i libri

Elena Ribet

Diario

dei quattro nomi

ISBN 88-7536-039-1

2005

pp. 72

cm 12x21

€ 10,50

 

L'autore

I testi

Recensioni

Riconoscimenti

Dello stesso autore

 

Acquista on line su:

9

9

9

L'autore

Elena Ribet è nata nel 1973 a Roma, dove attualmente vive e lavora occupandosi della comunicazione per una onlus che promuove l’integrazione delle persone con disabilità intellettiva.
Si interessa di ecumenismo, teologia e integrazione culturale. Ha presieduto il convegno interreligioso Religione, pace e violenza (5 e 6 aprile 2003, Mappano, Torino). Il suo intervento La Marialis Cultus: una lettura evangelica è inserito negli atti del XV Colloquio Internazionale di Mariologia [Patti - Messina] - 16 e 18 aprile 2004 (Edizioni AMI, Roma, 2005). Ha partecipato all’allestimento del musical Israel, dove vai? di Daniel Lifschitz sulle vicende e contraddizioni del popolo ebraico nella storia, curandone anche l’ufficio stampa.
Collabora con riviste e periodici fra cui il settimanale delle chiese evangeliche battiste, metodiste e valdesi Riforma e il mensile Noidonne.
È vincitrice del 5° concorso Le donne pensano, le donne scrivono, sezione poesia, promosso dalla Città di Torino, VI Circoscrizione e dal Centro Donna, ed è stata pubblicata nell’antologia del premio.

0

I testi

C’è una caratteristica che rende il libro d’esordio di Elena Ribet qualcosa di molto raro nella produzione poetica non solo attuale, e che ci dà l’esatta testimonianza di una voce già matura e originale. La poesia, infatti, prova sempre una sorta di disagio di fronte alle dimostrazioni di gioia, pienezza o contiguità con le zone più luminose dell’esperienza: non occorre scomodare i grandi Romantici per trovare ben più profonde e tipiche consonanze con l’introspezione dolorosa, la mancanza, la distanza, la ferita. La celebrazione della gioia e pienezza amorosa, in altri termini (come confermano recenti esiti letterari di poeti anche molto noti) è argomento difficile e insidioso.
La giovane poetessa riesce invece nell’intento di scrivere una poesia che sia quasi un cantico all’amore, delizioso ed esplicito, pudico ma a suo modo esplicito, senza cadere nei due opposti del misticismo e nella sguaiatezza: «ho imparato a veicolare / tutto con il corpo» (p. 41) sono versi che già dicono tutto sull’atteggiamento adottato verso il mondo, e lo dicono nel modo più diretto e naturale. L’amore è quindi solida fisicità e carnalità, vita concreta e desiderio di tuffo nell’altro, dono temprato da una vena pensosa e problematica che lo inquadra nella pienezza esperienziale; sono prova di questo le epigrafi e le preziose, mai banali, riflessioni metapoetiche, sul senso di scrivere in fondo questo stesso libro come atto di verità e testimonianza; né manca una salutare vena auto-ironica (forse decisiva ai fini della riuscita poetica), che riporta quest’ampia e profonda area di riflessione poetica in limiti umani, con tutti gli slanci, le contusioni e persino le buffe goffaggini dell’essere vivi.
Elena Ribet indaga sul proprio crescere e farsi donna senza minimalismi, con un autobiografismo che però diventa subito universale e si fa quindi nostra esperienza; parla del proprio amore e ci mostra l’essenza dell’amore più pieno; riflette sulla propria poesia e ci fa capire tante cose sul fare poesia oggi - o almeno ci addita una delle soluzioni possibili, personalissima ma esemplare, specie per una prova d’esordio.

                                                                                                        Mauro Ferrari

 

* * *

 

Voglio che tu finisca per idealizzarmi
come d’altronde farò io.
Nella veglia e nel sonno mi scopro
abbracciarti profumato in maniche lunghe
di camicia bianca

 

* * *

 

L’inquietudine condivisa
del mio sguardo negli spazi occulti
è ciò che mi tiene compagnia
in questa solitudine.
Leggo pentimento
in quelle parole riferite alla moglie.
E in queste parole
offerte
a due destinatari
leggo la guerra e la vena secca.
Ma come onda viva
d’acqua dolce fertile, feconda
così quella vicinanza
compie e benedice
il sogno, il sentimento, il non detto

 

* * *

 

Quelle pagine erano per dirti
che il mio dire è un po’ tacere
di tutto il detto che rimbomba vano
su ciò che vive, matura e muore.
Quel che so è un processo a levare
finché resti una sola parola
che descriva questa voce esatta
e il mio spirito, e il mio nome

0

Recensioni

 

Una voce femminile netta e scandita ci legge il suo libro segreto. Conosciamo così il suo protagonismo infantile, il suo bruciante amore, la gelosia, la disperazione, la sua idea di poesia.

Chi è la donna che parla di sé con forza, e senza falsi pudori si consegna alla pagina?

Elena Ribet, alla sua prima raccolta poetica, è nata a Roma nel 1973 – è scritto nella nota biografica che correda il libro – e s'interessa d'ecumenismo, teologia e integrazione culturale.

Di questo background così particolare nell'ambiente della poesia, poco trapela nella scrittura. No, qui non è possibile trovare nulla della compostezza, della maniera che, forse con pregiudizio, si attribuirebbe all'autrice di una lettura evangelica sul Marialis cultus. L'immagine materna è assente, di maternità non si parla (forse non ancora) e l'incontro con l'altro conosce più la violenza dell'eros che la serenità dell'accettazione. Qui il grido d'amore è ancora richiesta primaria, desiderio che non si sazia. Una creatura, con tratti psicologici ancora infantili vuole essere alimentata, nutrita e nello stesso tempo chiede all'uomo non solo l'appagamento dei sensi, ma di essere ricondotta a una misura, alla normalità. La richiesta infinita e la necessità – razionalmente riconosciuta – della misura, non riescono a conciliarsi in una pacata dialettica.

«La mia espiazione sta / nella negazione / il nostro spazio è quello / dei baci [dei baci non dati] / dei baci [perché non mi sazio];

Per fare una famiglia / ci va un uomo tranquillo / che vinca le tempeste, le assorba, le trattenga»

Lei indosserebbe tutte le notti il suo abito da sposa, invece tutto scorre quieto, lineare, fuori dell'eccezionalità. Accade così che la notte lei sogni «qualcosa di divertente sul matrimonio», ma contigua c'è una stalla e due uomini deformi che la violentano.

La deformità, la bruttezza e il suo contrario. Elena torna più volte a riflettere sul proprio aspetto fisico, ad ascoltare il sentimento del proprio corpo. Il viso dell'amato e il suo proprio viso allo specchio. Il cantico dei Cantici, classico per eccellenza della poesia del desiderio e dell'amore, modula, certo anche consapevolmente, questo topos:

«E tu sei bello / davvero bello;

Ho imparato a veicolare / tutto con il corpo / e Dio sa se un'amica / come me / è una benedizione // Quindi se non posso usare il corpo / tutto quello che rimane si gonfia / ansia, pallore, stanchezza / e al cedere del corpo / si fecondano / l'amore, il sesso, il sonno».

Lo specchio si diverte talvolta a dare risposte che riguardano la sola superficie, la pura forma:

«Un morso / su questa mela / spalancando la bocca / lo specchio divora / perché sembra davvero una mela tonda / questa faccia che mi guardo».

Morde la mela e contemporaneamente osserva i movimenti e i mutamenti del suo viso. Ogni bambino si diverte a consegnare allo specchio l'identità di cui non è ancora certo e un volto deformato per gioco. Narcisismo autoironico, leggero. Ma non è ovunque leggero il tono di questo libro. Se l'amore coniugale è al centro, il Mulino Bianco non abita qui. Il rapporto non è certo pacifico e tranquillizzante, è sfida e quotidiana passione. Il mondo al di fuori esiste a mala pena: il ricordo di un'amica, di un disperato. Pochi cenni a un contorno di dolore. E infine la poesia:

«La misura e il codice / sono metro di ciò che siamo;

Non gradisco i poeti che scrivono ogni giorno / centinaia di versi / o anche solo una manciata;

Quelle pagine erano per dirti / che il mio dire è un po' tacere».

Elena Ribet ci convoca a testimoni di una crescita non solo esistenziale ma anche artistica. Viene meno talvolta la necessaria distanza, ma non l'originalità. Affonda su radici composite che vanno (lo desumiamo dagli esergo) dai testi sacri a Truman Capote, a Sanguineti, ai manuali di cucina.

Non che sia necessario scoprire assonanze, quando la discendenza non è evidente, ma una voce che si è affacciata alla memoria leggendo questo libro, quella di Else Lasker Schüler, il suo piglio imperioso e visionario, la sua richiesta di un matrimonio che quotidianamente rinnovi le nozze. [Piera Mattei]

0

Riconoscimenti
Dello stesso autore
0