i libri

Maximiliano Morelli

Altre storie che

non devo dimenticare

ISBN 88-7536-024-3

2005

pp. 48

cm 15x21

€ 8,00

 

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L'autore

Maximiliano Morelli è nato a Bologna nel 1968; dopo studi d’ingegneria ha lavorato presso aziende di elettronica, principalmente nell’area tecnica e commerciale, non abbandonando mai lo studio dei propri autori e dedicandosi alla scrittura di poesie e romanzi.
Al momento si sposta molto per ragioni di lavoro e nel corso delle sue migrazioni incontra persone e luoghi che ispirano i suoi scritti.

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I testi

 

Prefazione

 

Il tema centrale di questa raccolta di Maximiliano Morelli, dal titolo incisivo nella sua carica programmatica e a suo modo pragmatica, è la solitudine. Ma non il banale concetto di solitudine, lato ed abusato, bensì una solitudine che si fa specchio, viatico e segno dell’assenza di comunicazione e condivisione: in Ecco la notte «Ecco il silenzio / che chiama a sé tutti quelli che passano / come fossero i soli / gli unici / in grado di capire», un silenzio dedito al meretricio che fa sentire tutti speciali e tutti annulla, impedendo loro di condividere e discutere il proprio essere (dal momento che qualsivoglia rapporto non può nutrirsi che di differenze). Più avanti il silenzio con il quale talvolta si cerca di ammantare un rapporto, o mascherare il nulla da dire, ha «lo stesso peso dei sogni / e dei desideri inespressi», condanna all’incomunicabilità e all’isolamento, all’inazione e al deterioramento del proprio io (momenti e vite in cui, tragicamente, «dormire era l’unica cosa che potessimo fare»).

In Pioggia è chiara la frustrazione per il desiderio inesaudito di una pagina che sappia dire il reale, ciò che «in fondo tutti diventiamo […] / prima o poi», e proporre quindi fondanti motivi di condivisione, ma la poesia precedente già ha sanzionato che il poeta, il quale addirittura si sente per un attimo «popolo», non esiste «al di là di questo mio silenzio / che li condanna». Allo stesso modo un poco più avanti giornate di solitudine sembrano frustrare anche la procreazione come dono di vita e germoglio di un nucleo umano, rievocano amori impossibili e rendono vivido «l’orrore del sopravvivere».

La ricetta che Morelli ci propone, non certo per risorgere ma per fare un primo passo, è salvaguardare la propria unità e complessità: nelle poesie Dimentichi e Desiderio egli dice chiaramente come inebriando il corpo ci si dimentichi del proprio io attraversando «indenni / il sentiero tenebroso della consapevolezza», una consapevolezza che è chiaramente al centro di tutto, uno scudo contro il facile alibi di troppo diffuse «assiomatiche fragilità» (si veda, in A proposito di Notte fonda, la distinzione tra “sentire” e “ascoltare”).

Si affaccia allora il tema dell’autoinganno. Non solo all’uomo è impedito di raccontare: capita addirittura – la tortura, la dittatura si fanno molto più sottili e temibili – che egli inganni se stesso facendo quindi il gioco del “nemico”: «Abbiamo raccontato storie confuse e come sempre vi abbiamo creduto». In Arresi si dice come chiedere uno sconto di pena, ossia chiedere che sia rimossa parte della sofferenza, possa significare meritare una pena eterna.

In barba ad ogni indefesso fanatismo («Non abbiamo fatto altro che guardare avanti / abbiamo temuto il peccato e la lentezza / […] e spesso, per apatia, / ci siamo dimenticati di vivere») occorre insomma conservare la massima elasticità pur puntellandosi a valori precisi i quali, certo, non sono assoluti e garantiti, ma così facendo, almeno, scommettere per la vita avrà un senso.

 

Sandro Montalto

 

* * *

 

Guerra

 

 

A volume zero discutono della guerra,

a volume zero è come se gridasse ognuno la sua,

e il mio silenzio sembra irritarli,

anche se sono immagini,

solo immagini,

anche se io,

popolo,

non esisto

al di là di questo mio silenzio

che li condanna.

 

* * *

 

Dimentichi

 

 

Nelle notti in cui abbiamo inebriato il corpo

ci siamo dimenticati di noi stessi,

in quelle notti siamo passati incuranti sopra l'anima

abbiamo attraversato indenni

il sentiero tenebroso della consapevolezza,

ci siamo guardati in volto, poi

in quelle notti,

senza riconoscerci

un'insolita brutalità ci ha trascinato al fondo

senza nulla da dire,

senza parole,

al buio più assoluto.

 

 

* * *

 

A proposito di Notte fonda

 

 

Tu quale sei? Chiede mia moglie.

 

A volte il primo: quello che consuma le tenebre

sentendo le voci,

 

a volte il secondo: quello che soffre

ascoltando le voci.

 

* * *

 

Tormento

 

 

Sento la minaccia del non esserci,

del vivere separato,

mentre continuate nella vostra fiacchezza

nei vostri incontri non più occasionali,

negli sguardi e nelle voci

che io non posso cogliere.

Riconosco la minaccia della solitudine

e mi angoscio la notte

tormentato dalla visione di una tragica fine

per un bambino

che ancora deve nascere.

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Recensioni

  ottobre 2006 [Gianluca Bocchinfuso]  leggi

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