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Decisamente un libro spiazzante,
quello di Viola Amarelli: una raccolta d’esordio che propone
una parola poetica forte e salutare, come reazione alla
caoticità irredimibile del mondo e
dell’esperienza; che sembra partire dal bathos
colloquiale di tanti lacerti espressivi, non di rado sferzanti nel
tono, per puntare a un divertissement colto e
raffinato tutto intriso di preziosismi lessicali e costrutti
depistanti; che infine rifiuta la dimensione lineare e narrativa, a cui
preferisce contrapporre la coagulazione del pensiero in immagini, anche
attraverso una sferzante e persino spietata galleria di ritratti umani.
Se il Mondo è caos, allora l’Io con le sue storie
non può esigere alcuna centralità;
d’altro canto, anche gli alfieri dell’Arte per
l’Arte – «retori della metafisica / gli
agghiacci afasici, le immagini kabuki» – come pure
co-loro che propugnano «artatamente il tono
medio-basso» «torniscono fonemi lemuri ormai del
vacuo» (Nullius).
Allora la condizione eretica di essere «fuorigioco»
(nel testo eponimo, ma anche di altre figure esemplari e proiezioni di
sé) è l’unica scelta autentica, per
essere continuamente e dinamicamente proiettati sulla gioia di
sé, sulla consapevolezza, come sembra emergere dal sapore
nietzscheano dei versi «danza oltre te stesso / e nel tuo
passo si sciolga l’interdetto» (Varco). Fuorigioco
è un libro, che fa pensare a una ricerca
dell’«Essere altrove, essere altrimenti»
– i citati Rimbaud e Penna insegnino – come
l’unica pratica paradossale, ma anche come una feroce critica
ontologica del nostro Esserci.
La sovrabbondanza caotica ed erratica della vita richiede infatti una
risposta completa di tutto l’Essere, senza alcuna pretesa di
antropocentrismo, bensì mirando all’esaltazione
della «deità che [ci] è
toccata» (Nereide); solo così
si vedrà che «crucci e rovelli» sono
null’altro che «balocchi da sciocchi» (In
volo) di fronte al terribile compito che abbiamo davanti, la
costruzione di una gioia, di un «volo sospeso».
Mauro Ferrari
* * *
Vessillo
Di sbieco, fuori squadra, ala mancina,
ardita vessillifera caduta
una fra tante,
aralda di stanchezza che ristagna
nell’aria acre quando muoiono gli eroi
e tocca, increduli, assurgere agli dei.
Una fra tante, perse troppe battaglie,
vinte le guerre,
cadendo si limita a sapere
che la bandiera intrisa del suo sangue,
polvere altrui,
passa di mano intatta. Ultimo colpo
si disvela il motto mai prima scorto
nello sbocco di viscere e di fuoco,
“nulla vale la pena del dolere”.
Vano è l’avviso per le retrovie,
l’ansia dell’urlo stroncato nella gola.
* * *
Epigramma
E tra me e il mondo sin da ragazzina
l’indicazione è pressoché
l’univoca:
potete andare come siete adusi
a dar via il culo da qualche altra parte.
* * *
Finisterre
Fosforescenza al molo le chiazze
di catrame,
gocce d’olio,
l’odore di salmastro e putrescenza
vegetale, umore d’animale,
lo smuove e riconfonde il vento
quando sale
da terra o dalla sponda d’orizzonte.
Notte buio d’inchiostro fanali
di lampara, segnaboa
ristagno di corrente ai parabordi
umido dappertutto sino all’ossa
sentore di pioggia o di scirocco.
Novilunio
cerate di silenzio e di bandiere
avvisi di partenze, nuovi corsi,
tratte sbiadite,
canapi sciolti per gomene d’ancore nascoste.
Di transito o d’approdo, benvenuto
nell’alba d’acqua e d’aria che si schiara,
senza frontiere senza indicazioni,
solo respiro solo a sé il presente
di là del sangue, oltre cuore e mente.
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