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Prefazione
Questo volume riprende, precisa ed approfondisce le tematiche
affrontate nel corso di un convegno organizzato dall’Istituto
per la storia della resistenza e della società contemporanea
in provincia di Asti e dall’Istituto di studi
«Gaetano Salvemini» di Torino nell’aprile
del 2003. Il titolo, Memorie d’acciaio, è
evocativo e l’intento è quello di contribuire alla
riflessione storica su problematiche articolate e complesse, che sono
state spesso, a livello mediatico e politico, oggetto di un dibattito
non immune da semplificazioni e obiettivi strumentali.
Il crollo dell’Unione Sovietica e dei paesi satelliti
dell’Est europeo alla fine degli anni Ottanta, ha alimentato
un dibattito storiografico che, oltre a lasciare ampio spazio alla
discussione sulla presupposta essenza geneticamente criminale del
comunismo, ha confermato la centralità assunta nella storia
del Novecento dalla stretta ed indissolubile correlazione tra
l’analisi marxista e la prospettiva di una società
comunista, da un lato, ed il tentativo della sua costruzione
storicamente realizzato nell’Urss staliniana,
dall’altro. Una correlazione divenuta parte fondamentale del
patrimonio culturale ed ideologico tanto dei comunisti quanto di coloro
che li hanno avversati, al punto che da entrambe le parti si
è spesso postulato, con la disintegrazione
dell’Urss, la caduta irreversibile dello stesso metodo di
analisi marxista e del «progetto» comunista ad esso
collegato. Così, nel sentire comune e
nell’immaginario collettivo è stata indotta
l’equazione tra il crollo del regime sovietico e la
«fine del comunismo» in quanto tale.
Per mettere in guardia contro le eccessive semplificazioni dei giudizi
assoluti sui processi storici, sarebbe però molto
istruttivo, a distanza di poco più di un decennio, rileggere
i titoli dei giornali, le dichiarazioni di uomini politici ed
opinionisti, riascoltare molte conferenze o talk show dei primi anni
Novanta, che, celebrando la «fine del comunismo»,
predicevano – ipso facto - l’avvio ineluttabile di
una lunga fase di progresso e di pace universale, una previsione che
è stata, come è noto ed evidente, clamorosamente
e drammaticamente smentita dagli eventi.
Mentre nell’approccio storico ai regimi fascisti la categoria
di pluralità delle esperienze realizzate tende ormai ad
affermarsi anche al di fuori dell’ambito più o
meno circoscritto degli addetti ai lavori, non così sembra
avvenire per quanto riguarda le discussioni e le riflessioni sul
comunismo e sulle concrete esperienze storiche che ad esso si
richiamano. Si tende infatti a considerare assodata la
necessità di operare delle distinzioni tra i diversi
«fascismi», da quello italiano a quelli tedesco,
spagnolo, portoghese, balcanico, greco e sudamericano, analizzandone i
contesti economici, politici, sociali e culturali per sottolinearne non
solo similitudini ed affinità, ma anche ciò che
caratterizza e differenzia le singole esperienze. Si parla, invece,
ancora molto spesso tout-court di «comunismo», come
se si trattasse di un fenomeno monolitico ed indifferenziato, senza
tenere conto, anche in questo caso, di come si sono costruite,
consolidate e – spesso – involute e degenerate,
esperienze storiche sviluppatesi in contesti ed ambiti cronologici e
geografici molto diversi. Il tema del «comunismo»
viene affrontato come un unicum su cui sembra che il pre-giudizio di
condanna morale debba necessariamente prevalere sul giudizio storico,
anche se «in realtà il comunismo si declina, lungo
tutto il corso della sua storia e in tutti i suoi aspetti, al plurale.
È varietà unificata da un progetto».
I contributi di riflessione e gli strumenti di approfondimento che
costituiscono questo volume partono proprio dal presupposto che sia
indispensabile un approccio non manicheo ma scientifico allo studio
della storia e, quindi, anche allo studio della storia dei
«comunismi» e dell’articolata –
ancorché spesso tragica - esperienza del movimento
socialista e comunista internazionale. Solo in questo modo è
possibile conoscere e capire le modalità
dell’affermazione, del consolidarsi, e
dell’espletarsi in tutte le sue forme, di un sistema di
potere come quello staliniano, che viene spesso considerato, operando
una forzatura semplificatoria, il prototipo e modello a cui ricondurre
e costringere ogni esperienza e diversità, ma che assume
invece caratteri particolari in un contesto interno ed internazionale
ben preciso.
Ovviamente, ciò non significa nel modo più
assoluto sminuire i tragici costi umani e sociali di
quell’esperienza, né i drammi e le sofferenze di
milioni di persone che ne hanno subito la repressione ed il terrore,
quanto piuttosto ricollocarli in un quadro più ampio, che
consenta di prendere le distanze sia dalle facili tentazioni delle
equiparazioni e delle equazioni acritiche tra comunismo e nazismo, tra
gulag e lager, che dalla esaltazione ideologica, propria di una lunga
tradizione politico-storiografica. Come scrive Antonio Moscato,
infatti, «la campagna sui «crimini del
comunismo» riaffiora periodicamente […] ma
[…] è [anche] l’esistenza di una
mentalità «negazionista» in consistenti
settori della sinistra a renderla possibile».
Diviene fondamentale, quindi, ricollocare nel più ampio
contesto internazionale la stessa rivoluzione bolscevica,
l’«evento» che opera una cesura epocale e
segna l’avvio di storia articolata, quella della nascita e
del consolidamento dell’Unione Sovietica, caratterizzata da
forti discontinuità e da svolte drammatiche e spesso
ineludibili. Se le cose si sono poi svolte in un certo modo, non per
questo le scelte operate erano già inscritte
«geneticamente» nella teoria marxista o
nell’interpretazione e nella forzatura che di essa ha
sviluppato il leninismo5. Luciano Canfora afferma che esiste un prius
da cui non è possibile prescindere, rappresentato dalla
prima guerra mondiale: «senza la follia omicida della
borghesia europea, che ha portato un continente al massacro
[…], Lenin sarebbe rimasto il capo di un gruppuscolo rissoso
confinato in Svizzera, Trockij un brillante giornalista-scrittore. Il
prestigio gradualista-riformista-civilizzatore della […]
socialdemocrazia tedesca […] di Bebel e Kautsky,
è stato travolto dal voto dei crediti di guerra
nell’agosto ’14. […] È la
scelta omicida della guerra inter-imperialista che trascina le plebi (i
contadini italiani, e gli operai tedeschi, francesi, russi etc.) a
marcire nelle trincee per una causa altrui che dà vita al
"secolo breve"».
Occorre diffidare della logica della storia scritta con «il
pallottoliere dei morti», in base alla quale sarebbe
certamente possibile aprire una ampia collana editoriale di Libri neri
del… in cui non solo i tanti «-ismi»
della storia (capitalismi, colonialismi, imperialismi, fascismi,
razzismi, schiavismi, terrorismi…) potrebbero trovare ampio
e documentato spazio, ma in cui si collocherebbero anche, e a pieno
titolo, le guerre di religione, l’Inquisizione o le diverse
ed infinite tipologie di intolleranza. Si tratta di una logica
fuorviante e a sua volta semplificatoria, che rischia di rappresentare
le vicende umane come un’unica immensa mattanza operata in
una notte in cui tutte le vacche sono nere. Quello che interessa
è invece ribadire la
«complessità» della storia e la
necessità di un approccio ad essa metodologicamente critico
e problematico.
Il tema dello stalinismo viene pertanto affrontato in questo volume
come una parte integrante e fondamentale ma non esaustiva della storia
sovietica e del movimento comunista internazionale, nella sua
complessità storica ma anche nelle sue implicazioni di
carattere psicologico. Ne emergono in modo chiaro, oltre al contesto in
cui si afferma, gli elementi di continuità con la tradizione
russa zarista, la logica di conquista e di gestione del potere, le
ragioni dell’affermarsi e del permanere - sul fronte interno
come su quello internazionale - del «mito-Urss» e
del «mito-Stalin».
«Si dice "mito dell’Urss", ma la parola vera da
impiegare è quella di amore. Fu un grande amore quello che
[..] i comunisti ed i socialisti [..] nutrirono per l’Urss,
l’Urss di Stalin, l’Urss della guerra e del
dopoguerra. E come tutti i grandi amori era assoluto, cieco».
Così Paolo Spriano ha definito un rapporto politico e
sentimentale che ha coinvolto milioni di persone in tutto il mondo, un
mito cresciuto a dismisura, in Italia ma non solo, durante la guerra e
la lotta partigiana grazie alla resistenza di Leningrado, alla
sconfitta nazista a Stalingrado, all’avanzata
dell’Armata rossa nel cuore della Germania, fino a Berlino. E
Stalin, afferma Claudio Pavone, «fu il simbolo riassuntivo
del mito sovietico […] rappresentò
l’idea che si fa carne»9. Un mito che durante la
guerra fredda ha rappresentato per molti militanti la fideistica
certezza che «il socialismo era possibile, era
realizzabile»10 e realizzato, almeno oltre cortina. Un mito
che ha assunto rapidamente, e conservato anche dopo la morte del
dittatore, ritualità pseudo-religiose:
«un’ideologia ufficiale di Stato ha sempre bisogno
dei suoi interpreti autorizzati, dei suoi custodi, dei suoi sacerdoti.
Con Stalin arriveremo ad avere qualcosa che assomiglia persino ad una
liturgia» che si estende ben oltre i confini
dell’Unione Sovietica, per coinvolgere
l’immaginario collettivo di milioni di militanti comunisti in
tutto il mondo.
«Il manifesto con il ritratto di Stalin - racconta Miriam
Mafai - era presente [..] in tutte le federazioni e sezioni del partito
[..]. Vestito della semplice giubba militare, senza alcuna decorazione,
talvolta con la pipa in mano, aveva uno sguardo dritto e rassicurante
sotto le folte sopracciglia. Non c’era dubbio: il compagno
Stalin, grande capo dell’Urss e di tutti i comunisti del
mondo, il marxista più geniale (sia pure dopo Marx e Lenin),
il vincitore della Seconda guerra mondiale. Il più tenace
combattente per la pace, vegliava, sereno e bonario, su ogni nostro
incontro, assemblea e riunione. Forse, sulla nostra stessa vita. Il
mito dell’Urss cresceva, cresceva, cresceva...»
Tratto fondamentale del sistema di potere staliniano è la
coesistenza complementare tra creazione del consenso e uso della
repressione come strumento di controllo politico interno al partito ma
anche «di ristrutturazione sociale e, a un certo punto,
perfino etnica»13. Il tema
dell’«arcipelago gulag» viene affrontato
nel volume in modo diffuso ed articolato, non solo per la sua
indiscutibile centralità, ma anche con l’intento
di fornire gli elementi di conoscenza, i dati ed i parametri essenziali
per un approccio storico al problema della sua
confrontabilità con il sistema concentrazionario nazista. Si
tratta di un tema fondamentale su cui spesso si tende ad esprimere
giudizi sommari, accomunando gulag e lager come se si trattasse di due
fenomeni esattamente sovrapponibili, due facce della stessa medaglia,
strumenti repressivi di due regimi totalitari assimilabili. Anche in
questo caso le semplificazioni non aiutano a capire. È
chiaro che si tratta di due fenomeni che hanno, per alcuni versi,
similitudini importanti e fondamentali, come
l’arbitrarietà degli arresti e delle deportazioni,
la detenzione coatta e la funzionalità economica del sistema
dei campi, ma che si differenziano anche in modo sostanziale per altri.
Anzitutto l’arco cronologico e l’ambito
territoriale in cui si costruisce e sopravvive il sistema dei gulag
sono di gran lunga più ampi, ma vanno sottolineate anche
l’assenza in esso di una logica di sterminio razziale (e di
strumenti quali camere a gas e forni crematori), la netta differenza
nella percentuale di mortalità e la presenza di una
concezione di espiazione delle colpe vere o presunte
dell’internato e di un suo «riscatto
politico» attraverso il lavoro forzato.
I gulag, inoltre, vengono costruiti in una nazione gigantesca, in
profonda trasformazione, dove i numeri sono di fatto enormi sempre e
comunque e in cui il sole tramonta a Leningrado quando nasce a
Vladivostok; una nazione che ha avuto più di venti milioni
di morti nella sola seconda guerra mondiale. Un paese con etnie, gruppi
sociali e nazionalità, culture, tradizioni, economie
totalmente differenziate. Una parte consistente delle vittime dei gulag
sono rappresentate proprio da segmenti di comunità e di
popolazione arrestati e deportati in un tentativo di unificazione ed
omogeneizzazione realizzato attraverso un’operazione di
«russificazione coatta».
Accanto a questi deportati, entrano nei gulag (ma spesso ne escono a
fine pena) milioni di individui condannati o semplicemente accusati o
sospettati di svolgere attività controrivoluzionaria, quadri
intermedi e medio-bassi del partito comunista, ufficiali
dell’Armata rossa, socialrivoluzionari, menscevichi,
anarchici, trockisti, ex prigionieri di guerra. Tra le vittime delle
repressioni e delle purghe staliniane ci sono anche
pressoché l’intero gruppo dirigente bolscevico
rivoluzionario (8 membri su 10 del Politbjiuro e 17 su 23 del Comitato
centrale del 1917) e moltissimi militanti comunisti stranieri,
rifugiatisi in Urss per sfuggire alle politiche persecutorie messe in
atto dai regimi fascisti (e non) dei paesi occidentali; tra questi, gli
italiani sono oltre un migliaio. Dopo isolati lavori pionieristici dei
primi anni Sessanta14, la memoria delle loro persecuzioni e sofferenze
è finalmente riemersa grazie all’apertura degli
archivi dell’ex-Unione Sovietica ed all’attento
lavoro di censimento svolto dalla Fondazione Feltrinelli. Dalle 1024
schede biografiche pubblicate, che raccolgono le storie di vita degli
italiani «che subirono repressioni politiche in Russia e
Unione Sovietica dopo la rivoluzione bolscevica»15, emergono
i nomi di 179 morti, gran parte dei quali fucilati.
Tuttavia, il mito, le purghe, i processi-farsa contro gli oppositori,
le repressioni di massa, i gulag, pur rappresentandone componenti
fondamentali, non esauriscono le questioni poste da un approccio
storico allo stalinismo. Altrettanto importanti sono altri temi, dal
metodo di lotta politica utilizzato da Stalin per affermarsi nella
successione a Lenin alle reinterpretazioni della teoria marxista, dalla
capacità di recuperare elementi della concezione del potere
appartenenti alla tradizione russa prerivoluzionaria all’uso
spesso cinico e strumentale della politica estera, sancito dalle svolte
e controsvolte del Comintern e del Cominform. Ma più di
tutti risulta essere centrale, per le sue implicazioni nel lungo
periodo e per le sue strette correlazioni con gli altri nodi
problematici appena elencati, il tema delle modalità dello
sviluppo e della modernizzazione economica del paese, una
trasformazione realizzata in tempi molto rapidi ed a costi umani e
sociali drammaticamente elevati, che ha privilegiato lo sviluppo
industriale e militare a scapito del settore agricolo, lasciando
irrisolto, fino all’implosione del sistema nei tardi anni
Ottanta, quello che Moshe Lewin ha definito il «nesso
agrario»16.
Questo volume non ha ovviamente la pretesa di sviluppare in modo
esaustivo l’intera materia. Intende però offrire
spunti di riflessione sul dibattito storiografico in corso ed elementi
per approfondirne ulteriormente la conoscenza, mentre l’ampia
sezione dedicata agli strumenti è pensata anche per
contribuire alla costruzione di percorsi didattici.
Agli autori va l’affettuoso ringraziamento per la
disponibilità con cui hanno aderito alla proposta di
approfondire le suggestioni proposte nel corso del convegno, ai lettori
l’auspicio di offrire loro un’occasione per
accostarsi in modo problematico ad uno dei temi più
dibattuti della storia contemporanea.
Mario Renosio
* * *
TEMI DI RIFLESSIONE
Alle origini di un sistema di potere
Aldo Agosti
L’arcipelago e le sue isole. L’esperienza storica
del gulag
e i suoi lasciti
Claudio Vercelli
Stalin tra mito sociale e realtà storica
Giovanni Carpinelli
Le storie e le memorie
Marco Brunazzi
STRUMENTI
Qualche spunto bibliografico
Claudio Vercelli
Memorie di celluloide: alcune proposte cinematografiche
Claudio Vercelli
Una sitografia
Alessandria Lucà
Cronologia
Mario Renosio
Glossario
Mario Renosio e Claudio Vercelli
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