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La poesia di Alessandro Zocca sembra nascere come
un canto funebre che si alza da un campo di battaglia, e mostra quindi
una acuta, stravolta e spesso allucinata consape-volezza del senso
presente (o, meglio, del nonsenso) della Storia. Nume tutelare di tanto
strazio è Georg Trakl, il poeta che sul campo di Grodek
(toponimo più volte citato) vide spegnersi la propria stessa
volontà di vivere, nel consapevolezza che la follia colpiva
non solo il passato e presente, ma che avrebbe annichilito anche il
futuro, come "progenie che non nascerà".
Di Marte, di Venere e d’altri
pianeti è un libro che edifica un fare poesia
calato nel nostro presente, e riesce nell’intento grazie ad
un linguaggio poetico forte, con immagini caustiche e precise, ritmi a
volte infervorati ma sempre coerenti. Siamo, per intenderci, in un
ambito poetico ben diverso sia dalla rivisitazione parnassiana del
mito, sia degli slanci di alto lirismo retorico alla Whitman: Zocca
è un giovane poeta che al contrario vuole portare nei
proprio versi una esperienza di vita più ampia possibile,
culturalmente stratificata e cosmopolita (si veda il suo plurilinguismo
di alcuni testi), ricca di suggestioni e, perciò, di
fascino.
La sezione dedicata a Marte, dio della guerra, ha appunto quale centro
di irraggiamento la notevole poesia Il Senso della Fine, in cui la
tragedia viene inquadrata in una prospettiva cosmica dal sapore
apparentemente scherzoso che, quindi, ne accresce la pregnanza. La
sezione dedicata a Venere potrebbe fare da contraltare ad essa, con il
suo senso di escapismo (chissà quanto possibile) gli slanci
e gli abbandoni sia all’amore che alla malin-conia.
È la terza sezione, ripartita in quattro brevi segmenti, a
riportare una ampia varietà di accenti e temi: dal tentativo
di una razionale visione di Acquazzone (p. 30), al
quasi nonsenso di Mecenatismo 0,14 (p. 28),
dall’ampia riflessione di Kilometro (p.
29) fino alla lucida strutturazione riflessiva Poi
(p. 36) e soprattutto di Postfazione (p. 43),
probabil-mente il testo più esplicito ed alto
dell’intera raccolta.
Mauro Ferrari
* * *
Mecenatismo 0,14
Progresso,
attriti,
sesso,
cristalli di porpora e sole.
Spasmi acidi a rallentatore, in bianco e nero.
Percussioni di tam tam.
Vedrai le luci spegnersi, le maschere straziarsi.
(0,13 le vene si dilatano, il burro della tragedia fonde)
Sentirai saliva fredda bagnarti le labbra
e capirai che sono io, 1, 2, 3,
che sono io lo stregone che mesce il tuo sangue.
Nere orchidee senza tempo scavano caverne
iper-uraniche: zero.
La terra è cadavere di logiche matematiche,
le mie.
Stanza buia,
vuoto d’aria,
1, 2, 3,
a un passo dalla sapienza (zero).
Caduta libera 1, 2, 3, zero... zero.
* * *
Acquazzone
Bolle la carne,
argento vivo deraglia
sotto luci spente
(bambino)
Sguardi che rimbalzano,
calano le strade
al richiamo delle selve
(benedizione)
Goccie e gomma
vertigine e visione
croce e coccola
(balsami)
* * *
Postfazione
Smarrite le carte di viaggio
smarriti i sigilli imperiali
scambiato per dodici dolcissimi efèbi
l’astrolabio in dotazione
bruciate le mappe di navigazione
fatto strage degli ultimi nocchieri (abilitati al pilotaggio)
spezzato il pane in parti uguali
bevuti l’acqua e il vino
(l’acqua soprattutto)
assecondati gli appetiti del corpo
e riposato il corpo lasso
abbandonandolo ai piaceri dello spirito.
Recitate le ultime preci e raccomandata l’anima a Dio
allestite le imbandigioni e i pubblici banchetti
rotte le dighe e varato un piano d’emergenza
aperti i giochi gladiatori
ai capricci viziosi delle donne
incrementata l’attività sovversiva dei suoi
ustascia
incentivando l’uso del gas nervino
inviato i vettovagliamenti alle truppe del fronte orientale
ormai stremate
scongiurata un’epidemia di tifo
giocato a rimpiattino coi suoi bimbi
placata la sete dei suoi sauri
e di coccole dolcissime ammansite le fiere
preposte alla periodica pulizia del campo,
(i suoi simpatici amici)
inviati in segnali di fumo i messaggi di pace e di guerra
che s’attendevano molto al di là del fronte
vendute le scarpe per pochi tozzi di pane
come si conviene
partì per il bianco mondo…
Figlio d’un ex-ufficiale d’una guarnigione
d’ussari
e d’una femmina bellissima,
pronipote d’una qualche divinità orientale,
giaceva sfiancato.
Gli erano ormai interdetti
i pubblici entusiasmi
i cortei funebri
i palmizi dorati
e altre consimili delizie bizantine:
«Mettimi a dormire, mettimi a dormire…
Ché ho le tue chiavi piantate nel cuore.
Cantami, cantami una ninna-nanna…
Ché l’avanguardia nemica è alle porte.
Mettimi a dormire, mettimi a dormire…
Ché la mattanza dei magiari è prossima,
la distruzione probabile,
la palingenesi certa…
Vattene, lasciami dormire, che del notturno è la
fine».
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