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Prefazione
Questa raccolta di Pasqualina Deriu ha una sua compattezza e una sua
coerenza monotematica che ne fanno in realtà, più
che una raccolta di testi lirici, un poemetto composto da sequenze che
si susseguono brevi come perle su un filo. La prima impressione
è di levità, anzi, almeno in certi testi, di una
grazia risolta in musicalità che mi ricorda quella delle
opere di Rossini o la canzonetta, invenzione dell’antica
poesia popolare accompagnata appunto da musica, e infatti anche qui si
tratta di componimenti di tema amoroso. Vengono in mente per
associazione anche certe arie del melodramma (in epoca contemporanea i
ritmi del Metastasio sono stati rivisitati da Caproni e forse questi
testi a Caproni sarebbero piaciuti), o anche certi libretti
d’opera. E infatti l’Autrice nella stesura ha
tenuto presente, per sua stessa ammissione - e questo prova che si
tratta in realtà di un testo unico - lo schema del romanzo
amoroso minore dell’Ottocento, che ha avuto occasione di
studiare nel corso di una ricerca storica sui sentimenti e da cui ha
ricavato più di una suggestione. Su questa griglia - sottesa
e trattata con sorridente ironia a cominciare dall’exergo
- si inserisce però , sia pure conservando spesso lo stesso
tono di leggerezza e di quella speciale grazia, una tematica moderna,
che del moderno ha tutte le dissonanze e gli stridori: una musica
dodecafonica travestita da minuetto.
Questo testo di Pasqualina Deriu viene pubblicato a distanza di anni
dalla sua prima stesura, che data dai primi Anni Novanta. Da allora
l’Autrice, traendolo ogni volta da un apparente oblio in cui
parole ed emozioni avevano potuto sedimentarsi, ha continuato a limarlo
in una ricerca assidua dell’essenziale. Di tutto questo
operoso lavoro, fondamentale in qualsiasi testo poetico che voglia
pervenire a un livello di qualità senza abbandonarsi al
capriccio un po’ disordinato di una vena immediata, si
avverte subito il risultato nell’altra qualità che
subito, accanto alla grazia, balza evidente: l’efficacia che
deriva dall’economia verbale, dopo aver prosciugato il testo
liberandolo dal superfluo che avrebbe potuto soltanto indebolirlo o
appesantirlo. Dal punto di vista stilistico, sono da apprezzare per
esempio in queste pagine certe chiuse stringate, asciutte, in calando,
che repentinamente azzerano il climax, come nella prima composizione,
di soli quattro versi, che presenta subito, limpidamente, come in un
attacco musicale, il tema, tuttavia tenendolo in sospeso. In pochi
versi vengono delineati protagonista e situazione, senza che tuttavia
sia sciolto il mistero, anzi suscitando, proprio come a teatro,
un’aspettativa. Questi movimenti teatrali si ripetono in
altri casi, come in questi tre versi che sono come un trillo, e par di
vedere la protagonista stringere fra le mani un fazzolettino di pizzo:
«Libera dal dolore / tremo / vacillo a un tuo
sorriso». O più oltre: «Sollevi la coppa
fra le dita / e m’inviti a brindare / sparendo dalla stanza.
/ Non ho mai saputo per chi / né perché, da tanta
lontananza». Personalmente trovo accattivante questa contaminatio
fra il presente e un’atmosfera un po’ retro.
Ma, come ho già accennato, la vera sostanza del testo,
dietro questo scenario, è scabra e anche drammatica.
Pasqualina Deriu forse usa il travestimento per non ferirsi lei stessa
troppo gli occhi nel guardare la verità. Perciò
cerca di illeggiadrirla, di sorridere sempre, perché questo
fa parte della sua natura, e per camuffare le ombre allinea oggetti
familiari e rassicuranti. Però sa benissimo che è
solo un gioco, una schermatura, ed è questa sua
consapevolezza a far sì che il testo funzioni, altrimenti il
risultato suonerebbe soltanto falso. In questo modo più
indiretto invece Pasqualina Deriu può scoprire il senso vero
della sua storia, più dramma, come dicevo, che melodramma.
Questa storia si svela attraverso le pagine come il tentativo di
costruire un rapporto fra un uomo e una donna, capace di avere ragione
delle paure simboleggiate dalla presenza incombente e funesta delle
Madri, di uscire allo scoperto, rischiando da entrambi le parti,
mostrandosi non travestiti ma nudi, e cercando ciascuno una sua
autonomia di cui l’altro non debba fare le spese, di cui
l’altro - soprattutto l’altra - non debba farsi
stampella. Perché la realtà cui attingono questi
testi è quella di un periodo di ricerca a livello
psicoanalitico che l’Autrice aveva condotto
all’epoca con quella straordinaria ermeneuta e scrittrice che
è Lella Ravasi Bellocchio. Purtroppo il rapporto che qui
viene un po’ narrato un po’ evocato è
destinato a fallire, molto per l’incapacità e il
timore dell’uomo di mettersi in gioco e un po’,
come confessa la stessa voce narrante, perché lei stessa non
riesce a liberare interamente il suo femminile, che resta ancorato a
una madre essa stessa fragile, essa stessa incapace di darsi
fondamento. Il corpo della madre, che dovrebbe essere sostegno della
coscienza del femminile della figlia, è sfuggente, cerca
anch’esso il suo baricentro all’esterno,
simbolicamente: «Non in sé mi attrasse / ma per un
altro / e un altro ancora / corpo senza nessun corpo».
Tematica dunque purtroppo attualissima, di ispirazione femminista se si
vuole, ma riscontrabile nel vissuto oggi della più parte
delle donne. Perché la ricerca che esse hanno cercato di
compiere su se stesse in questi ultimi decenni non è stata
speculare a una analoga ricerca maschile: l’uomo ha cercato
soprattutto di sottrarsi a un confronto, sia eludendo sia addirittura
fuggendo, come appare succedere qui, in questo piccolo romanzo amoroso
destinato a passare sul filo dei versi dall’illusione alla
delusione.
La
materia di A metà della strada, titolo
che si rivela, così, scopertamente simbolico, a
metà strada anche fra frustrazione e speranza, è
dunque una sostanza magmatica, a livello psicoanalitico, che
continuamente evoca simboli e miti. L’uomo protagonista, che
si può presumere essere il Claudio della dedica,
è zoppo («La ferita del piede»
è il titolo della terza sezione della raccolta):
connotazione carica di senso, che evoca Efesto e Chirone.
Perché, come osserva la psicologa Tilde Giani Gallino a proposito di questo
archetipo: «un altro modo maschile di mostrarsi ciclici, non
drammatico come la morte o la scomparsa annuale, ma ugualmente vistoso
e “magico”, è stato quello di camminare
zoppicando… per questo tanti dei, eroi, profeti e veggenti
maschi sono zoppi, per nascita o per ferita al piede o
all’anca o all’inguine. Il loro procedere ciclico o
alternato può evocare, infatti, in modo simbolico, la
ciclicità femminile».
Se Claudio è dunque il puer junghiano
che Lella Ravasi ha così bene analizzato
nell’Aligi de La figlia di Jorio, la
protagonista femminile si vorrebbe come Mila di Codra, che tenta di
staccare l’amato dalla madre e di farne non più un
puer ma un uomo libero della sua
sessualità, ma, come Mila, anche lei fallisce.
Questa materia densa, irrisolta, conflittuale nutre di sé
molte delle composizioni in cui la scenetta quasi da melodramma lascia
posto a una tendenza all’aforisma, a una meditazione dolente:
allora la forma del testo si fa interrogativa, e sono domande destinate
a restare senza risposta: «Non vedi la curva / della soglia
che ti illudi / oltrepassare illeso / fino al rifugio incerto / dove
non rilucono più / le ombre delle madri?», oppure
violentemente esclamativa: «Velocemente guidi e ho
paura!». Allora la dissonanza si fa più scoperta,
perfora la superficie che prima appariva appena increspata. Salgono
ombre lessicali e metaforiche, l’immagine che balza in avanti
è quella ambigua dello specchio.
Benché questa alternanza fra il modo giocoso e quello chiuso
e introverso crei a volte qualche squilibrio nella coesione stilistica
del testo, ne costituisce anche l’interesse, la
vitalità, la persuasiva immediatezza. e alla fine una parte
di fascino. Dopo quest’opera ci aspettiamo che Pasqualina
Deriu rinunci magari ai travestimenti del “romanzo
rosa” per affrontare fino in fondo, senza seduzioni
apotropaiche, quelle forti emozioni che questa sua scrittura fa
presentire.
Donatella Bisutti
* * *
- Tappeti di raso
e petali di ciclamino? -
Ha forse i piedi la felicità?
* * *
Molto di te mi sfugge.
Tendo la mano ma il punto trasvola
al di là del vuoto che rimane.
Io resto al di qua
più sola.
* * *
Stasera non ti voglio
ma in verità ti voglio.
Apprezzo la bontà del gesto
ma io divento nel negare
più forte nel volere.
* * *
Conducimi nel passaggio
tra il puntiforme attimo
del piacere e il vuoto
che il tempo infinito non
mi includa o mi rimandi
all’indistinto della madre.
* * *
Senza fretta hai deciso, come una
lumaca.
Caricato sulle spalle il tuo edificio
hai osservato l’ombra divaricante
ai bordi delle strade.
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