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Come
già dice l’epigrafe scelta per questa raccolta, la
poesia di Angelo Vullo, ormai alla terza felice esperienza presso le
nostre edizioni, si nutre di comunione: di intenti, di emozioni, di
speranze. Diffida un po’ della musa ormai museificata, che
ispira dall’alto e secondo il proprio volere, e preferisce
cercare di acchiappare lo spirito che, come è noto, soffia
dove vuole. La parola degli dèi è oggi semmai un
«mitologico vagito a poppa nel vento
di
bolina», mentre il motto sapiente appare più una
infezione che una elezione. Solo così, grazie alla
diffidenza pur mai patologica e ad una sana dose di concretezza, in
breve grazie al senso critico che si nutre di necessaria
individualità, sarà possibile invocare
«senza equivoco [...] il mio signore», ossia la
propria coscienza di essere pensante ed osservante.
Nasce
così una poesia che sentiamo vicina da subito, ed
è quindi possibile che versi nati anche da indubbia ricerca
lessicale e cura musicale suonino come parole amiche, dettate da una
voce che crediamo di conoscere da sempre.
Una voce
che, sappiamo, può parlarci di noi, e dobbiamo starla ad
ascoltare, siccome senza infingimenti e anche con un poco di ironia ha
riflettuto su di sé.
Sandro Montalto
* * *
Il
mitologico vagito a poppa nel vento di bolina
Al
più sapiente manca la parola
ovvero
il motto non lo infetta ancora
lui
con la bocca la madre crogiola
e
paga col silenzio la dimora
il
resto – proprio tutto – è tutto vano
e
parla l’unicorno allo scudiscio
ovvero
la chimera in caffettano
a
naviganti con il cuore liscio
senza
equivoco invoco il mio signore
cioè
senza preghiere né parole
con
più figure e nemmeno un disegno
il
metro è solo un passo per queste ore
spezzato
dai giganti senza mole
nel
regno della carta manca il legno
* * *
Pecora
mai (e capra nemmeno)!
Di
chiedere perché son quasi roco
e della
penna mia chi se n’importa:
tante il
piccione ne getta per gioco
spesso
si vede un’immagine morta:
la
pecora incosciente e senza tedio
non ha
un andare piuttosto ha un posare:
tra un
episodio e l’altro (se l’assedio
non
vede) sente dolci foglie amare
senza
malinconia non c’è una corda
ovvero
ci si scorda a malincuore
chi
dimentica invece è la mente
lei
commette suicidio e si fa sorda
quando
nel mezzo tra vita e torpore
cammina
e non riscrive quel che sente0
* * *
Mi
manchi. Forse che ciò ti riguarda?
il tempo
che ha dolcezza di sparviero
due
volte con le piume mi ha toccato
due
volte nel suo mare sono e c’ero
solo
cantando il cuore è conservato
la
stolida fermezza di barriere
soltanto
un altro muro di mattoni
tra due
mattoni e un altro tre cerniere
ne cede
una e il muro va bocconi
il mozzo
porta altre uova in coperta
il sogno
ha il seme in fondo all’incipiente
le
scorze la radice in terra aperta
la terra
si fa roccia e il cielo niente
galleggiano
sul latte crudelmente
il
miglior succo e il migliore veleno
è
il cuore la mammella del serpente
e il
cuore non si vede perché osceno
l’amore
non riguarda ciò che è amato
soltanto
l’arco conosce la freccia
non il
bersaglio colpito e intaccato
e un
nulla si fa il centro se lo sbreccia
piatto o
snervante l’inganno banale
scorre
per sempre in uguali ristagni
il cieco
vede l’amore immortale
l’aquila
invece le tele dei ragni
quel che
rimane è l’impari duello
il
vivere o il pensare della vita
tertium
datur seduti allo sgabello
e
l’assenza in essenza è convertita
così:
il coltello si fece scalpello
la risonanza l’essenza
riunita
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