i libri

Pasqualina Deriu

A metà della strada

ISBN 88-7536-013-8

2003

pp. 64

cm 11x16

€ 9,00

 

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L'autore

Pasqualina Deriu, nata a Silanus (Nuoro), vive a Milano dove insegna italiano e storia.
Giornalista pubblicista, redattrice della rivista Novas. Ha pubblicato la raccolta di poesia Cala Sisine e dintorni (L’autorelibri, Firenze, 1997); Racconti di poesia, a cura di C.U.E.M., Milano, 1998 (interviste a poetesse contemporanee); Saggi di didattica dell’italiano in AA.VV., Il laboratorio d’italiano, Unicopli, Milano, 2002.

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I testi

 

Prefazione

Questa raccolta di Pasqualina Deriu ha una sua compattezza e una sua coerenza monotematica che ne fanno in realtà, più che una raccolta di testi lirici, un poemetto composto da sequenze che si susseguono brevi come perle su un filo. La prima impressione è di levità, anzi, almeno in certi testi, di una grazia risolta in musicalità che mi ricorda quella delle opere di Rossini o la canzonetta, invenzione dell’antica poesia popolare accompagnata appunto da musica, e infatti anche qui si tratta di componimenti di tema amoroso. Vengono in mente per associazione anche certe arie del melodramma (in epoca contemporanea i ritmi del Metastasio sono stati rivisitati da Caproni e forse questi testi a Caproni sarebbero piaciuti), o anche certi libretti d’opera. E infatti l’Autrice nella stesura ha tenuto presente, per sua stessa ammissione - e questo prova che si tratta in realtà di un testo unico - lo schema del romanzo amoroso minore dell’Ottocento, che ha avuto occasione di studiare nel corso di una ricerca storica sui sentimenti e da cui ha ricavato più di una suggestione. Su questa griglia - sottesa e trattata con sorridente ironia a cominciare dall’exergo - si inserisce però , sia pure conservando spesso lo stesso tono di leggerezza e di quella speciale grazia, una tematica moderna, che del moderno ha tutte le dissonanze e gli stridori: una musica dodecafonica travestita da minuetto.
Questo testo di Pasqualina Deriu viene pubblicato a distanza di anni dalla sua prima stesura, che data dai primi Anni Novanta. Da allora l’Autrice, traendolo ogni volta da un apparente oblio in cui parole ed emozioni avevano potuto sedimentarsi, ha continuato a limarlo in una ricerca assidua dell’essenziale. Di tutto questo operoso lavoro, fondamentale in qualsiasi testo poetico che voglia pervenire a un livello di qualità senza abbandonarsi al capriccio un po’ disordinato di una vena immediata, si avverte subito il risultato nell’altra qualità che subito, accanto alla grazia, balza evidente: l’efficacia che deriva dall’economia verbale, dopo aver prosciugato il testo liberandolo dal superfluo che avrebbe potuto soltanto indebolirlo o appesantirlo. Dal punto di vista stilistico, sono da apprezzare per esempio in queste pagine certe chiuse stringate, asciutte, in calando, che repentinamente azzerano il climax, come nella prima composizione, di soli quattro versi, che presenta subito, limpidamente, come in un attacco musicale, il tema, tuttavia tenendolo in sospeso. In pochi versi vengono delineati protagonista e situazione, senza che tuttavia sia sciolto il mistero, anzi suscitando, proprio come a teatro, un’aspettativa. Questi movimenti teatrali si ripetono in altri casi, come in questi tre versi che sono come un trillo, e par di vedere la protagonista stringere fra le mani un fazzolettino di pizzo: «Libera dal dolore / tremo / vacillo a un tuo sorriso». O più oltre: «Sollevi la coppa fra le dita / e m’inviti a brindare / sparendo dalla stanza. / Non ho mai saputo per chi / né perché, da tanta lontananza». Personalmente trovo accattivante questa contaminatio fra il presente e un’atmosfera un po’ retro.
Ma, come ho già accennato, la vera sostanza del testo, dietro questo scenario, è scabra e anche drammatica. Pasqualina Deriu forse usa il travestimento per non ferirsi lei stessa troppo gli occhi nel guardare la verità. Perciò cerca di illeggiadrirla, di sorridere sempre, perché questo fa parte della sua natura, e per camuffare le ombre allinea oggetti familiari e rassicuranti. Però sa benissimo che è solo un gioco, una schermatura, ed è questa sua consapevolezza a far sì che il testo funzioni, altrimenti il risultato suonerebbe soltanto falso. In questo modo più indiretto invece Pasqualina Deriu può scoprire il senso vero della sua storia, più dramma, come dicevo, che melodramma. Questa storia si svela attraverso le pagine come il tentativo di costruire un rapporto fra un uomo e una donna, capace di avere ragione delle paure simboleggiate dalla presenza incombente e funesta delle Madri, di uscire allo scoperto, rischiando da entrambi le parti, mostrandosi non travestiti ma nudi, e cercando ciascuno una sua autonomia di cui l’altro non debba fare le spese, di cui l’altro - soprattutto l’altra - non debba farsi stampella. Perché la realtà cui attingono questi testi è quella di un periodo di ricerca a livello psicoanalitico che l’Autrice aveva condotto all’epoca con quella straordinaria ermeneuta e scrittrice che è Lella Ravasi Bellocchio. Purtroppo il rapporto che qui viene un po’ narrato un po’ evocato è destinato a fallire, molto per l’incapacità e il timore dell’uomo di mettersi in gioco e un po’, come confessa la stessa voce narrante, perché lei stessa non riesce a liberare interamente il suo femminile, che resta ancorato a una madre essa stessa fragile, essa stessa incapace di darsi fondamento. Il corpo della madre, che dovrebbe essere sostegno della coscienza del femminile della figlia, è sfuggente, cerca anch’esso il suo baricentro all’esterno, simbolicamente: «Non in sé mi attrasse / ma per un altro / e un altro ancora / corpo senza nessun corpo». Tematica dunque purtroppo attualissima, di ispirazione femminista se si vuole, ma riscontrabile nel vissuto oggi della più parte delle donne. Perché la ricerca che esse hanno cercato di compiere su se stesse in questi ultimi decenni non è stata speculare a una analoga ricerca maschile: l’uomo ha cercato soprattutto di sottrarsi a un confronto, sia eludendo sia addirittura fuggendo, come appare succedere qui, in questo piccolo romanzo amoroso destinato a passare sul filo dei versi dall’illusione alla delusione.

La materia di A metà della strada, titolo che si rivela, così, scopertamente simbolico, a metà strada anche fra frustrazione e speranza, è dunque una sostanza magmatica, a livello psicoanalitico, che continuamente evoca simboli e miti. L’uomo protagonista, che si può presumere essere il Claudio della dedica, è zoppo («La ferita del piede» è il titolo della terza sezione della raccolta): connotazione carica di senso, che evoca Efesto e Chirone. Perché, come osserva la psicologa Tilde Giani Gallino a proposito di questo archetipo: «un altro modo maschile di mostrarsi ciclici, non drammatico come la morte o la scomparsa annuale, ma ugualmente vistoso e “magico”, è stato quello di camminare zoppicando… per questo tanti dei, eroi, profeti e veggenti maschi sono zoppi, per nascita o per ferita al piede o all’anca o all’inguine. Il loro procedere ciclico o alternato può evocare, infatti, in modo simbolico, la ciclicità femminile».
Se Claudio è dunque il puer junghiano che Lella Ravasi ha così bene analizzato nell’Aligi de La figlia di Jorio, la protagonista femminile si vorrebbe come Mila di Codra, che tenta di staccare l’amato dalla madre e di farne non più un puer ma un uomo libero della sua sessualità, ma, come Mila, anche lei fallisce.
Questa materia densa, irrisolta, conflittuale nutre di sé molte delle composizioni in cui la scenetta quasi da melodramma lascia posto a una tendenza all’aforisma, a una meditazione dolente: allora la forma del testo si fa interrogativa, e sono domande destinate a restare senza risposta: «Non vedi la curva / della soglia che ti illudi / oltrepassare illeso / fino al rifugio incerto / dove non rilucono più / le ombre delle madri?», oppure violentemente esclamativa: «Velocemente guidi e ho paura!». Allora la dissonanza si fa più scoperta, perfora la superficie che prima appariva appena increspata. Salgono ombre lessicali e metaforiche, l’immagine che balza in avanti è quella ambigua dello specchio.
Benché questa alternanza fra il modo giocoso e quello chiuso e introverso crei a volte qualche squilibrio nella coesione stilistica del testo, ne costituisce anche l’interesse, la vitalità, la persuasiva immediatezza. e alla fine una parte di fascino. Dopo quest’opera ci aspettiamo che Pasqualina Deriu rinunci magari ai travestimenti del “romanzo rosa” per affrontare fino in fondo, senza seduzioni apotropaiche, quelle forti emozioni che questa sua scrittura fa presentire.

                                                                                                    Donatella Bisutti

 

* * *

- Tappeti di raso
e petali di ciclamino? -
Ha forse i piedi la felicità?

 

* * *

 

Molto di te mi sfugge.
Tendo la mano ma il punto trasvola
al di là del vuoto che rimane.
Io resto al di qua
più sola.

 

* * *

Stasera non ti voglio
ma in verità ti voglio.

Apprezzo la bontà del gesto
ma io divento nel negare
più forte nel volere.

 

* * *

 

Conducimi nel passaggio
tra il puntiforme attimo
del piacere e il vuoto
che il tempo infinito non
mi includa o mi rimandi
all’indistinto della madre.

 

* * *

 

Senza fretta hai deciso, come una lumaca.
Caricato sulle spalle il tuo edificio
hai osservato l’ombra divaricante
ai bordi delle strade.

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