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Una poesia di alta intensità emotiva
quella di Camillo Sangiovanni, tutta giocata su precisione,
brevità e concentrazione dei versi; il suo è un
linguaggio che tende all’esattezza attraverso un uso
insistito della definizione e della similitudine, con un utilizzo molto
parco dell’aggettivo, che in più testi
è addirittura assente.
Questi versi, brevissimi ma mai franti ed anzi sempre ritmicamente
fluidi, si accendono di bellissime invenzioni verbali, di solito
collegate a verbi dal forte sapore espressionista, tesi come sono a
unificare due o più idee: ecco allora strisce sintagmatiche
quali «il miraggio / riappeso» (p. 5), «i
castagni allombrano» (p. 6), «il gran sole ...
sluccica" (p. 18), «le luci ... sbrillano» (p. 27),
o quali «supplizio / svibrante» (p. 22), in cui
l’enjambement, che unisce e separa i due
membri dell’allitterazione, sottolinea lo straniamento
operato sul significante, all’interno del quale vengono
compressi i due significati di “sfibrante” e
“vibrare”.
Sono costrutti né casuali né costruiti per puro
amore del gioco linguistico, bensì funzionali a definire il
mondo attraverso una visione lirica centrata su un Io coinvolto
emotivamente ma anche intellettualmente, che analizza e stesso e quanto
lo circonda: a un gruppo di componimenti incentrati sul tuffo
nell’Io («precipito / dentro di me», p.
12) e sulla pura introspezione intimista, si alternano infatti altri di
più ampia apertura verso il mondo, in cui spesso appare un
Tu di tenore sentimentale, in cui il poeta si
«inabissa», o anche un’umanità
altra, guardata con interesse e partecipazione: un mondo che il poeta
vorrebbe afferrare, ma che «sfugge / dalle mani»
come «sabbia fine, / [che] transita / come solletico / tra le
dita» (p. 8).
* * *
sabbia fine
mi sfugge
dalle mani
una sabbia fine,
transita
come solletico
tra le dita
e si regala
al vento
* * *
il senso
precipito
dentro di me
inaspettatamente
ansioso di trovarti:
anima
* * *
notte
notte
parallela
a rotaie,
le luci
sfilano
rincorrendosi
al limite
del buio
e sbrillano
lo sguardo
a vampe
minute
come tristizie
di pupille
rischiarate
all’attimo
e vagabonde
nei tuoi occhi
allagati
e senza
sponde
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n. 251,
gennaio-febbraio 2006
Pur essendo una raccolta di
esordio, Come solletico tra le dita rivela
già il sicuro possesso di una scaltrita strumentazione
poetica. D'altro canto, il suo autore Camillo Sangiovanni (Milano,
1944), non è uno sprovveduto, ma approda alla lirica con un
vissuto professionale di esperto di pubblicità e di
marketing: attività che certo abituano a forzare la
fluidità della parola fino a darle la solidità
dello strumento del potere, fino a farne mezzo privilegiato di
seduzione e di condizionamento.
Gli artifici della poesia, dunque,
ci sono tutti. C'è il gusto per neologismi che travalicano
le consuetudini linguistiche: i castagni che allombrano,
il sole che sluccica, le luci che
sbril-lano e persino un amore svibrante
(significante che nelle intenzioni dell'Autore vuole comprimere i
significati di "sfibrante" e "vibrante"). C'è
l'ostentazione, un po' compiaciuta di ossimori (le sere di
sole; il respiro assente o presente),
allitterazioni (quest'aria acquea), sinestesie (incandescenze
scarlatte che rinascono alla magia della voce).
Tuttavia, ciò che ci ha
positivamente colpito è che, oltre questo sfavillio di
mestiere, nei versi di Camillo Sangiovanni c'è anche una
straordinaria sensibilità che riesce a farsi spazio e a
trionfare con la forza della propria semplicità
comunicativa, portandoci al cuore di emozioni autentiche.
Tra queste emozioni un posto
dominante ha il sentimento della fugacità delle cose, dei
sentimenti e della vita stessa."Scivolare", "transitare", "sfuggire"
sono i predicati ricorrenti; Sabbia fine il
componimento che meglio coniuga profondità del sentire e
chiarezza comuni-cativa in una similitudine di forte impatto emotivo:
«mi sfugge / dalle mani / una sabbia fine, / transita / come
solletico / tra le dita / e si regale / al vento».
C'è poi l'amore, colto nella tensione della
precarietà e dell'assenza che incombe («rimani, /
questo spazio / di tempo / è il solo tempo, /
rimani»), ma anche in tratti d'intensa sensualità
(«percorrimi / lasciandoti / sfuggire /
l'invadenza»).
In una raccolta di liriche
prevalentemente intimiste in cui l'Io poetico «in fuga da
sé... si inabissa» nel fondo degli occhi della
persona amata, non mancano versi che si aprono all'altro, al diverso
per denunciarne l'abbandono «in un'indifferenza / che
strangola / il respiro». Ma soprattutto ritorna
più volte la riflessione sull'usura delle parole in una
società assordata da finte forme di comunicazione (Parole:
«annegano / le parole / in ciò / che non sanno /
esprimere, / salvale») e sulla necessità di
salvare uno scambio autentico di esperienze tra gli uomini (Pensiero:
«che resti / frainteso / il senso / è una /
piccola morte / dedicata / al pensiero / estraneo / a
sé»). [Raffaele Messina]
a. II, n. 5, gennaio-marzo 2006
Come solletico tra le
dita è di Camillo Sangiovanni. Una raccolta di
esordio nella quale s'intravedono qualità espressive
interessanti ma giocate troppo scopertamente. Sangiovanni ha delle
belle invenzioni verbali ma ha anche il vizio di una certa
"catalogazione" che sterilizza eccessivamente il dettato e lo pone in
un'aura di dissolvenza che scioglie tutto in ammiccamenti un po' fini a
se stessi.
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