i libri

Angelo Vullo

 

48 ruota di Catania

2009

ISBN-13: 978-88-7536-204-1

pp. 64

cm 12x21

€ 10,00

 

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L'autore

Angelo Vullo (1971) vive a S. Marco d’Alunzio, sui monti Nebrodi (Messina). Ha esordito con la raccolta di versi Fiori d’autunno (Prova d’autore, Catania, 2001). A questa hanno fatto seguito: Superfluo (Il gabbiano, Messina, 2002), Tra le secche e l’amore (Libroitaliano, Ragusa, 2003), Versi Orfani. Waiting for their Lost Half (Tracce, Pescara, 2004, premio “Histonium”, Vasto 2005).

Con le Edizioni Joker ha pubblicato 59 Rosse al BH (2006) e Per i faggi di Longi (2007).

Tra le sue opere di narrativa, si ricordano: il romanzo La miseria del paradiso, con prefazione di Giorgio Bàrberi Squarotti (Sciascia, Roma-Caltanissetta, 2003) e i racconti Matrjoska (L’Autore Libri, Firenze, 2005).

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I testi

 

Come già dice l’epigrafe scelta per questa raccolta, la poesia di Angelo Vullo, ormai alla terza felice esperienza presso le nostre edizioni, si nutre di comunione: di intenti, di emozioni, di speranze. Diffida un po’ della musa ormai museificata, che ispira dall’alto e secondo il proprio volere, e preferisce cercare di acchiappare lo spirito che, come è noto, soffia dove vuole. La parola degli dèi è oggi semmai un «mitologico vagito a poppa nel vento

di bolina», mentre il motto sapiente appare più una infezione che una elezione. Solo così, grazie alla diffidenza pur mai patologica e ad una sana dose di concretezza, in breve grazie al senso critico che si nutre di necessaria individualità, sarà possibile invocare «senza equivoco [...] il mio signore», ossia la propria coscienza di essere pensante ed osservante.

Nasce così una poesia che sentiamo vicina da subito, ed è quindi possibile che versi nati anche da indubbia ricerca lessicale e cura musicale suonino come parole amiche, dettate da una voce che crediamo di conoscere da sempre.

Una voce che, sappiamo, può parlarci di noi, e dobbiamo starla ad ascoltare, siccome senza infingimenti e anche con un poco di ironia ha riflettuto su di sé.

 

                                                                                               Sandro Montalto

* * *

 

Il mitologico vagito a poppa nel vento di bolina

 

Al più sapiente manca la parola

ovvero il motto non lo infetta ancora

lui con la bocca la madre crogiola

e paga col silenzio la dimora

 

il resto – proprio tutto – è tutto vano

e parla l’unicorno allo scudiscio

ovvero la chimera in caffettano

a naviganti con il cuore liscio

 

senza equivoco invoco il mio signore

cioè senza preghiere né parole

con più figure e nemmeno un disegno

 

il metro è solo un passo per queste ore

spezzato dai giganti senza mole

nel regno della carta manca il legno

 

 

* * *

 

Pecora mai (e capra nemmeno)!

 

Di chiedere perché son quasi roco

e della penna mia chi se n’importa:

tante il piccione ne getta per gioco

spesso si vede un’immagine morta:

 

la pecora incosciente e senza tedio

non ha un andare piuttosto ha un posare:

tra un episodio e l’altro (se l’assedio

non vede) sente dolci foglie amare

 

senza malinconia non c’è una corda

ovvero ci si scorda a malincuore

chi dimentica invece è la mente

lei commette suicidio e si fa sorda

quando nel mezzo tra vita e torpore

cammina e non riscrive quel che sente0

 

* * *

 

Mi manchi. Forse che ciò ti riguarda?

 

il tempo che ha dolcezza di sparviero

due volte con le piume mi ha toccato

due volte nel suo mare sono e c’ero

solo cantando il cuore è conservato

 

la stolida fermezza di barriere

soltanto un altro muro di mattoni

tra due mattoni e un altro tre cerniere

ne cede una e il muro va bocconi

 

il mozzo porta altre uova in coperta

il sogno ha il seme in fondo all’incipiente

le scorze la radice in terra aperta

la terra si fa roccia e il cielo niente

 

galleggiano sul latte crudelmente

il miglior succo e il migliore veleno

è il cuore la mammella del serpente

e il cuore non si vede perché osceno

 

l’amore non riguarda ciò che è amato

soltanto l’arco conosce la freccia

non il bersaglio colpito e intaccato

e un nulla si fa il centro se lo sbreccia

 

piatto o snervante l’inganno banale

scorre per sempre in uguali ristagni

il cieco vede l’amore immortale

l’aquila invece le tele dei ragni

 

quel che rimane è l’impari duello

il vivere o il pensare della vita

tertium datur seduti allo sgabello

e l’assenza in essenza è convertita

così: il coltello si fece scalpello

la risonanza l’essenza riunita

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