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Prefazione
La storia di una Camera del lavoro è un’impresa
complessa che, soprattutto alla luce degli orientamenti della odierna
storiografia, chiama in causa numerosi elementi e nessi polivalenti:
dalla più immediata riflessione sulla collocazione
geografica ed economica dei luoghi interessati alle più
articolate analisi sulle componenti culturali, alle riflessioni sulla
identità del lavoratore e sulla cangiante natura
dell’attività stessa cui è chiamato.
Non tutte le domande – sarà bene dirlo subito
– trovano risposta in questo studio. Ma sono le ragioni
stesse di questa assenza a dare sostanza e vigore alla ricerca, che gli
interrogativi ha lasciato aperti; e che non li ha soffocati nel mare di
spiegazioni e ricostruzioni assolute.
Questa ricerca si fonda saldamente sulla ricognizione delle fonti
disponibili negli archivi dell’organizzazione sindacale
locale e sulla lettura analitica attenta delle pagine dei giornali
dell’epoca. In questo sta il suo valore e qui risiede anche
la ragione delle scelte interpretative.
La storia di una Camera del lavoro attraverso le parole stesse dei suoi
documenti traccia una sorta di autobiografia appassionata che fa
riaffiorare motivi e delusioni profondamente radicati nella memoria dei
protagonisti e in quella di tanti che la vicenda l’hanno
appresa di seconda mano. Soprattutto perché gli anni su cui
si distende la vicenda sono quelli che vanno dalla fine della seconda
guerra mondiale agli sconvolgimenti degli anni ’60. Quando si
realizza un cambiamento culturale profondo, più importante
che non le grida dei cortei studenteschi, e che investe e in parte
– ma solo in parte – mette in discussione i
caratteri di fondo di una società intimamente sorda a ogni
rinnovamento.
È difficile oggi guardare ai ventitre anni seguenti
all’insurrezione del 25 aprile senza proiettare su quella
storia i parametri che nascono dalle lotte dell’autunno caldo
del 1969; senza essere portati a condividere di quella classe operaia
la rivendicazione di un salario adeguato alle esigenze della sua vita e
della dignità sul luogo di lavoro, secondo gli orientamenti
dettati da una rinnovata coscienza che andava conquistando in quegli
ultimi anni ’60 non solo saldezza e coraggio, ma anche
consensi al di là dei suoi naturali confini. Queste
richieste erano cadute, per tutto il lungo dopoguerra italiano, nel
pantano di una società corporativa, uscita dal fascismo
senza comprendere né l’orrore di cui era stata
corresponsabile né la miseria della sua struttura sociale,
l’egoismo delle sue classi dirigenti, dei ceti privilegiati,
delle solidarietà di corporazioni e di ordini, su cui il
fascismo aveva costruito il proprio successo (forse più che
con i riti della nuova politica). E la risposta della
società e delle politica si era appunto modulata secondo
quei caratteri etici, puntando alla demonizzazione di chiunque
attentasse al privilegio o comunque rivendicasse un ruolo non
subalterno nella nuova Italia repubblicana.
La tragedia del proletariato italiano e la tragedia stessa del gracile,
asfittico sviluppo italiano sta probabilmente molto più in
queste condizioni che non nella divisione politica della guerra fredda
o negli anatemi dell’estremismo reazionario. E tuttavia la
guerra fredda e le sue reciproche scomuniche furono la forma attraverso
cui i contemporanei avvertirono la portata del conflitto sociale in
Italia e furono la strettoia attraverso cui dovettero passare i
tentativi di rompere il reciproco assedio.
Lo sguardo dell’autore della ricerca indugia quindi nel
seguire i moti di ribellione, le rivendicazioni economiche e le
richieste di libertà politica lungamente disattese. La
tensione conflittuale appare per tanti aspetti molto alta, per certi
versi parrebbe quasi più esasperata nella piccola Asti che
non in altri centri operai della stessa Italia settentrionale.
Isola industrializzata in un contesto contadino, Asti, fin dagli anni
della crisi del fascismo, aveva espresso richieste operaie a cui i
socializzatori della Repubblica Sociale avevano tentato di dare una
risposta demagogica e violenta con la propaganda anticapitalista di
periodici come il locale “Asti repubblicana” e,
più tardi, il torinese “La Riscossa”. La
difficoltà di reperire documenti locali (o più
probabilmente il fatto che essi non esistano perché la
prudenza cospirativa consigliava di lasciare poche tracce scritte) non
consentono di andare oltre le testimonianze dei protagonisti maggiori.
Gli inizi e i primi sviluppi della mobilitazione antifascista e la
successiva vicenda resistenziale sono rivisti dal punto di vista del
partito – quello comunista – che della classe
operaia aveva assunto la rappresentanza in chiave bolscevica dapprima e
poi con l’obiettivo del partito di massa. La presenza dei
fascisti repubblicani e il loro tambureggiare sui temi della
rivoluzione sociale, sia pure nei termini “plebei”
loro propri, ci segnala comunque l’intensità delle
rivendicazioni e delle aspettative.
[...]
È una complessa
ricerca, insomma, caratterizzata da un grande impegno dedicato alle
fonti e alla loro analisi; e soprattutto da un’adesione
simpatetica fortissima con l’oggetto dello studio. La
capacità di trasmettere il senso delle sofferenze e delle
passioni che hanno segnato la storia di questa Camera del lavoro e
degli operai che ad essa hanno fatto riferimento è un dato
prezioso, non sempre diffuso nella storiografia del movimento operaio,
che troppo spesso si nutre di formule e di stereotipi. E
c’è infine, oltre la capacità e il
valore dello studioso, l’importanza dei problemi che si
intravedono sullo sfondo: dal rapporto tra la città e la
campagna, alle modulazioni del rapporto lavorativo tra industria e
agricoltura, all’educazione e lo stile politico nei partiti
del dopoguerra, alla genesi e alla collocazione delle organizzazioni di
matrice cattolica.
Sono panorami che si colgono fuggevolmente nella narrazione sempre
densa e concentrata: sono componenti, per ora solo intuibili,
dell’autobiografia della classe operaia di Asti. Sulle quali
proprio dalle acquisizioni offerte da questa vivace ricerca
può muovere, io mi auguro, la possibilità di una
nuova e più ampia riflessione comparativa con altre
realtà e altri approcci storiografici.
Luigi Ganapini
* * *
PREFAZIONE di Luigi Ganapini
INTRODUZIONE
CAPITOLO I - TRA GUERRA E RESISTENZA
1. L’economia astigiana alla vigilia della seconda guerra
mondiale
2. La riscossa operaia: dal marzo ’43 alla Liberazione
3. La Resistenza: campagne e città
4. La Resistenza in città
CAPITOLO II - LA RINASCITA DEL SINDACATO
1. La costruzione della Cdl
2. La Cgil: centralismo organizzativo e contrattuale
3. I Consigli di gestione
4. La costruzione della Cdl: alcuni dati
5. Il I congresso unitario della Cdl (26-27 aprile 1947)
CAPITOLO III - LA COLLABORAZIONE:
DALLA RICOSTRUZIONE ALLA SCISSIONE SINDACALE
1. 1945-1948: le lotte operaie
2. «Hanno sparato a Togliatti»
3. La scissione
CAPITOLO IV - GLI ANNI DURI
1. Dopo la rottura sindacale
2. Il II congresso della Cdl (4 settembre 1949)
3. Il Piano del lavoro
4. La sconfitta operaia
5. Sconfitta, riflessione, autocritica
6. Costruttori e distruttori
7. Le Commissioni interne
CAPITOLO V - LOTTE OPERAIE E DIBATTITO SINDACALE NEI LUNGHI ANNI
CINQUANTA
1. Una lenta ripresa
2. Dalla guerra di movimento alla guerra di posizione
3. Le lotte di difesa
4. Il III congresso della Cdl (11-12 ottobre 1952)
5. Dalla legge truffa all’accordo truffa
6. Il IV congresso della Cdl (27 novembre 1955)
7. La ripresa delle lotte
8. «Grida vendetta al cuore di Dio negare la giusta paga
all’operaio». La vertenza Sisa
9. Il V congresso della Cdl (25-27 marzo 1960)
10. Un minuto in più del padrone. La vertenza Vetreria
CAPITOLO VI - IL MIRACOLO ECONOMICO
1. Un miracolo astigiano?
2. La condizione operaia negli anni del boom
3. Continuità e rotture
CAPITOLO VII - GLI ANNI DELLA SVOLTA
1. La congiuntura
2. Il VI congresso della Cdl (20-21 marzo 1965)
3. Qualcosa si muove
4. Un’autonomia difficile
5. La crisi delle Ferriere Ercole
6. Da produttori a sfruttati
7. Il Sessantotto: alcune considerazioni
8. L’anno degli studenti
9. Gli anni degli operai
10. Il VII congresso della Cdl (17-18 maggio 1969)
CONCLUSIONI
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