i libri

Mariolina De Angelis

Città d'aria

ISBN 88-7536-021-9

2005

pp. 88

cm 11x16

€ 10,00

 

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L'autore

Mariolina De Angelis, nata a Bolzano, da molti anni vive e lavora a Milano. Impegnata nella critica letteraria femminile, ha lungamente scritto sul Paese delle Donne e su Leggere Donna. Attualmente fa parte della redazione della rivista di poesia La mosca di Milano. Ha finora pubblicato le raccolte Gli occhi negli occhi (1996), segnalata al premio letterario “Nuove scrittrici” di L’Aquila, e I sentieri della notte (2000), premiata al Premio nazionale di poesia “Margaret Fuller”, entrambe per le Edizioni Tracce di Pescara.
In collaborazione con Claudio Borghi, è uscita nel 2001, nei Quaderni di Villa Soranzo, Il mio giardino, raccolta illustrata di poesie e pensieri.

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I testi

 

Prefazione

Leggere poesia è accogliere la presenza della parola poetica, il suo essere corpo di parole nel bianco della pagina: le parole si inanellano l’un l’altra, si inseguono e si richiamano, si uniscono in strofe. Leggere poesia è anche ascoltare i suoni che creano un senso inaspettato, un legame insolito e svelante tra loro. Ogni poesia è infatti forma vivente che abita la pagina e in cui si mostra il telos - la direzione - dello sguardo e del sentire del poeta fattosi immagine e pensiero insieme.
Davanti ai testi di Mariolina De Angelis si coglie subito nella forma dei testi la natura sedimentaria delle parole di quest’autrice, il loro darsi a strati e costituire un preciso insieme, una struttura densa, compatta e insieme scabra. Nei testi di Città d’aria le parole si danno come se fossero state plasmate dallo scorrere dell’acqua, come se la forza del vento le avesse incise e scavate nel corpo dell’autrice e poi si fossero depositate sulla pagina, come leggiamo nel testo che apre la prima sezione del libro, L’anima delle cose, testo che è una dichiarazione di poetica: «la luce svela / lo scheletro degli oggetti. / Il segreto della trama / che modella». Questa luce che mette in primo piano la forma interna delle cose, la loro essenza, è lo sguardo della poetessa: sguardo interrogante e svelante il mondo. Un guardare che si può avere solo se ci si è liberati dal limite dell’Io e ci si apre all’incontro col mondo, infatti, il centro dei testi di De Angelis non è l’Io - soggetto intimistico e narcisista - né la realtà - intesa come un “fuori dall’Io” oggettivo e neutro - bensì il continuo sfuggirsi e rimandarsi di Io e realtà. Le parole sono nate dall’attrito (anche doloroso) col mondo, ma l’esperienza di incontri con persone, luoghi, oggetti è stata lasciata depositare e, dopo un processo lento di depurazione, è rimasto solo l’essenziale sulla pagina: «Un corto circuito / ha ridotto le forme / in cenere».
Non ci sono ampie costruzioni o storie in questi testi, ma un darsi conciso e insieme preciso di versi, dove le parole sono semplici eppure mai sciatte e le immagini sono dense e compatte come pietre, in cui si scorgono le linee del tempo. Una forma scabra, dunque, che ci restituisce i detriti, i filamenti dell’esperienza dell’Io nel mondo, in modo tale che ogni testo pare essere pietra sedimentata, materia che ha in sé echi, colori e voci della vita. E l’autrice, quasi in una preghiera, al mondo scrive: «Non spodestatela / dall’ultima cosa / che le appartiene. / Il letto dei sogni / le pene. / Non chiudete la porta sui suoi pensieri. / Volano in salita / su una linea azzurra. / Sono stelle che cadono / sono la morte che viene».
Il tempo che toglie la vita si fa potenza salvifica nella poesia, che è capace di svelare come in sogno l’ombra del mondo, la sua intima verità.
Non c’è mai sentimentalismo nei testi di Mariolina, anzi, il tono è di un’asciuttezza che è frutto di distanza e sedimentazione e se talvolta la parola si fa dolorosa si avverte che è proprio l’urgenza della vita che - dopo avere inciso tagli e crepe nel corpo e nell’anima dell’autrice - ha segnato di sé anche le parole, ma non c’è mai disperazione. Una sorta di pudore tiene/contiene le parole in una forma asciutta, appunto, essenziale e questo accade anche nei testi dedicati a Giovanni, il caro marito scomparso a cui è dedicata tutta la sezione La fuga della mente. Testi dove di nuovo c’è attenzione ai gesti, a quel rapporto carnale col mondo che è una via per conoscerlo: «Annaspi, ti scortichi le dita / insegui chimere. / Nell’oltre tempo / fiorirà il tuo silenzio» o anche «Nel verde recinto / con dita esperte / giri e rigiri piccoli oggetti. / Gli occhi stellati assenti» e torna l’immagine delle stelle in un altro testo, di contenuta dolcezza: «Tu correrai / con una stella neonata / sulla fronte». La dimensione notturna è cara all’autrice ed è frequente la presenza della luna e delle stelle - qui come negli altri libri dell’autrice - come se ciò che è salvato al tempo in poesia vivesse una sua dimensione notturna, sorta di rallentamento che solleva in volo e apre alla visione: «Tra scintille di cielo / la luna mi afferra i capelli / nel varco della finestra. / Dalla terra del pensiero / spunta un germoglio».

Forse è solo il poeta che sa intrattenere col reale un rapporto di incontro e ascolto, un’apertura ingenua dell’Io in cui può farsi capace di quello stupore che apre lo sguardo e svela il mondo, così pare leggere nel testo Spazio cosmico: «Guardo dal cannocchiale. / La lente mette a fuoco / una zona franca / dove una forma respira, / un fuoco s’accende / un’illusione vive. // Nasce una rosa». È proprio da una “zona franca”, dall’intrecciarsi di Io e mondo, che nasce la parola poetica di Marioli-na perché «un fiore è / la mano che lo colse». Ma il mondo continua ad esistere nella violenza e nell’ottusità, scrive la poetessa: «Parole innocenti / aprono alla speranza. / La frusta del mondo / su sé racchiude / petali violati» e voglio ricordare che l’innocenza è dei fanciulli, forse anche dei folli, condizione d’animo di chi sta nella vita “nudo”, senza armi (fisiche e concettuali), come aperto ed esposto all’incontro; in questo senso l’innocenza è sempre del poeta che vive una relazione carnale e amorosa - direbbe la filosofa Maria Zambrano - con le cose e le persone incontrate.
E infatti nella poesia di Mariolina De Angelis è viva la presenza e l’attenzione agli oggetti, che nei versi sono scoperti in quanto toccati, sfiorati ma anche in quanto ascoltati per avvertire la loro vita silenziosa che pulsa dentro la materia: «Nella notte che bisbiglia / sorride la teiera / la tazzina ascolta» o in un altro testo: «S’affaccia tra le quinte / ammicca tra le cose. / La piega di una pagina / la tomaia delle scarpe». Importante è in queste poesie anche l’esperienza vissuta in certi luoghi, soprattutto in alcune città che ci sono restituite in filamenti di immagini, nei loro bagliori e nelle crepe. Molte le città soprattutto - ma non solo - nella sezione Città d’aria che chiude il libro, città del presente, come è Milano, colta da Mariolina negli attimi in cui qualcosa di antico si mostra appena, prima di sparire: «si deformano i volti / si trasforma il paesaggio / avanza una città azzurra» e anche in un’altra poesia «Crolla l’asfalto dei navigli / si sfrangia / il merletto del Duomo. / Gente divora la città».
Ma ci sono anche le città incontrate nei viaggi, come Venezia di «gondole tremanti» o Petra, «fulgida regina / d’ardesia e alabastro / gioiello dal cono d’ombra» e, infine, c’è la città che ci porta indietro, nel tempo di una memoria d’infanzia: «Radici nel tepore / del tuo ventre, Bolzano» ed emergono scene di vita e parole di una lingua che comunicano un’intera atmosfera di vita: «Caffè come scrigni / dove una Fräulein bionda / serve l’Eisskaffee».
Al termine della lettura, dopo un lungo e intenso incontro con il corpo in parole di queste poesie, si ha la sensazione che le poesie di Città d’aria siano davvero nate dal lavorìo dell’acqua e dell’aria, dove peso e lievità si intrecciano e dalle crepe filtra la luce. È questa una poesia frutto di un esercizio di misura, che nulla toglie alla passione con cui l’autrice sta nel mondo e lo vive, tanto che le cose, i luoghi e le persone di cui Mariolina De Angelis ci parla si stagliano nette in una bellezza precisa, anche se sempre appaiono fragili, minacciate dal tempo che ce le toglie.

                                                                                                    Gabriela Fantato

 

* * *

 

Chincaglieria

Nella notte che bisbiglia
sorride la teiera
la tazzina ascolta.
Ai bagliori del giorno
s’avvicinano tremanti.
Nelle vetrinette tornano.

 

* * *

 

Un fiore

Un fiore è
la mano che lo colse.
I suoi petali
i bagliori di perla
di guance bambine
che all’incanto della fiaba
hanno affidato il mondo.
Sparano intorno.

 

* * *

 

Spazio cosmico

Guardo dal cannocchiale.
La lente mette a fuoco
una zona franca
dove una forma respira
un fuoco s’accende
un’illusione vive.

Nasce una rosa.

 

* * *

 

Una Fräulein bionda

Nostalgia di parapetti
specchiati nel fiume
balconi affollati di gerani.
Caffè come scrigni
dove una Fräulein bionda
serve l’Eisskaffee.

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