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La poesia di Niccolò
Grossi, in quest’opera d’esordio originale e maturo, prende l’avvio
dall’esigenza di rimarginare le ferite esistenziali o, meglio, ciò
in cui si è trasformata la ferita primitiva che muove l’esigenza di
vivere e scrivere. Questo pre-testo è trasparente e persino
sovra-esposto già nella prima poesia, quell’Addio (p. 7) in
cui appunto la separazione è trasformata in necessità di viaggio,
perdita di sé e del proprio rapporto con l’altro (con le proprie
radici e col mondo).
Dice Gilles Deleuze che il poeta è colui che torna dalle visioni
«con gli occhi rossi, i timpani perforati», portando con sé il dono
di una nuova comprensione, di una mappa del nuovo mondo da
regalare al «popolo che manca»: Grossi trasforma questa spinta
dapprima in resistenza etica («come noce stretta resisto», p. 8), e
quindi in un linguaggio poetico già pienamente individuato e
credibile. Si tratta di un linguaggio che, lontano da tanto
chiac-chiericcio simil-poetico intorno al nulla, esibisce con serena
nonchalance e consapevolezza una riconoscibile eredità
montaliana, innervata di scelte lessicali e sintattiche al limite
del preziosismo (perciò a volte decisamente stranianti), e si
confronta con i temi forti ed eterni dell’ontologia, vale a dire le
domande fondanti a cui non v’è risposta, che tuttavia vanno poste di
continuo perché solo e proprio nella formulazione sta la compiutezza
dell’umano.
Con una sentenziosità morale che non di rado giunge alla perfezione
di molte chiuse gnomiche, con una notevolissima capacità di calare
l’astrattezza delle idee nella con-cretezza di immagini vive da cui
l’impianto ideazionale muove o in cui precipita, Grossi inscena il
dissidio perenne tra la dimensione spirituale e quella fisica, tra
la tensione all’alto e la condanna al basso che tuttavia è, in modo
ineludibile, umana anch’essa.
Il correlativo oggettivo del Minotauro (procedimento ancora mutuato
da Montale), creatura prigioniera del buio labirintico ma anelante
alla chiarità dell’aperto – commistione nel proprio corpo di umano e
animale, umano e divino – riassume in sé questa eredità di
dannazione e dono di chi si sente (forse come ogni uomo, ma certo
come ogni vero poeta) «non uomo, poco meno che toro» (p. 19).
Mauro Ferrari
* * *
Addio
Là dove mi perdo e ti seguo per
amore, sta la tua fine. Lo so,
deglutisci oramai a stento
il fatalismo di quando scelgo e
tu subisci. Non è il tempo che ci
è mancato, è quanto bastava per
la fine. Ora sei libera, ma
verrà un altro fato, non più da me
annunciato, a darti amore e
miseria. Prova a vedere se
ha mai sbagliato: la sera scende sempre
prima sulla cala, si fa settembre.
* * *
Autunno quando
Chino, nell’angolo acuto che mi
resta, come noce stretta resisto,
o nel riccio del castagno franto,
la stagione che crepita il fuoco
nei prati marrone in letargo.
Sorrido, se fosse autunno quando...
* * *
Il Minotauro
Seguo la luce nel sogno di uscire.
La luce s’illiquida e divampa il sogno;
il sogno svanisce, le mura non hanno porte.
Il sogno guida alle porte,
le porte guardano al mondo che è dentro,
il mondo sorveglia occhiuto a che non mi veda,
il mondo che il mondo non vede.
Sai tu del fuoco? Del poco che corre tra vedere
e il suo gusto? Tra il coro e il rauco suonar
della rabbia? Nel chiacchiericcio stupido sentir
con altri sensi la mano sfiorata? Conosci il tocco?
È morte che mi aspetta, solo?
Poco tra la vita e non saperla,
e nulla sa l’occhio che ci vede,
dell’una e l’altra strada.
Poco mi perseguita; e non è gioco,
se non per voi, nelle notti spumose
che salano l’olivo, sfiatati nei corpi
ottusi e vuoti,
che per poco son quasi a rubarvi il nome,
ma rimango pur sempre dei loro,
non uomo, poco meno che toro.
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