva alle mie elucubrazioni mentali e trovava la dimensione giusta solo nella fantasia.
Perché il cameriere aveva sgranato gli occhi quando l’uomo di fronte a me aveva chiesto una spremuta di Salompas? E perché di fronte alla mia stessa richiesta, non mostrò il minimo stupore? Davvero contava la mia predisposizione alla cosa?
Davvero, se io credevo nelle Salompas, esistevano pure per gli altri? Sorrisi. Perché non avrei saputo fare di meglio. L’occhialuto si era messo di nuovo a guardare la bionda. Portai il bicchiere alle labbra e sorseggiai distrattamente.
«Pompelmo!» esclamai.
Tutti si girarono verso di me, ma solo per un attimo.

0

Recensioni
Riconoscimenti
Dello stesso autore
0