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Una voce risentita e a tratti di orgoglioso
rifiuto, quella di Luca Mingioni; innervata da una sintassi quasi del
tutto nominale, che si accolla quindi l’onere ma anche
l’onore di definire e dire in una sostanziale
immobilità degli avvenimenti, è la voce di un Io
solitario (come il corbezzolo di p. 40), la quale vorrebbe identificare
la preziosa singolarità dell’individuo dalla folla
anonima, «sperduta in un formicaio» (p. 19),
«braccat[a] e circondat[a]» e quindi in
«opposizione costante» (p. 11); il tentativo,
però, è destinato a restare un urlo titanico che
non sfocia in voce e naufraga nel silenzio: quello che fa da refrain
a Comunicazione (p. 22), o quello del goleador,
un «fantasista» senza «né
forza né più voglia», che neppure
gioisce della rete (p. 49). La lezione ultima, insomma, proviene dal
raggelante proclama «immobilità e silenzio, /
questo è il mio senso» (p. 8).
Mauro Ferrari
* * *
Eufonia
Il pianoforte sussurra.
Morbidi accordi distanziati
a dilatare sguardi fissati.
Polsi indolenziti ma stanchi mai
a reggere dieci dita nervose,
una dopo l’altra,
sfiorando l’avorio ritagliato.
Nell’espansione di petto gioente
melodia pitturata di bianco
e gradita sorpresa
una tromba
posata parallela ai flussi d’incanto.
Unisono espressionista
per spontaneo duetto,
nella sera strega ammutolita
cenni da uomo completo
e nei fiocchi cristalli
l’indice che s’infila col
calore,
sciogliendo l’acqua,
appagato.
* * *
Le storie
La pace è complessa se la contesa
è vitale.
La storia non c’entra.
Restano disegni d’ogni singolo,
con le mani antartiche
e le tasche
scavate.
Pesto strade bianche
e non posso
non sollevare
la polvere,
quella a color di deserto,
quella che sbuffa d’allergia
e quella che si posa
dopo i volteggi dei secondi diluiti.
I paladini sono anche profeti.
I presagi d’apocalisse li scoprono le
unghie,
sciupate dal troppo grattare
eppure unite ancora a carne viva,
e non c’è osanna bramoso
se non la cedevole smania
che la mente vellutata
teneramente si concede.
* * *
Stagioni
Ho passato l’estate
a rincorrere lo spettro spaurito
d’anima annerita,
passerò l’inverno a scrivere
di lei
e pazienza
se non vorrà ascoltare.
Il pasto oggi è il viso dimenticato,
visto per caso al semaforo,
lì ignorato ed ora,
col riflesso del gambero,
rimpianto.
Sdraiato su terra di primavera,
fra succo trifoglio e solletico coleottero,
cerco il contatto teso a procacciare alimento
ma non sono riccio
e non ho aculei
e raccolto, infine,
m’addormento,
nella mistica sera adunante
insapore d’autunno.
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