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Ubaldo De Robertis

 

Diomedee

2008

ISBN 978-88-7536-176-1

pp. 80

cm 12x21

€ 11,00

 

L'autore

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L'autore

Ubaldo De Robertis, nato nelle Marche (1942), vive a Pisa. Membro dell’Accademia Nazionale dell’Ussero di Arti, Lettere e Scienze. Premio Speciale Mario Tobino 2004, Primo Premio Torre Pendente 2006. Secondo Premio Fazio degli Uberti 2007, Primo Premio Orfici - omaggio a Dino Campana 2008. Alcune composizioni sono inserite in antologie poetiche: Tra un fiore conto e l’altro donato 2007, Oscar Poesia 2008 e in riviste d’Arte e letteratura: Poiesis, Archivio Poesie nel Cassetto, La Torre, La Ballata. Tra le sue opere di narrativa, si ricordano: il romanzo-saggio Il Tempo dorme con noi, Primo Premio Internazionale Giovanni Gronchi 1999; Gli Uomini nascosti, Primo Premio Arca, 2003; il racconto Lei, Primo Premio Fazio degli Uberti 2006; Il Falco il cavallo e il nano, finalista Premio Firenze 2006; La Stella del Nord, Keltia Editore, Aosta, 2005; Cinque, sessanta, centoventi, Felici Editore, Pisa, 2005; Lei, la Natura, Felici Editore, Pisa, 2006; Come un inganno, in Giallo Pisano 2, Felici Editore, Pisa, 2006.

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I testi

 

Una poesia densa e ricca, quella di Ubaldo De Robertis, poeta che ha coltivato per molti anni una propria vena, fino a raggiungere la cifra stilistico-espressiva personale e ben individuata che mostra questo volume di maturo esordio.
De Robertis è, in tutto e per tutto, poeta lirico, ma mai di una liricità effusiva e sentimentale, bensì di vena fortemente meditativa, tutta e sempre concentrata su una definizione del rapporto fra sé e mondo. Gli accadimenti e i trasalimenti dell’Io non sono quindi mai minimali, e la stessa vena autobiografica, spesso giocata a livello di ricordo, non mostra il patetico ripiegamento su di sé di tanta lirica contemporanea; piuttosto, il poeta pisano (nato però nelle Marche) preferisce l’ampio squarcio paesaggistico, spesso di matrice impressionista (cfr. Bagliori, p. 42, ad esempio) che secondo modalità tipicamente romantiche viene a costituire lo sfondo contro cui l’Io si muove con modalità di esplorazione gnoseologica, quasi come un ulisside che, disperso in un mondo di frammenti, tenti di dare senso ad essi. Di qui, la ricerca ritorna a se stesso e alla propria vicenda umana, per scoprire «se sono quello che sono / o quello che appare allo specchio» (Io non ho tempo, p. 24). Il non avere tempo, appunto: la poesia di De Robertis, o meglio la sua indagine sul mondo, sempre condotta in prossimità di un’esigenza di rispecchiamento, si rivela una drammatica auto-analisi scandita dalla scarsità di tempo concessa all’umano.
Che poi la cifra stilistica vada ben al di là della patina anticata di certi costrutti (gli aggettivi anteposti, ad esempio) è ben visibile fin dalla poesia che funge da incipit, Io che...: tendenza all’ipermetro, sintassi che travalica le suddivisioni fra i versi, repertorio lessicale ed espressivo che infrange gli schemi e i limiti del lirismo convenzionale: tutto ci attesta l’urgenza del dire, quasi il debordare della materia, cioè del mondo che il poeta deve portare a misura all’interno della forma poetica: è un’idea di poesia come forma altissima di ricerca e interrogazione sull’umano, quindi, con precise ascendenze dantesche e leopardiane (ma anche baudelairiane: si veda Ed ora, p. 37) che la perizia artistica ha metabolizzato e trasfuso nel proprio discorso, e che si fondono con altre voci - altri echi - di assoluta contemporaneità come Caproni, il conterraneo Luzi e certo Montale - presenze, del resto, già esplicitamente convocate in esergo.
Quella di De Robertis è in sostanza una poesia dal sapore classico che oggi, in una temperie dimidiata e offesa, suona forte e originale, creaturale e sempre viva.

                                                                                                       Mauro Ferrari

 

* * *

 

Quando ero un'altra cosa

Quando ero un’altra cosa
un putto di una fontana o d’una chiesa
il mio aspetto poco contava

Stille di idee e sentimenti
fugavano da sole le tenebre
senza bisogno di talismani o rosari

Ora che l’inflessibile tempo
indifferente alla mia storia
spianta le radici e le prosciuga
le labbra mordo perché quelle stille
non acquistino voce

 

* * *

 

Io non ho tempo

Io non ho tempo
per decidere
se sono quello che sono
o quello che appare allo specchio
insensibilmente
riflette lo specchio
io, io non ho molto tempo
per riflettere
e non sono indifferente
ma non rivelerò a nessuno
che presto diverrò
invisibile.

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* * *

 

Diomedee

Aghi d’albero, gomitoli senza nome,
flutti d’acque verdastre, mormoranti,
angoli asciutti, sabbie delicate, falesie bianche,
spiagge curvate come lame,
come dame stanche.

Isole che gareggiano per bellezza
con ogni terra ferma,
isole di leggende e di storie, isole di memorie,
senza vele.
Isole invisibili, di croci.
Isole senza voci.
Isole dei fuochi silenziosi, dei sentieri di pietra,
dei monoliti, dei ciclopici massi,
dei taglienti sassi.
     Isole delle notti tolleranti,
di sconsolate amanti.

Isole dove siamo approdati,
dove siamo nati,
dove abbiamo vegliato,
dove abbiamo cantato.
Isole dove abbiamo pianto.

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