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Anna Provenzano è nata in Sicilia e dal
'72 vive a Milano. Ha studiato a Palermo come assistente sociale e
all’Università di Perugia dove ha conseguito il
titolo di Educatrice sanitaria.
Per alcuni anni ha lavorato a Matera e nei paesi della provincia
lucana, poi nelle zone terremotate della Valle del Belice per il Centro
Studi e Iniziative, affrontando le problematiche sociali del Sud, in
particolare delle donne. A Milano è stata insegnante di
scuola elementare.
Venuta in contatto con la cultura orientale ha cominciato a scrivere
haiku.
Ha pubblicato: Lucciole strasmutate in stelle
(Laser, 1994), Crescono fiori (Ed. della Battaglia,
2001), Poesia haiku (Edizioni Pulcinoelefante,
2000) insieme all’artista Gualtiero Mocenni. Con Franco
Giuliani per la parte grafica ha autoprodotto le plaquettes: Percorso
(1995), La tredicesima luna (1996), Perla
(1998), Pensieri Zen (1999).
È presente nell’antologia poetica Luoghi
del desiderio a cura di Gabriela Fantato (Bocca, 2003).
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Una parola che non dimentica la terra
Note sulla poesia di Anna Provenzano
Dopo alcuni libri in cui la poetessa ha attraversato in modo personale
la forma tradizionale dell’haiku, con Alla dimora
delle stelle abbiamo una raccolta dal respiro poetico
dilatato e vibrante, dove i testi si fanno più lunghi che in
passato, eppure subito notiamo che tra queste nuove poesie e quelle dei
precedenti libri aleggia una sorta di atmosfera comune. Il linguaggio
di questa poetessa infatti è da sempre impastata di odori e
colori che vengono dalla sua terra, la Sicilia, e
c’è anche il mare e l’aria che
l’attraversa, spalancando porte e finestre, tanto che negli
occhi ci restano le tracce di una natura densa, selvatica e potente,
proprio come quella dell’isola dove è nata
l’autrice. Soprattutto nella prima sezione troviamo una
“Sicilia dell’anima” potremmo dire, una
terra reale e immaginifica insieme che si affaccia
sull’infanzia trascorsa in quei luoghi, dove era possibile
cogliere le tracce di un mondo magico dentro il mondo concreto.
I testi comunicano una profonda adesione alla propria origine
geografico-culturale, ma sono anche cruciali per capire lo sviluppo
successivo della raccolta, in quanto è proprio in quel
legame iniziale con la Natura che si radica e si fonda tutta la poesia
di Anna Provenzano che è una sorta di “voce
terrestre” di adesione e con il “respiro”
della vita e della terra, tanto che può cogliere dentro il
presente l’eco di un passato storico e personale: «La
mia lingua natale / ha parole che odorano di mare / domande che
sferzano la vita / che implorano gli dèi. / La mia lingua /
si dispera e trasforma / storie in tragedie». Echi
ancestrali risuonano nelle immagini di queste poesie: le cose, i
luoghi, le persone e il paesaggio si danno al lettore abitati di
presenze immaginifiche, ma anche di memorie e miti: «Adoro
gli alberi / come dei benigni a cui rivolgermi. // Ho radici / che
affondano nella mater mediterranea»; «Lo
sguardo / nasce dalle radici / più profonde del carrubo, /
dalle vene / nascoste della montagna / dalla parola antica».
Quella di cui scrive Anna non è mai però una
terra idilliaca: «Siamo un popolo che parte. /
Rimane un’orma sul materasso / una foto, tutti insieme /
sorridenti o poco più. / Di chi resta, gesti / spavaldi
della paura / segni di terracotta / sul viso, parole / appuntite come
sassi». La Sicilia è fatta anche di
porte socchiuse, oltre cui si intravedono figure di donne prigioniere
nel loro isolamento; di scorci di paesi segnati da tragedie non ancora
sanate, come nel testo dedicato a Gibellina che racchiude tutto il
dolore silenzioso che in questa terra ha radici antiche. E troviamo
anche la memoria delle lotte dei contadini, del loro combattere per la
sopravvivenza, come testimonia il testo sulle occupazioni delle terre
che, nella strofa centrale, si apre in immagini frante e sospese:
«ondeggiavano le bandiere / tacevano gli uccelli / i
fucili rosseggiavano / le spighe (...)» e il dolore
è vibrante dentro lacerti che la memoria ancora afferra (e
forse protegge!) sebbene «Occhi acquosi / spengono
ricordi / per i vicoli, piegati / fendono il silenzio».
Nei testi di questa sezione iniziale talvolta si coglie un tono che
pare avvicinarsi all’elegiaco, ma non diventa mai tale,
infatti possiamo dire che tutta la raccolta ha un tono scabro e persino
allarmato, sempre teso all’ascolto di ciò che
segna, inaridisce e rende dura la terra così come la vita
stessa. Se la prima sezione è fortemente legata alla Sicilia
e all’infanzia, nelle seguenti troviamo altri paesaggi: scene
cittadine di rumori, passi in fretta e una solitudine che taglia le
case e le strade, per cui il tono dei testi si carica talvolta di
amarezza, come nel testo che apre la seconda sezione: «Nella
mia città / il profilo dei tetti / ritaglia troppo stretto /
il sapore del giorno. / I voli d’uccelli / sono frenetici
senza meta, / la nebbia è bianco confine».
Qui Milano appare città inesorabile, che detta la sua dura
legge a chi la abita, tanto che «Ci costringi a
parlare / solo con noi stessi / a non morire a non vivere».
Tuttavia Anna Provenzano sa che si può trovare la «via
di casa» nei luoghi e modi più semplici:
all’ombra delle radici di un albero, nel colore di una
«rosa vermiglia» o nel canto del
pettirosso che torna la mattina al davanzale. Anche se sa bene che nei
suoi occhi «arde la nostalgia / di terre lontane»
la sua poesia pare dirci che chi sa mantenersi in ascolto della propria
radice terrena potrà sempre e ovunque riconciliarsi con se
stesso e con la vita, ritrovando la speranza e la forza di credere nel
futuro: «Ora è tempo di rimuovere /
frammenti di disfatte, / parole un po’ vigliacche, / per
essere ancora / compagni di strada».
Alla dimore delle stelle
è allora un fondersi e fronteggiarsi di due tempi della vita
dell’autrice e di due sguardi sul mondo: uno incantato e
partecipe dell’infanzia e degli anni vissuti in Sicilia,
l’altro della maturità, legata ai luoghi milanesi
e alla lucida consapevolezza. Ed è proprio dalla fusione di
queste due dimensioni che nasce questa nuova poesia di Anna Provenzano,
una parola fatta di silenzi e brevi slanci, legata alla terra senza mai
essere canto nostalgico della “terra natia”,
bensì voce paziente e sapiente frutto dell’ascolto
profondo della vita.
Gabriela Fantato
* * *
Le
camelie
fiorivano sui balconi
gli aranceti
sprofondavano nel cemento
la musica
arrivava dall’isola di Wight
il lavoro
catapultava al nordovest
le piazze risuonavano
il paese era sangue.
* * *
Punte di diamante
sui rami ammutoliti,
è un tempo opaco
tra desiderio e allegria.
Ignori
il sapore del mare
la forza del platano.
Ci costringi a parlare
solo con noi stessi
a non morire a non vivere.
* * *
Lucida
ho percorso la scala
gradino su gradino,
in fondo c’era
una roccia aguzza,
aria aspra
che mordeva la carne.
In cima ho annusato
i gigli di mare
ho tenuto sul palmo
una lucciola,
palpitava di luce.
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