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ISRAT 

 
i libri

William Pickering

Alan Hart

I banditi di Cisterna

 

Traduzione e note di

Chiaffredo Bellero

 

ISRAT

 

2006

ISBN 88-89523-02-6

pp. 248

cm 15x21

€ 12,00

 

Gli autori

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Gli autori

Bill Pickering è nato ad Oldham, nei pressi di Manchester, nel 1923. Quando ebbe inizio la seconda guerra mondiale egli prestava servizio come giovane impiegato presso una catena di supermercati. Il giovane Bill nel 1940, pur non avendo ancora l’età, si arruolò nel Welsh Regiment e fu in seguito trasferito al Royal corps of signals; nel 1942 egli diventò un membro dello Special operation eExecutive. Pickering fu addestrato come operatore radio ad alta velocità, avendo svolto attività in Nord Africa, Sicilia, Salerno, Anzio e Napoli prima di essere lanciato con il paracadute dietro le linee nemiche in Nord Italia nel febbraio del 1945. Per il suo coraggio gli fu assegnata la Military medal; sposò la bella italiana Rossana Reboli ed ebbero un figlio, David. Dopo la guerra Pickering ha gestito una serie di attività commerciali nella zona di Manchester. Fu nominato area manager ad Oxfam fino al suo ritiro in pensione nel 1988.

Alan Hart è nato a Sale, nei pressi di Manchester, nel 1945 ed è la terza generazione della sua famiglia ad esercitare la professione di giornalista. Egli ha prestato servizio per vari giornali durante la sua carriera, sia come cronista che come giornalista indipendente. La sua attività lo ha portato in incarichi pericolosi nell’Ulster, nel Medio Oriente e in luoghi riservati. “Ma mai in paracadute” egli ammette: “Io preferisco la prima classe”.
 

Chiaffredo Bellero nato a Torino, classe 1926, ha partecipato alla seconda guerra mondiale dal settembre 1943 all’aprile 1945 in Piemonte, nelle formazioni militari del primo gruppo divisioni alpine comandate dal leggendario Martini Mauri. Era in forza alla 6a divisione “Asti-Hope”, 21a brigata “Rino Rossino”. L’11 novembre 1944 fu ferito gravemente in combattimento contro i Tedeschi. È stato decorato con la Medaglia d’argento al Valor Militare. Gli sono state concesse anche la Croce di guerra al merito e la Medaglia di Volontario di guerra. Ingegnere civile ha lavorato per 51 anni in Europa, Africa, Medio Oriente e nelle Americhe. Per le opere realizzate con varie imprese italiane in quattro continenti nel 1971 è stato insignito del titolo di commendatore della Repubblica italiana. Per la sua attività professionale ha ricevuto numerosi premi negli Usa. Dal 1987 ha stabilito la residenza a Miami, Florida, e dal 1999 ha assunto la cittadinanza degli Usa.

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I testi

Il punto centrale della narrazione di Bill Pickering intitolata I banditi di Cisterna è una serie di vicende che si sono sviluppate in Piemonte negli ultimi mesi del secondo conflitto mondiale. Bill racconta la storia del suo lancio notturno sulle Langhe coperte di neve, i successivi spostamenti fino a Cisterna d’Asti, da dove avrebbe dovuto avere inizio la sua missione agli ordini del capitano irlandese Keany. Le avversità della guerra lo obbligarono a cambiare la finalità della missione e Bill si aggregò alla divisione partigiana con base a Cisterna, partecipando a numerose azioni contro Tedeschi e contro fascisti insieme a quelli che furono chiamati “I banditi di Cisterna”.
Bill completa la sua interessante narrazione con le sue vicende personali di sergente addetto alle comunicazioni, iniziando dall’arruolamento volontario, ottenuto falsificando il certificato di nascita, fino alla scuola radiotelegrafisti e paracadutisti in Gran Bretagna, al successivo trasferimento in Nord Africa, allo sbarco in Sicilia e nella testa di ponte di Anzio, ad altre azioni nello scacchiere di guerra italiano.
Il libro di Bill Pickering, scritto in collaborazione con Alan Hart ed edito in Gran Bretagna da Leo Cooper, è non solo la storia della seconda guerra mondiale vista da un giovane inglese volontario, ma anche una brillante e vivace rievocazione dei giorni di quella che in Italia fu poi chiamata Resistenza.
Bill era un militare giovane, ma molto bene addestrato, dato che apparteneva ad un esercito poderoso. Noi eravamo giovani come lui, ma generalmente privi di una vera esperienza alla guerriglia, ossia ad azioni di disturbo svolte alle spalle di un grande esercito, come le armate tedesche agli ordini del generale Kesserling. Bill racconta come, dopo essere stato paracadutato sulle Langhe, dovette cambiare lo scopo della sua missione originaria e come venne inserito nei reparti dei partigiani. Qui si comporta come uno di essi, a volte li trascina con l’esperienza che deriva dal suo addestramento, ma sovente finisce per essere trascinato dall’entusiasmo poco razionale che i suoi giovani compagni di lotta gli trasmettono.

Chiaffredo Bellero

 

* * *

 

Cap. II

Nella tana del leone

 

Il mio addestramento da paracadutista a Chesterfield aveva ignorato come operare nel caso di atterraggio su neve. Pertanto dopo tutti quei salti di allenamento durante i quali avevo perfezionato la mia giravolta in avanti un’infinità di volte, il mio atterraggio in Piemonte non guadagnò punti per stile, eleganza o decoro. Come arrivai in basso, i miei piedi si imbatterono nel paracadute del maggiore Salvadori che mi aveva preceduto. Questi era completamente sparito e quando sbattei contro il suo paracadute gonfiato dal vento scivolai in avanti. Dato che la neve permise di infilarmi sotto di essa, alla fine atterrai piatto sulla schiena. La neve forniva un cuscino tale che fu per me un buon atterraggio. In quel momento udii un ovattato lamento accanto a me. Non era necessario essere un genio per concludere che le grida disperate provenivano dal maggiore. Non potevo capire esattamente che cosa dicesse ma dedussi che egli avrebbe preferito trovarsi al di sopra della neve invece che al di sotto di essa. Usando il suo paracadute come punto di partenza, scavai rapidamente un accesso fino a lui, come un terrier forsennato cercando un topo. In pochi secondi avevo raggiunto il maggiore Salvadori e rimosso la neve che gli copriva il capo.
«Grazie, Bill» disse il tranquilizzato maggiore. «Ti devo una bevuta.»
«Al primo pub che incontreremo glielo ricorderò» replicai.
Mentre mi davo da fare per ricuperare il maggiore Salvadori, gli altri membri del nostro gruppo erano attorniati dai partigiani e avviati verso i boschi vicini. Guidati dal maggiore Enrico Mauri essi raccolsero i tubi cilindrici contenenti armi, munizioni ed altre vettovaglie che erano state lanciate insieme a noi.
«Fate in fretta. I Tedeschi arrivano.» Anche se il mio italiano era limitato, compresi esattamente quello che stavano dicendo. Non avevo certo bisogno di incoraggiamento per sgambettare verso i boschi con i miei colleghi. Forse sgambettare non è la parola che descrive esattamente il mio tentativo di andarmene con urgenza con quasi due metri di neve fresca. Era un insieme di corsa e di nuoto.
Non appena l’ultimo di noi raggiunse la copertura del bosco, ci voltammo, in tempo per vedere il primo dei soldati tedeschi raggiungere la cresta di una collina a circa 800 metri di distanza. Essi erano solo tre sagome contro il cielo, ma la loro vista mi impressionò. Li indicai a uno dei partigiani, che si mise a ridere in modo sprezzante nei confronti del nemico che si avvicinava.
«Non avere paura, amico mio» egli spiegò. «Essi devono fare un tentativo di trovarci. Ma arrivano sempre in ritardo. Hanno più paura di incontrare noi che noi di essere trovati. I Tedeschi possono occupare il nostro Paese di giorno, ma noi qui comandiamo di notte. Se essi diventano aggressivi ed arrivano troppo vicini a noi, dobbiamo solamente sparare una raffica ed essi di disperdono come polli».
Il maggiore Salvadori, che parlava perfettamente l’italiano, più tardi spiegò che i Tedeschi non potevano far vedere di ignorare un lancio importante. Sotto l’urgenza dei comandanti che stavano negli uffici, le truppe sarebbero state mandate per una ricerca e per catturare o distruggere la missione. Ma essi non erano molto entusiasti di portare a termine questo compito con il maggiore Mauri e i suoi uomini tutto intorno. I soldati tedeschi ordinari procedevano con cautela e programmavano il loro arrivo immmancabilmente in modo che coincidesse con la partenza dei partigiani.
Lo stesso si stava verificando in questa occasione, con i Tede-schi appena in ritardo per essere coinvolti in scambi di colpi di arma da fuoco. Ci fu anche il tempo di raccogliere i fusti con i rifornimenti e le munizioni, così come i nostri paracadute, che più tardi sarebbero stati trasformati in pigiami di seta.
Mentre ci stavamo inoltrando nei boschi, noi tutti provammo una tremenda sensazione di sollievo che la prima parte della nostra missione fosse trascorsa in modo così favorevole. La nostra fiducia era anche accresciuta dal comportamento senza paura dei partigiani che ci stavano guidando verso la salvezza.
«Non cercheranno di seguirci?» chiesi nervosamente.
«Certamente no» disse uno dei miei camerati italiani.
«Ma perchè no?» ribattei con sincera ignoranza.
«Nel caso che ci trovino...» egli rispose, e, scoppiando a ridere, mi diede una gran pacca sul sedere.
Questa fiducia si dimostrò contagiosa. Incominciai a ridere anch’io. Nel mio falso senso di sicurezza di recente scoperto, realmente incominciai a credere che i miei timori fossero terminati.
Nel frattempo un terribile dissidio era scoppiato tra il capitano Keany e un partigiano chiamato Giacomo Bagnasco. Eravamo qui, in territorio controllato dal nemico e brulicante di tedeschi, quando questi due decisero di avere una feroce disputa circa... le sigarette! Giacomo era un massiccio ragazzone con una voce stentorea. Anche se aveva solo 18 anni, era già un uomo gigantesco. Tipico per il capitano Keany che questi fosse il compagno con il quale uno dovesse attaccare briga. Il nocciolo di questa era che in uno dei contenitori erano state poste molte stecche di sigarette Gold Flake per l’uso esclusivo del gruppo paracadutato. Keany, che aveva una discreta conoscenza dell’italiano, aveva udito i partigiani discutere di questo colpo di fortuna. Giacomo, che aveva una voce caratteristica piena di espressioni dialettali locali, fu accusato di dirigere l’operazione per depredare la nostra fornitura di sigarette. Keany interruppe la nostra fuga dai tedeschi che si avvicinavano per accusare i nostri nuovi alleati di essere ladri e bugiardi. Il nostro amico irlandese certamente aveva un raro senso della diplomazia, sia per quanto riguarda le priorità che il tempo. Per fortuna il maggiore Salvadori intervenne e disse all’irato capitano di calmarsi e di concentrarsi sul lavoro da farsi. Per un momento avevo pensato che Keany e Bagnasco sarebbero venuti alle mani in quello che sarebbe stato uno scontro memorabile.
Ma la collera sbollì e noi continuammo il nostro cammino attraverso i pini altissimi che ci procuravano riparo. Da quello che potei notare più tardi, sembrava che il sangue del capitano Keany bollisse ogni volta che avvistava il nemico. Decisioni tattiche di non ingaggiarlo in una battaglia inutile lo lasciavano furibondo e con frustrazione, pertanto lui si sentiva portato a smaltire la sua rabbia con qualcun altro.
Dopo 30 minuti di marcia attraverso i boschi, il nostro gruppo raggiunse la sua prima destinazione, una chiesa a Mombarcaro. Come emergemmo dalla oscurità in uno spiazzo debolmente illuminato dalla luna, ebbi la prima vera opportunità per studiare da vicino i partigiani ed il loro capo. Erano un gruppo di persone che sembravano inverosimili e ricordai l’osservazione di Wellington 140 anni prima. Nel vedere le sue truppe composte da pezzenti durante la campagna peninsulare egli dichiarò: «Io non so che effetto questi uomini potrebbero fare al nemico, ma, per Dio, essi mi fanno paura».
Nel loro strano assortimento di uniformi, gli uomini del maggiore Mauri sembravano egualmente minacciosi. Qualcuno indossava vecchie giacche militari italiane; altri indossavano pantaloni dei nazisti. Altri avevano combinazioni di entrambi. Sembravano essere stati ad una liquidazione di fine guerra. Con i loro pantaloni ampi e cascanti, i lunghi stivali e le cartuccere per munizioni, ed in più un assortimento di mitragliette, fucili e pistole, essi offrivano l’aspetto del coro di briganti di qualcuna delle opere di Gilbert o di Sullivan.
Il principale dettaglio che li distingueva era il loro fazzoletto blu, allacciato disinvolto sul davanti con un largo nodo, ma cadente a punta sulla schiena dietro al collo, come boy scouts cresciuti troppo. Eppure la loro disordinata tenuta contrastava con la loro totale obbedienza ed entusiastica disciplina ogni volta che il maggiore Mauri impartiva istruzioni. Questi era un uomo alto, magro, elegante, indossante una giacca leggera con un mitra che pendeva liberamente dalla sua spalla destra. A parte la sua presenza più rispettabile, le educate ma risolute maniere lo differenziavano dai suoi uomini, che, naturalmente, lo adoravano. Il maggiore Mauri diresse le operazioni alla chiesa insieme al capitano Hugh Ballard, l’agente del Soe che ci aveva attesi per incontrarci nella zona di lancio.
Il capitano era un sudafricano di mezza altezza, ma ben piantato. Aveva anche quello che in quella parte del mondo sembrava essere un paio di baffi di ordinanza; questo era dello stesso colore dei suoi capelli, marrone topo. Il capitano Ballard indossava un lungo pullover di lana che pendeva dalle sue spalle. Se gli aveste cambiato la mitraglietta con un fucile da caccia calibro 12, voi avreste potuto giurare che il capitano stava andando a una postazione per la caccia al gallo cedrone nel giorno dell’Epifania.
La chiesa, che sorgeva in splendido isolamento in una radura, era un piccolo edificio di un piano, dipinto di bianco, con una croce alla porta di fronte. Mauri e Ballard controllarono i partigiani che portavano le armi, le munizioni e i rifornimenti nella chiesa, dove, ma lo appresi in seguito, il tutto veniva nascosto nel sotterraneo.
A questo punto a Keany ed a me stesso fu assegnata una guida italiana per portarci verso Brusasco. La nostra limitata conoscenza dell’italiano imponeva che noi dovessimo dirigerci verso Milano in un modo più complicato che il maggiore Max Salvadori, il quale, da nativo, parlava bene la lingua.
Keany ed io stringemmo la mano al maggiore Max proprio fuori della chiesa, dato che eravamo i primi ad andarcene.
«Arrivederci a Milano» gridò Keany mentre ci voltammo per andarcene. Era un tipico, euforico e positivo commento da parte del mio compagno irlandese. Sfortunatamente era una promessa che non potè essere mantenuta.
La nostra guida ci precedette in una camminata di due ore dalla chiesa. Marciavamo in fila indiana con il partigiano per primo, in testa, mentre Keany lo seguiva. Io chiudevo il gruppo, come ultimo dei tre. Per distrarmi cercai di pensare a una storiella che parlasse di un Italiano, un Irlandese e un Inglese procedenti con passo pesante nella neve, al chiaro di luna e dietro le linee nemiche, ma non mi venne in mente alcunchè.
Ogni tanto passavamo vicini a qualche casolare isolato e i cani incominciavano ad abbaiare. La prima volta che successe mi buttai a testa bassa dentro un cumulo di neve, con il terrore che il cane potesse attirare un paio di divisioni corazzate tedesche contro di noi. Ma il mio pauroso e poco dignitoso comportamento causò una beffarda risata da parte dell’italiano di scorta e dello sconsiderato Keany. La guida mi diede una volta ancora assicurazione che, di notte, non avevamo nulla da temere da parte dei tedeschi. Io non riuscii mai ad esserne completamente convinto.
Durante questo trasferimento stavo portando la mia radio trasmittente, il partigiano sorreggeva l’ingombrante generatore e Keany trasportava le batterie. I radiooperatori non sono particolarmente popolari in situazioni come questa, ma noi diventiamo poi utili in altre circostanze, quando diventiamo indispensabili.
Era proprio prima del sorgere del sole, all’incirca alle 5 del mattino, quando noi arrivammo ad una cascina a circa 300 metri a nord del grosso paese di Monesiglio. Era la casa di un simpatizzante antifascista “Tal” Biestro e di sua moglie Luisa. Ci nascondemmo fuori vista mentre la nostra guida bussava alla porta controllando che la via fosse libera. Per il mio orrore egli aveva spiegato durante il tragitto che il paese era occupato da dozzine di militari tedeschi e fascisti italiani. Essi lo usavano come base dalla quale portare avanti i loro rastrellamenti. Questa parola a me suonava allarmante, quasi come qualche orribile forma di tortura dei giorni della Inquisizione spagnola, ma in realtà significava “pulire” o “racimolare”. Queste operazioni venivano condotte costantemente in tutta l’area della provincia, generalmente dalle odiate Ss. L’oggetto della loro ricerca erano proprio i partigiani e gli agenti del Soe, come Keany e come me. Non stavo prevedendo un sonno notturno tranquillo con loro a trecento metri, proprio come fossero dietro l’angolo. Ma noi ricevemmo un caloroso benvenuto dai Biestro, che cercarono di spiegarmi : «I tedeschi non penseranno mai di cercare così vicino. Non crederanno mai che voi avete il coraggio di nascondervi così vicini alle loro postazioni. Essi sono molto efficienti e logici. Noi usiamo questo contro di loro. La loro efficienza e la loro logica li guideranno lontano di qui. L’ultimo posto nel quale i fascisti cercheranno è proprio sotto il loro naso. Essi penseranno che voi dovreste essere matti per stare qui alla periferia di Monesiglio».
Sono certo che Tal, Luisa e la nostra guida stavano cercando di tranquillizzarmi, ma trovai scarsi motivi di conforto nelle loro incoraggianti parole. Tre anni prima mi ero offerto volontario per incarichi pericolosi, non per missioni suicide con stravaganti italiani e con un irlandese pazzo. Ma ora ero definivamente e completamente incastrato con questa missione. Era come dover risalire un torrente impetuoso in canoa senza una pagaia.
Se io sembravo dubbioso, è solo perchè non condividevo lo sbalorditivo coraggio di questa coppia appartenente alla classe lavoratrice: essi stavano rischiando le loro vite per darci rifugio. Erano dei poveri contadini che a stento tiravano fuori quanto necessario per vivere da una manciata di acri in terreno collinoso, dove coltivavano granoturco ed allevavano polli.
Tal era un uomo dai capelli rossastri. Anche se di media taglia, sovrastava la sua piccola moglie bruna. Essi chiarirono che, anche se avevano poco per se stessi, erano ben contenti di condividerlo con noi. Così noi avemmo il nostro primo pasto della Operazione Chariton nella cucina della cascina dei Biestro. Ci sedemmo intorno a un tavolo di legno su sedie di legno che appoggiavano sul pavimento lastricato con pietre. Attorno al focolare vi era un impressionante schieramento di pentole di terracotta e di padelle annerite dal fumo. Una pentola antica era appesa sopra il fuoco, come in qualche bozzetto da una novella di Dickens.

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