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ISRAT 

 
i libri

AA.VV.

Memorie d'acciaio

 

Giacomo Matteotti

tra antifascismo

e democrazia

 

a cura di

Mario Renosio

e Claudio Vercelli

 

ISRAT

 

2006

ISBN 88-89523-08-5

pp. 120

cm 15x21

€ 10,00

 

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Aldo Agosti

Marco Brunazzi

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Alessandria Lucà
Mario Renosio

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I testi

 

Prefazione


Questo volume riprende, precisa ed approfondisce le tematiche affrontate nel corso di un convegno organizzato dall’Istituto per la storia della resistenza e della società contemporanea in provincia di Asti e dall’Istituto di studi «Gaetano Salvemini» di Torino nell’aprile del 2003. Il titolo, Memorie d’acciaio, è evocativo e l’intento è quello di contribuire alla riflessione storica su problematiche articolate e complesse, che sono state spesso, a livello mediatico e politico, oggetto di un dibattito non immune da semplificazioni e obiettivi strumentali.
Il crollo dell’Unione Sovietica e dei paesi satelliti dell’Est europeo alla fine degli anni Ottanta, ha alimentato un dibattito storiografico che, oltre a lasciare ampio spazio alla discussione sulla presupposta essenza geneticamente criminale del comunismo, ha confermato la centralità assunta nella storia del Novecento dalla stretta ed indissolubile correlazione tra l’analisi marxista e la prospettiva di una società comunista, da un lato, ed il tentativo della sua costruzione storicamente realizzato nell’Urss staliniana, dall’altro. Una correlazione divenuta parte fondamentale del patrimonio culturale ed ideologico tanto dei comunisti quanto di coloro che li hanno avversati, al punto che da entrambe le parti si è spesso postulato, con la disintegrazione dell’Urss, la caduta irreversibile dello stesso metodo di analisi marxista e del «progetto» comunista ad esso collegato. Così, nel sentire comune e nell’immaginario collettivo è stata indotta l’equazione tra il crollo del regime sovietico e la «fine del comunismo» in quanto tale.
Per mettere in guardia contro le eccessive semplificazioni dei giudizi assoluti sui processi storici, sarebbe però molto istruttivo, a distanza di poco più di un decennio, rileggere i titoli dei giornali, le dichiarazioni di uomini politici ed opinionisti, riascoltare molte conferenze o talk show dei primi anni Novanta, che, celebrando la «fine del comunismo», predicevano – ipso facto - l’avvio ineluttabile di una lunga fase di progresso e di pace universale, una previsione che è stata, come è noto ed evidente, clamorosamente e drammaticamente smentita dagli eventi.
Mentre nell’approccio storico ai regimi fascisti la categoria di pluralità delle esperienze realizzate tende ormai ad affermarsi anche al di fuori dell’ambito più o meno circoscritto degli addetti ai lavori, non così sembra avvenire per quanto riguarda le discussioni e le riflessioni sul comunismo e sulle concrete esperienze storiche che ad esso si richiamano. Si tende infatti a considerare assodata la necessità di operare delle distinzioni tra i diversi «fascismi», da quello italiano a quelli tedesco, spagnolo, portoghese, balcanico, greco e sudamericano, analizzandone i contesti economici, politici, sociali e culturali per sottolinearne non solo similitudini ed affinità, ma anche ciò che caratterizza e differenzia le singole esperienze. Si parla, invece, ancora molto spesso tout-court di «comunismo», come se si trattasse di un fenomeno monolitico ed indifferenziato, senza tenere conto, anche in questo caso, di come si sono costruite, consolidate e – spesso – involute e degenerate, esperienze storiche sviluppatesi in contesti ed ambiti cronologici e geografici molto diversi. Il tema del «comunismo» viene affrontato come un unicum su cui sembra che il pre-giudizio di condanna morale debba necessariamente prevalere sul giudizio storico, anche se «in realtà il comunismo si declina, lungo tutto il corso della sua storia e in tutti i suoi aspetti, al plurale. È varietà unificata da un progetto».
I contributi di riflessione e gli strumenti di approfondimento che costituiscono questo volume partono proprio dal presupposto che sia indispensabile un approccio non manicheo ma scientifico allo studio della storia e, quindi, anche allo studio della storia dei «comunismi» e dell’articolata – ancorché spesso tragica - esperienza del movimento socialista e comunista internazionale. Solo in questo modo è possibile conoscere e capire le modalità dell’affermazione, del consolidarsi, e dell’espletarsi in tutte le sue forme, di un sistema di potere come quello staliniano, che viene spesso considerato, operando una forzatura semplificatoria, il prototipo e modello a cui ricondurre e costringere ogni esperienza e diversità, ma che assume invece caratteri particolari in un contesto interno ed internazionale ben preciso.
Ovviamente, ciò non significa nel modo più assoluto sminuire i tragici costi umani e sociali di quell’esperienza, né i drammi e le sofferenze di milioni di persone che ne hanno subito la repressione ed il terrore, quanto piuttosto ricollocarli in un quadro più ampio, che consenta di prendere le distanze sia dalle facili tentazioni delle equiparazioni e delle equazioni acritiche tra comunismo e nazismo, tra gulag e lager, che dalla esaltazione ideologica, propria di una lunga tradizione politico-storiografica. Come scrive Antonio Moscato, infatti, «la campagna sui «crimini del comunismo» riaffiora periodicamente […] ma […] è [anche] l’esistenza di una mentalità «negazionista» in consistenti settori della sinistra a renderla possibile».
Diviene fondamentale, quindi, ricollocare nel più ampio contesto internazionale la stessa rivoluzione bolscevica, l’«evento» che opera una cesura epocale e segna l’avvio di storia articolata, quella della nascita e del consolidamento dell’Unione Sovietica, caratterizzata da forti discontinuità e da svolte drammatiche e spesso ineludibili. Se le cose si sono poi svolte in un certo modo, non per questo le scelte operate erano già inscritte «geneticamente» nella teoria marxista o nell’interpretazione e nella forzatura che di essa ha sviluppato il leninismo5. Luciano Canfora afferma che esiste un prius da cui non è possibile prescindere, rappresentato dalla prima guerra mondiale: «senza la follia omicida della borghesia europea, che ha portato un continente al massacro […], Lenin sarebbe rimasto il capo di un gruppuscolo rissoso confinato in Svizzera, Trockij un brillante giornalista-scrittore. Il prestigio gradualista-riformista-civilizzatore della […] socialdemocrazia tedesca […] di Bebel e Kautsky, è stato travolto dal voto dei crediti di guerra nell’agosto ’14. […] È la scelta omicida della guerra inter-imperialista che trascina le plebi (i contadini italiani, e gli operai tedeschi, francesi, russi etc.) a marcire nelle trincee per una causa altrui che dà vita al "secolo breve"».
Occorre diffidare della logica della storia scritta con «il pallottoliere dei morti», in base alla quale sarebbe certamente possibile aprire una ampia collana editoriale di Libri neri del… in cui non solo i tanti «-ismi» della storia (capitalismi, colonialismi, imperialismi, fascismi, razzismi, schiavismi, terrorismi…) potrebbero trovare ampio e documentato spazio, ma in cui si collocherebbero anche, e a pieno titolo, le guerre di religione, l’Inquisizione o le diverse ed infinite tipologie di intolleranza. Si tratta di una logica fuorviante e a sua volta semplificatoria, che rischia di rappresentare le vicende umane come un’unica immensa mattanza operata in una notte in cui tutte le vacche sono nere. Quello che interessa è invece ribadire la «complessità» della storia e la necessità di un approccio ad essa metodologicamente critico e problematico.
Il tema dello stalinismo viene pertanto affrontato in questo volume come una parte integrante e fondamentale ma non esaustiva della storia sovietica e del movimento comunista internazionale, nella sua complessità storica ma anche nelle sue implicazioni di carattere psicologico. Ne emergono in modo chiaro, oltre al contesto in cui si afferma, gli elementi di continuità con la tradizione russa zarista, la logica di conquista e di gestione del potere, le ragioni dell’affermarsi e del permanere - sul fronte interno come su quello internazionale - del «mito-Urss» e del «mito-Stalin».
«Si dice "mito dell’Urss", ma la parola vera da impiegare è quella di amore. Fu un grande amore quello che [..] i comunisti ed i socialisti [..] nutrirono per l’Urss, l’Urss di Stalin, l’Urss della guerra e del dopoguerra. E come tutti i grandi amori era assoluto, cieco».
Così Paolo Spriano ha definito un rapporto politico e sentimentale che ha coinvolto milioni di persone in tutto il mondo, un mito cresciuto a dismisura, in Italia ma non solo, durante la guerra e la lotta partigiana grazie alla resistenza di Leningrado, alla sconfitta nazista a Stalingrado, all’avanzata dell’Armata rossa nel cuore della Germania, fino a Berlino. E Stalin, afferma Claudio Pavone, «fu il simbolo riassuntivo del mito sovietico […] rappresentò l’idea che si fa carne»9. Un mito che durante la guerra fredda ha rappresentato per molti militanti la fideistica certezza che «il socialismo era possibile, era realizzabile»10 e realizzato, almeno oltre cortina. Un mito che ha assunto rapidamente, e conservato anche dopo la morte del dittatore, ritualità pseudo-religiose: «un’ideologia ufficiale di Stato ha sempre bisogno dei suoi interpreti autorizzati, dei suoi custodi, dei suoi sacerdoti. Con Stalin arriveremo ad avere qualcosa che assomiglia persino ad una liturgia» che si estende ben oltre i confini dell’Unione Sovietica, per coinvolgere l’immaginario collettivo di milioni di militanti comunisti in tutto il mondo.
«Il manifesto con il ritratto di Stalin - racconta Miriam Mafai - era presente [..] in tutte le federazioni e sezioni del partito [..]. Vestito della semplice giubba militare, senza alcuna decorazione, talvolta con la pipa in mano, aveva uno sguardo dritto e rassicurante sotto le folte sopracciglia. Non c’era dubbio: il compagno Stalin, grande capo dell’Urss e di tutti i comunisti del mondo, il marxista più geniale (sia pure dopo Marx e Lenin), il vincitore della Seconda guerra mondiale. Il più tenace combattente per la pace, vegliava, sereno e bonario, su ogni nostro incontro, assemblea e riunione. Forse, sulla nostra stessa vita. Il mito dell’Urss cresceva, cresceva, cresceva...»

Tratto fondamentale del sistema di potere staliniano è la coesistenza complementare tra creazione del consenso e uso della repressione come strumento di controllo politico interno al partito ma anche «di ristrutturazione sociale e, a un certo punto, perfino etnica»13. Il tema dell’«arcipelago gulag» viene affrontato nel volume in modo diffuso ed articolato, non solo per la sua indiscutibile centralità, ma anche con l’intento di fornire gli elementi di conoscenza, i dati ed i parametri essenziali per un approccio storico al problema della sua confrontabilità con il sistema concentrazionario nazista. Si tratta di un tema fondamentale su cui spesso si tende ad esprimere giudizi sommari, accomunando gulag e lager come se si trattasse di due fenomeni esattamente sovrapponibili, due facce della stessa medaglia, strumenti repressivi di due regimi totalitari assimilabili. Anche in questo caso le semplificazioni non aiutano a capire. È chiaro che si tratta di due fenomeni che hanno, per alcuni versi, similitudini importanti e fondamentali, come l’arbitrarietà degli arresti e delle deportazioni, la detenzione coatta e la funzionalità economica del sistema dei campi, ma che si differenziano anche in modo sostanziale per altri. Anzitutto l’arco cronologico e l’ambito territoriale in cui si costruisce e sopravvive il sistema dei gulag sono di gran lunga più ampi, ma vanno sottolineate anche l’assenza in esso di una logica di sterminio razziale (e di strumenti quali camere a gas e forni crematori), la netta differenza nella percentuale di mortalità e la presenza di una concezione di espiazione delle colpe vere o presunte dell’internato e di un suo «riscatto politico» attraverso il lavoro forzato.
I gulag, inoltre, vengono costruiti in una nazione gigantesca, in profonda trasformazione, dove i numeri sono di fatto enormi sempre e comunque e in cui il sole tramonta a Leningrado quando nasce a Vladivostok; una nazione che ha avuto più di venti milioni di morti nella sola seconda guerra mondiale. Un paese con etnie, gruppi sociali e nazionalità, culture, tradizioni, economie totalmente differenziate. Una parte consistente delle vittime dei gulag sono rappresentate proprio da segmenti di comunità e di popolazione arrestati e deportati in un tentativo di unificazione ed omogeneizzazione realizzato attraverso un’operazione di «russificazione coatta».
Accanto a questi deportati, entrano nei gulag (ma spesso ne escono a fine pena) milioni di individui condannati o semplicemente accusati o sospettati di svolgere attività controrivoluzionaria, quadri intermedi e medio-bassi del partito comunista, ufficiali dell’Armata rossa, socialrivoluzionari, menscevichi, anarchici, trockisti, ex prigionieri di guerra. Tra le vittime delle repressioni e delle purghe staliniane ci sono anche pressoché l’intero gruppo dirigente bolscevico rivoluzionario (8 membri su 10 del Politbjiuro e 17 su 23 del Comitato centrale del 1917) e moltissimi militanti comunisti stranieri, rifugiatisi in Urss per sfuggire alle politiche persecutorie messe in atto dai regimi fascisti (e non) dei paesi occidentali; tra questi, gli italiani sono oltre un migliaio. Dopo isolati lavori pionieristici dei primi anni Sessanta14, la memoria delle loro persecuzioni e sofferenze è finalmente riemersa grazie all’apertura degli archivi dell’ex-Unione Sovietica ed all’attento lavoro di censimento svolto dalla Fondazione Feltrinelli. Dalle 1024 schede biografiche pubblicate, che raccolgono le storie di vita degli italiani «che subirono repressioni politiche in Russia e Unione Sovietica dopo la rivoluzione bolscevica»15, emergono i nomi di 179 morti, gran parte dei quali fucilati.
Tuttavia, il mito, le purghe, i processi-farsa contro gli oppositori, le repressioni di massa, i gulag, pur rappresentandone componenti fondamentali, non esauriscono le questioni poste da un approccio storico allo stalinismo. Altrettanto importanti sono altri temi, dal metodo di lotta politica utilizzato da Stalin per affermarsi nella successione a Lenin alle reinterpretazioni della teoria marxista, dalla capacità di recuperare elementi della concezione del potere appartenenti alla tradizione russa prerivoluzionaria all’uso spesso cinico e strumentale della politica estera, sancito dalle svolte e controsvolte del Comintern e del Cominform. Ma più di tutti risulta essere centrale, per le sue implicazioni nel lungo periodo e per le sue strette correlazioni con gli altri nodi problematici appena elencati, il tema delle modalità dello sviluppo e della modernizzazione economica del paese, una trasformazione realizzata in tempi molto rapidi ed a costi umani e sociali drammaticamente elevati, che ha privilegiato lo sviluppo industriale e militare a scapito del settore agricolo, lasciando irrisolto, fino all’implosione del sistema nei tardi anni Ottanta, quello che Moshe Lewin ha definito il «nesso agrario»16.
Questo volume non ha ovviamente la pretesa di sviluppare in modo esaustivo l’intera materia. Intende però offrire spunti di riflessione sul dibattito storiografico in corso ed elementi per approfondirne ulteriormente la conoscenza, mentre l’ampia sezione dedicata agli strumenti è pensata anche per contribuire alla costruzione di percorsi didattici.
Agli autori va l’affettuoso ringraziamento per la disponibilità con cui hanno aderito alla proposta di approfondire le suggestioni proposte nel corso del convegno, ai lettori l’auspicio di offrire loro un’occasione per accostarsi in modo problematico ad uno dei temi più dibattuti della storia contemporanea.

 

                                                                                                       Mario Renosio

 

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TEMI DI RIFLESSIONE

Alle origini di un sistema di potere
Aldo Agosti

L’arcipelago e le sue isole. L’esperienza storica del gulag
e i suoi lasciti
Claudio Vercelli

Stalin tra mito sociale e realtà storica
Giovanni Carpinelli

Le storie e le memorie
Marco Brunazzi


STRUMENTI

Qualche spunto bibliografico
Claudio Vercelli

Memorie di celluloide: alcune proposte cinematografiche
Claudio Vercelli

Una sitografia
Alessandria Lucà

Cronologia
Mario Renosio

Glossario
Mario Renosio e Claudio Vercelli
 

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