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Ennio Innaurato, nato
a Torino nel 1934, si è laureato in Architettura con Carlo Mollino e
seguendo i suoi interessi eclettici ha frequentato corsi di
filosofia con Carlo Mazzantini, Augusto Guzzo, Luigi Preyson.
Nel 1951 pubblica una prima raccolta di poesie, Val di sole.
A testimonianza di una vena non solo poetica e dedita alle arti, ma
anche pensosa e mistica come risulta dalle poesie raccolte in
Architettura di versi, si è anche dedicato allo studio dei Padri
della Chiesa, Dionigi Aeropagita e S. Tommaso d’Aquino, con la guida
di Padre Ceslao Pera dell’Ordine dei Predicatori, Maestro in sacra
Teologia.
Ha frequentato personalità note della cultura come Augusto del Noce,
Elemire Zolla, Mario Luzi, Felice Casorati, Franco Albini, Gianni
Baget Bozzo e Alfredo Cattabiani.
Su invito del professor Cavallari Murat ha fatto parte dell’allora
Istituto di Architettura Tecnica del Politecnico di Torino ed è
stato per anni docente di Architettura e composizione architettonica
presso il medesimo Ateneo. In tale ambito disciplinare ha pubblicato
numerosi studi inerenti i temi della composizione architettonica,
dell’analisi urbanistica e dell’architettura su Torino, Roma,
Firenze, conducendo ricerche sul metodo scientifico del restauro e
su personalità dell’architettura.
Ha collaborato a diverse riviste, tra le quali: Orsa Minore,
Dialoghi, Rinnovatio, Il Settimanale, Pagine,
Ethos, Coscienza, Recuperare, Bollettino
della Società Piemontese di Belle Arti.
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Prefazione
La poesia di Ennio Innaurato offre una profonda esperienza di pura e
limpidissima serenità dell’anima, che si effonde nei ritmi riposati
e quieti e nella parola che trapassa dalle contaminazioni dei
luoghi, stagioni, viaggi, alla conversazione con maestri, amici,
incontri fino ad illuminarsi nel fondamentale colloquio con Dio. Nel
centro esemplare della raccolta ci sono i Fondamenta eius in
montibus sanctis, perché il poeta racconta e descrive le sue
avventure per montagne, ascensioni, paesaggi alpini, ma con fervida
emozione ogni immagine si trasfigura in visione e in emblemi di Dio,
che dall’alto del cielo guarda l’uomo che, per la forza dell’animo e
del sentimento, ha compiuto il viaggio faticoso e, al tempo stesso,
festoso e trionfale fino al punto più alto che all’uomo sia concesso
arrivare per testimoniare la sua fede. Nella luce di questa tensione
poetica ecco le sequenze sempre serene e dolcissime delle esperienze
delle stagioni, come il temporale, la nevicata, la gelata, incontri
e le quiete feste con gli amici, tutti i testi molto belli e
intensi. Nella sapienza del pensiero, anche l’aereo che si innalza
dalla pista e punta al cielo viene ad essere l’ulteriore emblema
dell’ascesa verso Dio, con qualche tremito, tuttavia, di affanno e
di ansia, perché il volo potrebbe apparire come il frutto di una
hybris, quasi come una sfida dell’uomo che aspiri a libare con
gli dèi come dice Monti, nell’Ode al Signor di Mongolfier.
I monti sono santi, perché lassù l’uomo immagina la presenza di Dio;
e la poesia, nella concretezza reale dei luoghi che il poeta
ascende, è tanto più sicura ed efficace quanto meglio il verso
riesce a descrivere il paesaggio come la suprema esperienza del
sacro.
Nella poesia di Innaurato anche le vicende mosse e turbate delle
stagioni sono trasformate nella verità dell’anima fidente e colma di
speranza, perché la tempesta non può essere l’immagine della quiete
che ritornerà a raddolcire il cuore. D’altra parte, anche i “versi
di architettura” non sono da interpretare come “reali” quanto invece
come altre sequenze di emblemi: Volterra, Siena, l’isola di San
Michele, colti con affettuosa meraviglia, segretamente rimandano
all’esperienza preziosa della bellezza del mondo creato, sino a
suscitare nella parola il brivido di emozione e di letizia. Luci
in Santa Maria del Vittone, è, nella sezione, il culmine per
armonia, eleganza e gioia. Le luci sono la suprema similitudine che
è data all’uomo di comprendere e godere della terrena beatitudine
che qui Dio gli offre, al tempo stesso suscitando anche
l’inquietudine della meraviglia, come se fosse un dono fragile e
tanto mutevole, fino a proporre altro stupore, ma anche il timore
della precarietà della visione: «Tra le luci / un corpo diafano /
interpone il suo lucore / a svuotarsi / di sé e si sottrae / così
alla mente / che attendeva / fulgori. // Scivola la luce /
lentamente / sugli ornamenti dorati / con essi si compone /
dissolvendosi nel creduto disegno / mai afferrato dall’occhio
pienamente. // Altro raggio succede / e muta forma: / tutto si
trasforma / nell’inquietudine».
Si osservi che il verso di Innaurato è per lo più spezzato, in
realtà, il ritmo è endecasillabico: in questo modo si rispetta la
regolarità interiore del metro, ma, ugualmente, si crea un’altra
musica, che è quella intesa a rivelare fortemente il significato,
l’immagine, l’accadimento. La luce di Santa Maria è un esempio
prezioso di tale procedimento. Più aperte e anche più tranquille per
quel che riguarda l’impostazione e il discorso sono le Preghiere,
per rivelare meglio il messaggio sacrale della scrittura poetica di
Innaurato.
Uomo-Dio è, a mio parere, il testo più alto con la clausola
mirabile: «Solo qualche istante ho vissuto nella fiamma / della
tua storia e di quella dei tuoi nemici». È la conquistata
consapevolezza del tempo di vita e di azione e di dolore che
all’uomo, ad ogni uomo, è dato conoscere nel breve ambito
dell’esistenza. Riflessione e sentenza sono due aspetti sempre
significativi della poesia di Innaurato.
Emozianata e commossa è la sezione iniziale, Personae. Sono
le evocazioni e le dediche agli amici, ai maestri, alle persone
amate; e con particolare gioia ho letto il testo rivolto a Carlo
Mazzantini, che è stato uno dei miei maestri di filosofia medievale
all’Università, ma che fu anche il discepolo alle elementari, in
Versilia, di mia nonna ed entrambi reciprocamente rammentavano gli
anni e i costumi remoti del tardo ottocento e del primissimo
novecento. Penso, come riassunto efficacissimo di tali memorie ed
esperienze, a un componimento che riassume il significato e i tanti
affetti e i tanti apprendimenti: «Maestri da tempo scomparsi / ti
tengono in vita, / a loro ti abbeveri. // Tornato a casa dal nulla /
dopo aver a lungo combattuto / li ritrovi fidati, / saltata qualche
parola / allora, ora ritrovata, / cena squisita, / perla celata / e
incanto serbato nel tempo / custodito per giorni funesti».
Nell’ultima sezione della raccolta ci sono due poesie che escono
felicemente e con estremo stupore dalla prospettiva poetica delle
altre parti: Ode al cane Liquirizia e Al cane Liquirizia.
Sono due vivacissime e festosissime invenzioni di una vicenda creata
per gioco: ma, per virtù della parola poetica, il sogno immaginato
si trasforma in verità. Ciò che il poeta immagina e inventa subito
si concreta e, da quel momento dura sicuro. Come Dante dice nel
Canto XI dell’Inferno, «l’arte è a Dio quasi nepote»,
nel senso che la straordinaria virtù dell’uomo è di poter imitare la
Parola creatrice, e, dopo, quando ha creato esiste, non se ne può
fare a meno, supera il tempo e le precarietà della storia. Fissato
nel verso il cane Liquirizia è sorto e vive animato e avventuroso,
ha sue vicende, suoi caratteri, sue libertà d’essere e di agire.
Innaurato è riuscito a offrire un esempio perfetto di aggiunta di un
cane alla realtà del mondo e del dono allegro che amplia e
arricchisce la sua raccolta poetica: un cane che vive in virtù della
parola saporosa e festosa, e da quel momento il mondo è un poco più
bello e consolato.
Giorgio Bárberi
Squarotti
* * *
Maestri
Maestri da tempo scomparsi
ti tengono in vita,
a loro ti abbeveri.
Tornato a casa dal nulla
dopo aver a lungo combattuto
li ritrovi fidati,
saltata qualche parola
allora, ora ritrovata,
cena squisita,
perla celata
e incanto serbato nel tempo
custodito per giorni funesti.
* * *
Volterra
Volterra, pietrose le tue piazze
si innalzano chiuse nel tufo
ben squadrato, continua parete
valicata solo da strette
finestre.
Curva sul colle, inarchi i tuoi spazi
nella mia mente,
e monti verso il cielo con le tue torri
e i tuoi palazzi dalle alte entrate.
Tutta ti avvolgi su te stessa,
come un mantello o un’antica
preghiera grumata in statua
di madonna da Jacopo.
* * *
Uomo-dio
Un uomo
è sorto sul mondo,
dalla sua mano tesa è sgorgata
la vita e la morte.
La vita e la morte Ti si sono
intrecciate attorno come ad ogni
uomo, ma in grado più alto.
La Tua ombra mi ha sfiorato fanciullo:
ora ripenso il tuo gruppo, la fides
e il tradimento, il tuo opporti
ad occidente ed oriente.
Taciti tutti
ti pensano, sei all’inizio
e alla fine dei loro pensieri.
Solo qualche istante ho vissuto nella fiamma
della tua storia e di quella dei tuoi nemici.
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