|
Il libro d’esordio di Barbara Sorgato
nasce da un ansito di liberazione che pervade ogni pagina e, quasi,
ogni verso.
Si tratta, riprendendo un lemma che torna più volte nel
libro, di un’urgenza prepotente-mente
vitalistica, uno slancio verso il Mondo e gli altri che parte da una
interiorità oggi troppo spesso claustrofobica, e che assume
una chiara tonalità mistica. Il Dentro, lo spazio metaforico
intransitivo e disseccato, statico e mortifero, ha il compito di
raccogliere le residue energie dinamiche e vitali per liberarsi e
tendere verso una dimensione più spirituale
dell’esistenza: uno slancio che, dalla dimensione
orizzontale, punta subito alla verticalità, come tensione
verso una forma di Assoluto non rigidamente codificata di fede o di
fiducia. C’è infatti, nella giovane poetessa
romana, una peculiare esigenza di corroborazione che nasce,
più che da diffidenza, da una saggezza duramente conquistata.
Quella di Barbara Sorgato è una scrittura poetica densa,
riccamente aggettivata, dal passo lungo ma non distesa sintatticamente,
in quanto predilige le sovrapposizioni, le germinazioni sintattiche, le
virate improvvise del pensiero; come tale, questa forte scelta
espressiva ben si adatta a una poesia in fondo sempre permeata di
fisicità e allacciata alle tracce di esperienza umana, come
attestano le due poesie probabilmente più alte della
raccolta, A mio padre e soprattutto A
metà, con la sua chiusa (che è chiusa
dell’intera raccolta) davvero sapienziale e al contempo
lacerata dall’interrogazione: «Che fare / quando
questa è tutta vita / e altra uguale / non ci è
data altrove».
Mauro Ferrari
* * *
Lacerante ossessione
Sugli alberi nudi
si è posato un pensiero
Quando tornerai
saremo resina e corteccia
Se tornerai
non serviranno più parole
da disperdere
come cenere sull’asfalto
da un’auto in corsa
Spreco di denaro,
energia che evapora,
capelli che cadono
Un incenso brucia
l’equilibrio cui tendo
Il corpo buttato sul tappeto
Il solito pensiero
che mi si siede accanto.
* * *
Il boccone
Vinti da stanchezza emotiva estrema
tra difficoltà impantanati
lasciamo andar la presa
Il trattenere
inutile danno gratuito
già troppe volte sperimentato
si trasmuta al fine
in liberatorio sospiro
di chi ha smesso d’inghiottire
e nell’esprimersi è rinato.
* * *
A metà
Dita incastrate in bramosie troppo palpabili
La mente che oscilla e barcolla
scrutando il confine dell’opportuno
che non trova
sbiadito nella certezza
di un tempo che ci univa
che non è più ora
Ma le viscere non conoscono tempo
Sanno solo d’incontri nati
per tatuare vita su vita
la mia e la tua
Occasioni cercate
per esistere solo un minuto
in un mondo parallelo:
amanti materializzati
in forma di parole lanciate al galoppo
per inseguire il tempo ristretto
che avido stipa in fondo a due gole rotte
scalpitanti desideri d’emersione
Che fare
quando Questa è tutta vita
e altra uguale
non ci è data altrove.
0
|