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Prefazione
Leggere poesia è accogliere la presenza
della parola poetica, il suo essere corpo di parole
nel bianco della pagina: le parole si inanellano l’un
l’altra, si inseguono e si richiamano, si uniscono in strofe.
Leggere poesia è anche ascoltare i suoni che creano un senso
inaspettato, un legame insolito e svelante tra loro. Ogni poesia
è infatti forma vivente che abita la
pagina e in cui si mostra il telos - la direzione -
dello sguardo e del sentire del poeta fattosi immagine e pensiero
insieme.
Davanti ai testi di Mariolina De Angelis si coglie subito nella forma
dei testi la natura sedimentaria delle parole di
quest’autrice, il loro darsi a strati e costituire un preciso
insieme, una struttura densa, compatta e insieme scabra. Nei testi di Città
d’aria le parole si danno come se fossero state
plasmate dallo scorrere dell’acqua, come se la forza del
vento le avesse incise e scavate nel corpo dell’autrice e poi
si fossero depositate sulla pagina, come leggiamo nel testo che apre la
prima sezione del libro, L’anima delle cose,
testo che è una dichiarazione di poetica: «la luce
svela / lo scheletro degli oggetti. / Il segreto della trama / che
modella». Questa luce che mette in primo piano la forma
interna delle cose, la loro essenza, è lo sguardo della
poetessa: sguardo interrogante e svelante il mondo. Un guardare che si
può avere solo se ci si è liberati dal limite
dell’Io e ci si apre all’incontro col mondo,
infatti, il centro dei testi di De Angelis non è
l’Io - soggetto intimistico e narcisista - né la
realtà - intesa come un “fuori
dall’Io” oggettivo e neutro - bensì il
continuo sfuggirsi e rimandarsi di Io e realtà. Le parole
sono nate dall’attrito (anche doloroso) col mondo, ma
l’esperienza di incontri con persone, luoghi, oggetti
è stata lasciata depositare e, dopo un processo lento di
depurazione, è rimasto solo l’essenziale sulla
pagina: «Un corto circuito / ha ridotto le forme / in
cenere».
Non ci sono ampie costruzioni o storie in questi testi, ma un darsi
conciso e insieme preciso di versi, dove le parole sono semplici eppure
mai sciatte e le immagini sono dense e compatte come pietre, in cui si
scorgono le linee del tempo. Una forma scabra, dunque, che ci
restituisce i detriti, i filamenti dell’esperienza
dell’Io nel mondo, in modo tale che ogni testo pare essere
pietra sedimentata, materia che ha in sé echi, colori e voci
della vita. E l’autrice, quasi in una preghiera, al mondo
scrive: «Non spodestatela / dall’ultima cosa / che
le appartiene. / Il letto dei sogni / le pene. / Non chiudete la porta
sui suoi pensieri. / Volano in salita / su una linea azzurra. / Sono
stelle che cadono / sono la morte che viene».
Il tempo che toglie la vita si fa potenza salvifica nella poesia, che
è capace di svelare come in sogno l’ombra del
mondo, la sua intima verità.
Non c’è mai sentimentalismo nei testi di
Mariolina, anzi, il tono è di un’asciuttezza che
è frutto di distanza e sedimentazione e se talvolta la
parola si fa dolorosa si avverte che è proprio
l’urgenza della vita che - dopo avere inciso tagli e crepe
nel corpo e nell’anima dell’autrice - ha segnato di
sé anche le parole, ma non c’è mai
disperazione. Una sorta di pudore tiene/contiene le parole in una forma
asciutta, appunto, essenziale e questo accade anche nei testi dedicati
a Giovanni, il caro marito scomparso a cui è dedicata tutta
la sezione La fuga della mente. Testi dove di nuovo
c’è attenzione ai gesti, a quel rapporto carnale
col mondo che è una via per conoscerlo: «Annaspi,
ti scortichi le dita / insegui chimere. / Nell’oltre tempo /
fiorirà il tuo silenzio» o anche «Nel
verde recinto / con dita esperte / giri e rigiri piccoli oggetti. / Gli
occhi stellati assenti» e torna l’immagine delle
stelle in un altro testo, di contenuta dolcezza: «Tu correrai
/ con una stella neonata / sulla fronte». La dimensione
notturna è cara all’autrice ed è
frequente la presenza della luna e delle stelle - qui come negli altri
libri dell’autrice - come se ciò che è
salvato al tempo in poesia vivesse una sua dimensione notturna, sorta
di rallentamento che solleva in volo e apre alla visione:
«Tra scintille di cielo / la luna mi afferra i capelli / nel
varco della finestra. / Dalla terra del pensiero / spunta un
germoglio».
Forse è solo il poeta che sa intrattenere col reale un
rapporto di incontro e ascolto, un’apertura ingenua
dell’Io in cui può farsi capace di quello stupore
che apre lo sguardo e svela il mondo, così pare leggere nel
testo Spazio cosmico: «Guardo dal
cannocchiale. / La lente mette a fuoco / una zona franca / dove una
forma respira, / un fuoco s’accende / un’illusione
vive. // Nasce una rosa». È proprio da una
“zona franca”, dall’intrecciarsi di Io e
mondo, che nasce la parola poetica di Marioli-na perché
«un fiore è / la mano che lo colse». Ma
il mondo continua ad esistere nella violenza e
nell’ottusità, scrive la poetessa:
«Parole innocenti / aprono alla speranza. / La frusta del
mondo / su sé racchiude / petali violati» e voglio
ricordare che l’innocenza è dei fanciulli, forse
anche dei folli, condizione d’animo di chi sta nella vita
“nudo”, senza armi (fisiche e concettuali), come
aperto ed esposto all’incontro; in questo senso
l’innocenza è sempre del poeta che vive una relazione
carnale e amorosa - direbbe la filosofa Maria Zambrano - con
le cose e le persone incontrate.
E infatti nella poesia di Mariolina De Angelis è viva la
presenza e l’attenzione agli oggetti, che nei versi sono
scoperti in quanto toccati, sfiorati ma anche in quanto ascoltati per
avvertire la loro vita silenziosa che pulsa dentro la materia:
«Nella notte che bisbiglia / sorride la teiera / la tazzina
ascolta» o in un altro testo: «S’affaccia
tra le quinte / ammicca tra le cose. / La piega di una pagina / la
tomaia delle scarpe». Importante è in queste
poesie anche l’esperienza vissuta in certi luoghi,
soprattutto in alcune città che ci sono restituite in
filamenti di immagini, nei loro bagliori e nelle crepe. Molte le
città soprattutto - ma non solo - nella sezione
Città d’aria che chiude il libro,
città del presente, come è Milano, colta da
Mariolina negli attimi in cui qualcosa di antico si mostra appena,
prima di sparire: «si deformano i volti / si trasforma il
paesaggio / avanza una città azzurra» e anche in
un’altra poesia «Crolla l’asfalto dei
navigli / si sfrangia / il merletto del Duomo. / Gente divora la
città».
Ma ci sono anche le città incontrate nei viaggi, come
Venezia di «gondole tremanti» o Petra,
«fulgida regina / d’ardesia e alabastro / gioiello
dal cono d’ombra» e, infine,
c’è la città che ci porta indietro, nel
tempo di una memoria d’infanzia: «Radici nel tepore
/ del tuo ventre, Bolzano» ed emergono scene di vita e parole
di una lingua che comunicano un’intera atmosfera di vita:
«Caffè come scrigni / dove una Fräulein
bionda / serve l’Eisskaffee».
Al termine della lettura, dopo un lungo e intenso incontro con il
corpo in parole di queste poesie, si ha la sensazione che le
poesie di Città d’aria siano
davvero nate dal lavorìo dell’acqua e
dell’aria, dove peso e lievità si intrecciano e
dalle crepe filtra la luce. È questa una poesia frutto di un
esercizio di misura, che nulla toglie alla passione con cui
l’autrice sta nel mondo e lo vive, tanto che le cose, i
luoghi e le persone di cui Mariolina De Angelis ci parla si stagliano
nette in una bellezza precisa, anche se sempre appaiono fragili,
minacciate dal tempo che ce le toglie.
Gabriela Fantato
* * *
Chincaglieria
Nella notte che bisbiglia
sorride la teiera
la tazzina ascolta.
Ai bagliori del giorno
s’avvicinano tremanti.
Nelle vetrinette tornano.
* * *
Un fiore
Un fiore è
la mano che lo colse.
I suoi petali
i bagliori di perla
di guance bambine
che all’incanto della fiaba
hanno affidato il mondo.
Sparano intorno.
* * *
Spazio cosmico
Guardo dal cannocchiale.
La lente mette a fuoco
una zona franca
dove una forma respira
un fuoco s’accende
un’illusione vive.
Nasce una rosa.
* * *
Una Fräulein bionda
Nostalgia di parapetti
specchiati nel fiume
balconi affollati di gerani.
Caffè come scrigni
dove una Fräulein bionda
serve l’Eisskaffee.
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