|
Bill Pickering è nato
ad Oldham, nei pressi di Manchester, nel 1923. Quando ebbe inizio la
seconda guerra mondiale egli prestava servizio come giovane
impiegato presso una catena di supermercati. Il giovane Bill nel
1940, pur non avendo ancora l’età, si arruolò nel Welsh Regiment e
fu in seguito trasferito al Royal corps of signals; nel 1942 egli
diventò un membro dello Special operation eExecutive. Pickering fu
addestrato come operatore radio ad alta velocità, avendo svolto
attività in Nord Africa, Sicilia, Salerno, Anzio e Napoli prima di
essere lanciato con il paracadute dietro le linee nemiche in Nord
Italia nel febbraio del 1945. Per il suo coraggio gli fu assegnata
la Military medal; sposò la bella italiana Rossana Reboli ed ebbero
un figlio, David. Dopo la guerra Pickering ha gestito una serie di
attività commerciali nella zona di Manchester. Fu nominato area
manager ad Oxfam fino al suo ritiro in pensione nel 1988.
Alan Hart è nato a Sale, nei pressi di Manchester, nel 1945 ed è la
terza generazione della sua famiglia ad esercitare la professione di
giornalista. Egli ha prestato servizio per vari giornali durante la
sua carriera, sia come cronista che come giornalista indipendente.
La sua attività lo ha portato in incarichi pericolosi nell’Ulster,
nel Medio Oriente e in luoghi riservati. “Ma mai in paracadute” egli
ammette: “Io preferisco la prima classe”.
Chiaffredo Bellero
nato a Torino, classe 1926, ha partecipato alla seconda guerra
mondiale dal settembre 1943 all’aprile 1945 in Piemonte, nelle
formazioni militari del primo gruppo divisioni alpine comandate dal
leggendario Martini Mauri. Era in forza alla 6a divisione
“Asti-Hope”, 21a brigata “Rino Rossino”. L’11 novembre
1944 fu ferito gravemente in combattimento contro i Tedeschi. È
stato decorato con la Medaglia d’argento al Valor Militare. Gli sono
state concesse anche la Croce di guerra al merito e la Medaglia di
Volontario di guerra. Ingegnere civile ha lavorato per 51 anni in
Europa, Africa, Medio Oriente e nelle Americhe. Per le opere
realizzate con varie imprese italiane in quattro continenti nel 1971
è stato insignito del titolo di commendatore della Repubblica
italiana. Per la sua attività professionale ha ricevuto numerosi
premi negli Usa. Dal 1987 ha stabilito la residenza a Miami,
Florida, e dal 1999 ha assunto la cittadinanza degli Usa.
0 |
|
Il punto centrale
della narrazione di Bill Pickering intitolata I banditi di
Cisterna è una serie di vicende che si sono sviluppate in
Piemonte negli ultimi mesi del secondo conflitto mondiale. Bill
racconta la storia del suo lancio notturno sulle Langhe coperte di
neve, i successivi spostamenti fino a Cisterna d’Asti, da dove
avrebbe dovuto avere inizio la sua missione agli ordini del capitano
irlandese Keany. Le avversità della guerra lo obbligarono a cambiare
la finalità della missione e Bill si aggregò alla divisione
partigiana con base a Cisterna, partecipando a numerose azioni
contro Tedeschi e contro fascisti insieme a quelli che furono
chiamati “I banditi di Cisterna”.
Bill completa la sua interessante narrazione con le sue vicende
personali di sergente addetto alle comunicazioni, iniziando
dall’arruolamento volontario, ottenuto falsificando il certificato
di nascita, fino alla scuola radiotelegrafisti e paracadutisti in
Gran Bretagna, al successivo trasferimento in Nord Africa, allo
sbarco in Sicilia e nella testa di ponte di Anzio, ad altre azioni
nello scacchiere di guerra italiano.
Il libro di Bill Pickering, scritto in collaborazione con Alan Hart
ed edito in Gran Bretagna da Leo Cooper, è non solo la storia della
seconda guerra mondiale vista da un giovane inglese volontario, ma
anche una brillante e vivace rievocazione dei giorni di quella che
in Italia fu poi chiamata Resistenza.
Bill era un militare giovane, ma molto bene addestrato, dato che
apparteneva ad un esercito poderoso. Noi eravamo giovani come lui,
ma generalmente privi di una vera esperienza alla guerriglia, ossia
ad azioni di disturbo svolte alle spalle di un grande esercito, come
le armate tedesche agli ordini del generale Kesserling. Bill
racconta come, dopo essere stato paracadutato sulle Langhe, dovette
cambiare lo scopo della sua missione originaria e come venne
inserito nei reparti dei partigiani. Qui si comporta come uno di
essi, a volte li trascina con l’esperienza che deriva dal suo
addestramento, ma sovente finisce per essere trascinato
dall’entusiasmo poco razionale che i suoi giovani compagni di lotta
gli trasmettono.
Chiaffredo Bellero
* * *
Cap. II
Nella tana del leone
Il mio addestramento
da paracadutista a Chesterfield aveva ignorato come operare nel caso
di atterraggio su neve. Pertanto dopo tutti quei salti di
allenamento durante i quali avevo perfezionato la mia giravolta in
avanti un’infinità di volte, il mio atterraggio in Piemonte non
guadagnò punti per stile, eleganza o decoro. Come arrivai in basso,
i miei piedi si imbatterono nel paracadute del maggiore Salvadori
che mi aveva preceduto. Questi era completamente sparito e quando
sbattei contro il suo paracadute gonfiato dal vento scivolai in
avanti. Dato che la neve permise di infilarmi sotto di essa, alla
fine atterrai piatto sulla schiena. La neve forniva un cuscino tale
che fu per me un buon atterraggio. In quel momento udii un ovattato
lamento accanto a me. Non era necessario essere un genio per
concludere che le grida disperate provenivano dal maggiore. Non
potevo capire esattamente che cosa dicesse ma dedussi che egli
avrebbe preferito trovarsi al di sopra della neve invece che al di
sotto di essa. Usando il suo paracadute come punto di partenza,
scavai rapidamente un accesso fino a lui, come un terrier forsennato
cercando un topo. In pochi secondi avevo raggiunto il maggiore
Salvadori e rimosso la neve che gli copriva il capo.
«Grazie, Bill» disse il tranquilizzato maggiore. «Ti devo una
bevuta.»
«Al primo pub che incontreremo glielo ricorderò» replicai.
Mentre mi davo da fare per ricuperare il maggiore Salvadori, gli
altri membri del nostro gruppo erano attorniati dai partigiani e
avviati verso i boschi vicini. Guidati dal maggiore Enrico Mauri
essi raccolsero i tubi cilindrici contenenti armi, munizioni ed
altre vettovaglie che erano state lanciate insieme a noi.
«Fate in fretta. I Tedeschi arrivano.» Anche se il mio italiano era
limitato, compresi esattamente quello che stavano dicendo. Non avevo
certo bisogno di incoraggiamento per sgambettare verso i boschi con
i miei colleghi. Forse sgambettare non è la parola che descrive
esattamente il mio tentativo di andarmene con urgenza con quasi due
metri di neve fresca. Era un insieme di corsa e di nuoto.
Non appena l’ultimo di noi raggiunse la copertura del bosco, ci
voltammo, in tempo per vedere il primo dei soldati tedeschi
raggiungere la cresta di una collina a circa 800 metri di distanza.
Essi erano solo tre sagome contro il cielo, ma la loro vista mi
impressionò. Li indicai a uno dei partigiani, che si mise a ridere
in modo sprezzante nei confronti del nemico che si avvicinava.
«Non avere paura, amico mio» egli spiegò. «Essi devono fare un
tentativo di trovarci. Ma arrivano sempre in ritardo. Hanno più
paura di incontrare noi che noi di essere trovati. I Tedeschi
possono occupare il nostro Paese di giorno, ma noi qui comandiamo di
notte. Se essi diventano aggressivi ed arrivano troppo vicini a noi,
dobbiamo solamente sparare una raffica ed essi di disperdono come
polli».
Il maggiore Salvadori, che parlava perfettamente l’italiano, più
tardi spiegò che i Tedeschi non potevano far vedere di ignorare un
lancio importante. Sotto l’urgenza dei comandanti che stavano negli
uffici, le truppe sarebbero state mandate per una ricerca e per
catturare o distruggere la missione. Ma essi non erano molto
entusiasti di portare a termine questo compito con il maggiore Mauri
e i suoi uomini tutto intorno. I soldati tedeschi ordinari
procedevano con cautela e programmavano il loro arrivo
immmancabilmente in modo che coincidesse con la partenza dei
partigiani.
Lo stesso si stava verificando in questa occasione, con i Tede-schi
appena in ritardo per essere coinvolti in scambi di colpi di arma da
fuoco. Ci fu anche il tempo di raccogliere i fusti con i
rifornimenti e le munizioni, così come i nostri paracadute, che più
tardi sarebbero stati trasformati in pigiami di seta.
Mentre ci stavamo inoltrando nei boschi, noi tutti provammo una
tremenda sensazione di sollievo che la prima parte della nostra
missione fosse trascorsa in modo così favorevole. La nostra fiducia
era anche accresciuta dal comportamento senza paura dei partigiani
che ci stavano guidando verso la salvezza.
«Non cercheranno di seguirci?» chiesi nervosamente.
«Certamente no» disse uno dei miei camerati italiani.
«Ma perchè no?» ribattei con sincera ignoranza.
«Nel caso che ci trovino...» egli rispose, e, scoppiando a ridere,
mi diede una gran pacca sul sedere.
Questa fiducia si dimostrò contagiosa. Incominciai a ridere anch’io.
Nel mio falso senso di sicurezza di recente scoperto, realmente
incominciai a credere che i miei timori fossero terminati.
Nel frattempo un terribile dissidio era scoppiato tra il capitano
Keany e un partigiano chiamato Giacomo Bagnasco. Eravamo qui, in
territorio controllato dal nemico e brulicante di tedeschi, quando
questi due decisero di avere una feroce disputa circa... le
sigarette! Giacomo era un massiccio ragazzone con una voce
stentorea. Anche se aveva solo 18 anni, era già un uomo gigantesco.
Tipico per il capitano Keany che questi fosse il compagno con il
quale uno dovesse attaccare briga. Il nocciolo di questa era che in
uno dei contenitori erano state poste molte stecche di sigarette
Gold Flake per l’uso esclusivo del gruppo paracadutato. Keany, che
aveva una discreta conoscenza dell’italiano, aveva udito i
partigiani discutere di questo colpo di fortuna. Giacomo, che aveva
una voce caratteristica piena di espressioni dialettali locali, fu
accusato di dirigere l’operazione per depredare la nostra fornitura
di sigarette. Keany interruppe la nostra fuga dai tedeschi che si
avvicinavano per accusare i nostri nuovi alleati di essere ladri e
bugiardi. Il nostro amico irlandese certamente aveva un raro senso
della diplomazia, sia per quanto riguarda le priorità che il tempo.
Per fortuna il maggiore Salvadori intervenne e disse all’irato
capitano di calmarsi e di concentrarsi sul lavoro da farsi. Per un
momento avevo pensato che Keany e Bagnasco sarebbero venuti alle
mani in quello che sarebbe stato uno scontro memorabile.
Ma la collera sbollì e noi continuammo il nostro cammino attraverso
i pini altissimi che ci procuravano riparo. Da quello che potei
notare più tardi, sembrava che il sangue del capitano Keany bollisse
ogni volta che avvistava il nemico. Decisioni tattiche di non
ingaggiarlo in una battaglia inutile lo lasciavano furibondo e con
frustrazione, pertanto lui si sentiva portato a smaltire la sua
rabbia con qualcun altro.
Dopo 30 minuti di marcia attraverso i boschi, il nostro gruppo
raggiunse la sua prima destinazione, una chiesa a Mombarcaro. Come
emergemmo dalla oscurità in uno spiazzo debolmente illuminato dalla
luna, ebbi la prima vera opportunità per studiare da vicino i
partigiani ed il loro capo. Erano un gruppo di persone che
sembravano inverosimili e ricordai l’osservazione di Wellington 140
anni prima. Nel vedere le sue truppe composte da pezzenti durante la
campagna peninsulare egli dichiarò: «Io non so che effetto questi
uomini potrebbero fare al nemico, ma, per Dio, essi mi fanno paura».
Nel loro strano assortimento di uniformi, gli uomini del maggiore
Mauri sembravano egualmente minacciosi. Qualcuno indossava vecchie
giacche militari italiane; altri indossavano pantaloni dei nazisti.
Altri avevano combinazioni di entrambi. Sembravano essere stati ad
una liquidazione di fine guerra. Con i loro pantaloni ampi e
cascanti, i lunghi stivali e le cartuccere per munizioni, ed in più
un assortimento di mitragliette, fucili e pistole, essi offrivano
l’aspetto del coro di briganti di qualcuna delle opere di Gilbert o
di Sullivan.
Il principale dettaglio che li distingueva era il loro fazzoletto
blu, allacciato disinvolto sul davanti con un largo nodo, ma cadente
a punta sulla schiena dietro al collo, come boy scouts cresciuti
troppo. Eppure la loro disordinata tenuta contrastava con la loro
totale obbedienza ed entusiastica disciplina ogni volta che il
maggiore Mauri impartiva istruzioni. Questi era un uomo alto, magro,
elegante, indossante una giacca leggera con un mitra che pendeva
liberamente dalla sua spalla destra. A parte la sua presenza più
rispettabile, le educate ma risolute maniere lo differenziavano dai
suoi uomini, che, naturalmente, lo adoravano. Il maggiore Mauri
diresse le operazioni alla chiesa insieme al capitano Hugh Ballard,
l’agente del Soe che ci aveva attesi per incontrarci nella zona di
lancio.
Il capitano era un sudafricano di mezza altezza, ma ben piantato.
Aveva anche quello che in quella parte del mondo sembrava essere un
paio di baffi di ordinanza; questo era dello stesso colore dei suoi
capelli, marrone topo. Il capitano Ballard indossava un lungo
pullover di lana che pendeva dalle sue spalle. Se gli aveste
cambiato la mitraglietta con un fucile da caccia calibro 12, voi
avreste potuto giurare che il capitano stava andando a una
postazione per la caccia al gallo cedrone nel giorno dell’Epifania.
La chiesa, che sorgeva in splendido isolamento in una radura, era un
piccolo edificio di un piano, dipinto di bianco, con una croce alla
porta di fronte. Mauri e Ballard controllarono i partigiani che
portavano le armi, le munizioni e i rifornimenti nella chiesa, dove,
ma lo appresi in seguito, il tutto veniva nascosto nel sotterraneo.
A questo punto a Keany ed a me stesso fu assegnata una guida
italiana per portarci verso Brusasco. La nostra limitata conoscenza
dell’italiano imponeva che noi dovessimo dirigerci verso Milano in
un modo più complicato che il maggiore Max Salvadori, il quale, da
nativo, parlava bene la lingua.
Keany ed io stringemmo la mano al maggiore Max proprio fuori della
chiesa, dato che eravamo i primi ad andarcene.
«Arrivederci a Milano» gridò Keany mentre ci voltammo per andarcene.
Era un tipico, euforico e positivo commento da parte del mio
compagno irlandese. Sfortunatamente era una promessa che non potè
essere mantenuta.
La nostra guida ci precedette in una camminata di due ore dalla
chiesa. Marciavamo in fila indiana con il partigiano per primo, in
testa, mentre Keany lo seguiva. Io chiudevo il gruppo, come ultimo
dei tre. Per distrarmi cercai di pensare a una storiella che
parlasse di un Italiano, un Irlandese e un Inglese procedenti con
passo pesante nella neve, al chiaro di luna e dietro le linee
nemiche, ma non mi venne in mente alcunchè.
Ogni tanto passavamo vicini a qualche casolare isolato e i cani
incominciavano ad abbaiare. La prima volta che successe mi buttai a
testa bassa dentro un cumulo di neve, con il terrore che il cane
potesse attirare un paio di divisioni corazzate tedesche contro di
noi. Ma il mio pauroso e poco dignitoso comportamento causò una
beffarda risata da parte dell’italiano di scorta e dello
sconsiderato Keany. La guida mi diede una volta ancora assicurazione
che, di notte, non avevamo nulla da temere da parte dei tedeschi. Io
non riuscii mai ad esserne completamente convinto.
Durante questo trasferimento stavo portando la mia radio
trasmittente, il partigiano sorreggeva l’ingombrante generatore e
Keany trasportava le batterie. I radiooperatori non sono
particolarmente popolari in situazioni come questa, ma noi
diventiamo poi utili in altre circostanze, quando diventiamo
indispensabili.
Era proprio prima del sorgere del sole, all’incirca alle 5 del
mattino, quando noi arrivammo ad una cascina a circa 300 metri a
nord del grosso paese di Monesiglio. Era la casa di un simpatizzante
antifascista “Tal” Biestro e di sua moglie Luisa. Ci nascondemmo
fuori vista mentre la nostra guida bussava alla porta controllando
che la via fosse libera. Per il mio orrore egli aveva spiegato
durante il tragitto che il paese era occupato da dozzine di militari
tedeschi e fascisti italiani. Essi lo usavano come base dalla quale
portare avanti i loro rastrellamenti. Questa parola a me suonava
allarmante, quasi come qualche orribile forma di tortura dei giorni
della Inquisizione spagnola, ma in realtà significava “pulire” o
“racimolare”. Queste operazioni venivano condotte costantemente in
tutta l’area della provincia, generalmente dalle odiate Ss.
L’oggetto della loro ricerca erano proprio i partigiani e gli agenti
del Soe, come Keany e come me. Non stavo prevedendo un sonno
notturno tranquillo con loro a trecento metri, proprio come fossero
dietro l’angolo. Ma noi ricevemmo un caloroso benvenuto dai Biestro,
che cercarono di spiegarmi : «I tedeschi non penseranno mai di
cercare così vicino. Non crederanno mai che voi avete il coraggio di
nascondervi così vicini alle loro postazioni. Essi sono molto
efficienti e logici. Noi usiamo questo contro di loro. La loro
efficienza e la loro logica li guideranno lontano di qui. L’ultimo
posto nel quale i fascisti cercheranno è proprio sotto il loro naso.
Essi penseranno che voi dovreste essere matti per stare qui alla
periferia di Monesiglio».
Sono certo che Tal, Luisa e la nostra guida stavano cercando di
tranquillizzarmi, ma trovai scarsi motivi di conforto nelle loro
incoraggianti parole. Tre anni prima mi ero offerto volontario per
incarichi pericolosi, non per missioni suicide con stravaganti
italiani e con un irlandese pazzo. Ma ora ero definivamente e
completamente incastrato con questa missione. Era come dover
risalire un torrente impetuoso in canoa senza una pagaia.
Se io sembravo dubbioso, è solo perchè non condividevo lo
sbalorditivo coraggio di questa coppia appartenente alla classe
lavoratrice: essi stavano rischiando le loro vite per darci rifugio.
Erano dei poveri contadini che a stento tiravano fuori quanto
necessario per vivere da una manciata di acri in terreno collinoso,
dove coltivavano granoturco ed allevavano polli.
Tal era un uomo dai capelli rossastri. Anche se di media taglia,
sovrastava la sua piccola moglie bruna. Essi chiarirono che, anche
se avevano poco per se stessi, erano ben contenti di condividerlo
con noi. Così noi avemmo il nostro primo pasto della Operazione
Chariton nella cucina della cascina dei Biestro. Ci sedemmo intorno
a un tavolo di legno su sedie di legno che appoggiavano sul
pavimento lastricato con pietre. Attorno al focolare vi era un
impressionante schieramento di pentole di terracotta e di padelle
annerite dal fumo. Una pentola antica era appesa sopra il fuoco,
come in qualche bozzetto da una novella di Dickens.
[...]
0 |