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Un giorno, durante la quinta
elementare, erano arrivati in classe due signori scortati
dal direttore didattico.
“Cari bambini, ho voluto
accompagnare personalmente e farvi conoscere due importanti
rappresentanti dell’INA Assicurazioni. Questi signori
vengono da Alessandria e sono qui per voi. Prima vi
spiegheranno cos’è il risparmio e cosa vuol dire essere
assicurati. State bene attenti a ciò che vi dicono perché
dopo dovrete fare un tema. I vostri lavori saranno poi
raccolti e portati in sede ad Alessandria e, dopo essere
stati letti attentamente, i tre migliori verranno premiati”.
Il mio lavoro era un po’
corto, ma originale; mi ricordo ancora che per rendere bene
l’idea del risparmio avevo portato l’esempio delle formiche
che lavorano sodo durante l’estate onde procurarsi una buona
scorta per l’inverno e, chissà, forse proprio le formiche mi
avevano fatto vincere il primo premio; e avevo concluso con
questa frase perentoria scritta in stampatello:
RISPARMIARE
NON È POTERE, È VOLERE.
Ma l’impresa più difficoltosa
fu proprio quella di riuscire a consegnarmelo, il premio
(pergamena e medaglietta), perché ogni volta che mi
avvisavano che un signore elegante chiedeva in paese
l’indirizzo della mia famiglia, io correvo a nascondermi giù
nei prati appena dietro il mattatoio e lì rimanevo fin
quando non ero sicuro che l’intruso se ne fosse ripartito
con l’ultima corriera.
Riuscirono nell’impresa al
quarto tentativo.
Stavolta arrivarono in due,
c’era anche una donna (“Sono la signora Picchio,
responsabile per Alessandria e provincia”) e subito appena
entranti cominciarono a insistere perché mio padre firmasse
a mio nome una polizza contro gli infortuni, ma il vecchio
Nando non ci sentiva, disse che non voleva spender soldi. Un
tira e molla di un’ora che mi fece pentire di aver
partecipato e vinto, tant’era il timore che il Nando
perdesse la pazienza e li cacciasse in malo modo.
Evidentemente anche quei due
ebbero lo stesso pensiero. Posarono sul tavolo la pergamena,
la signora Picchio (s’era un pochino accalorata, i pomelli
leggermente arrossati) mi porse la medaglia, mi diede una
frettolosa carezza sulla guancia destra (per un attimo ebbi
il timore che mi baciasse), e poi entrambi uscirono di
scena.
“T’avi almenu da dai in bicer
d’vin. Potevi almeno offrir da bere”, fu l’unico commento di
mia madre.
“Da grande poi sei diventato
un po’ più sicuro di te?”, mi chiese Nora mentre, un pochino
chinata in avanti, s’affaccendava col reggicalze.
“Non direi, anzi alcuni
episodi fecero sì ch’io rimanessi sempre d’un passo dietro
gli altri, che mi sentissi frenato e condizionato
ogniqualvolta fosse invece necessario mostrarsi sicuro e
determinato a compier l’opere”.
“Quali episodi?”
A questa domanda di Nora mi
ricordai di quando per la prima volta misi piede in una casa
di tolleranza.
Avevo diciannove anni e
frequentavo l’ultimo anno delle magistrali. I miei amici era
da tanto che ci volevano andare, tutti insieme, ma io facevo
resistenza, trovavo sempre una scusa per rimandare quella
corvé.
Avevo sempre davanti agli
occhi le scene che avvenivano il sabato sera nella piazza di
Villaforte: la Fiat Augusta di Masino ferma col motore
acceso accanto ai gradini del Caffè dei Portici.
La Fiat Augusta, era un
macchinone nero, imponente, sei posti a sedere comodi, ma
quei clienti del sabato sera, stringendosi l’uno addosso
all’altro, riuscivano a partire anche in otto. Campagnoli,
muratori, manovali, gente grossolana, insomma, ma col
vestito della festa. Fularino al collo e qualcuno la
stilografica nel taschino della giacca. Non c’avevo mai
fatto caso, fino alla sera quando sentii uno gridargli
dietro: “Auanda c’andei, gent da ca russa?” Da lì compresi
ch’erano diretti al casino.
Un venerdì pomeriggio però
non ebbi più scampo. Ci trovammo improvvisamente liberi
perché le previste lezioni di Agraria e di Storia dell’arte
eran saltate per una riunione dei docenti in Provveditorato,
e gli amici stavolta non vollero più sentir ragioni.
“Alla villetta! Alla
villetta!”
Io allora ebbi un’idea che si
rivelò poi fatale. “Perché prima non andiamo a vederci un
bel film?” La proposta venne accettata e ci recammo al
Politeama ad assistere a Poveri ma belli con Marisa
Allasio, un gran successo per quei tempi.
Ci divertimmo per un paio
d’ore e poi all’uscita, secondo i patti, imboccammo il viale
che costeggiando il Tanaro, in una decina di minuti, ci
avrebbe portati dritti dritti alla “casa rossa”. La
maitresse ci squadrò un po’ severa, qualcuno di noi
dimostrava un po’ di meno dei diciott’anni regolamentari, ma
dietro altra gente premeva per entrare, così mi trovai quasi
spinto nel saloncino.
Mi colpì un leggero odore
come di borotalco e una nebbiolina di fumo di troppe
sigarette; mi guardai attorno spaesato e pieno di imbarazzo,
poi lo vidi.
Sì, quell’uomo che io
scorgevo seduto su un divanetto nella stanza accanto, subito
alla mia sinistra, era mio padre.
[...]
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