i libri

Rinaldo Porzio

 

Volevo spaventare Suor Anna

2010

ISBN 13: 978-88-7536-260-7

pp. 78

cm 15x21

€ 10,50

 

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L'autore

Rinaldo Porzio è nato a San Salvatore Monferrato nel 1939.

Laureato in Pedagogia, ha insegnato per trentarè anni in diverse scuole elementari delle province di Milano e Bergamo. Ha partecipato a vari concorsi di poesia dialettale, di cui è appassionato cultore.

Volevo spaventare Suor Anna è il suo primo romanzo.

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I testi

 

Un giorno, durante la quinta elementare, erano arrivati in classe due signori scortati dal direttore didattico.

“Cari bambini, ho voluto accompagnare personalmente e farvi conoscere due importanti rappresentanti dell’INA Assicurazioni. Questi signori vengono da Alessandria e sono qui per voi. Prima vi spiegheranno cos’è il risparmio e cosa vuol dire essere assicurati. State bene attenti a ciò che vi dicono perché dopo dovrete fare un tema. I vostri lavori saranno poi raccolti e portati in sede ad Alessandria e, dopo essere stati letti attentamente, i tre migliori verranno premiati”.

Il mio lavoro era un po’ corto, ma originale; mi ricordo ancora che per rendere bene l’idea del risparmio avevo portato l’esempio delle formiche che lavorano sodo durante l’estate onde procurarsi una buona scorta per l’inverno e, chissà, forse proprio le formiche mi avevano fatto vincere il primo premio; e avevo concluso con questa frase perentoria scritta in stampatello: RISPARMIARE NON È POTERE, È VOLERE.

Ma l’impresa più difficoltosa fu proprio quella di riuscire a consegnarmelo, il premio (pergamena e medaglietta), perché ogni volta che mi avvisavano che un signore elegante chiedeva in paese l’indirizzo della mia famiglia, io correvo a nascondermi giù nei prati appena dietro il mattatoio e lì rimanevo fin quando non ero sicuro che l’intruso se ne fosse ripartito con l’ultima corriera.

Riuscirono nell’impresa al quarto tentativo.

Stavolta arrivarono in due, c’era anche una donna (“Sono la signora Picchio, responsabile per Alessandria e provincia”) e subito appena entranti cominciarono a insistere perché mio padre firmasse a mio nome una polizza contro gli infortuni, ma il vecchio Nando non ci sentiva, disse che non voleva spender soldi. Un tira e molla di un’ora che mi fece pentire di aver partecipato e vinto, tant’era il timore che il Nando perdesse la pazienza e li cacciasse in malo modo.

Evidentemente anche quei due ebbero lo stesso pensiero. Posarono sul tavolo la pergamena, la signora Picchio (s’era un pochino accalorata, i pomelli leggermente arrossati) mi porse la medaglia, mi diede una frettolosa carezza sulla guancia destra (per un attimo ebbi il timore che mi baciasse), e poi entrambi uscirono di scena.

“T’avi almenu da dai in bicer d’vin. Potevi almeno offrir da bere”, fu l’unico commento di mia madre.

“Da grande poi sei diventato un po’ più sicuro di te?”, mi chiese Nora mentre, un pochino chinata in avanti, s’affaccendava col reggicalze.

“Non direi, anzi alcuni episodi fecero sì ch’io rimanessi sempre d’un passo dietro gli altri, che mi sentissi frenato e condizionato ogniqualvolta fosse invece necessario mostrarsi sicuro e determinato a compier l’opere”.

“Quali episodi?”

A questa domanda di Nora mi ricordai di quando per la prima volta misi piede in una casa di tolleranza.

Avevo diciannove anni e frequentavo l’ultimo anno delle magistrali. I miei amici era da tanto che ci volevano andare, tutti insieme, ma io facevo resistenza, trovavo sempre una scusa per rimandare quella corvé.

Avevo sempre davanti agli occhi le scene che avvenivano il sabato sera nella piazza di Villaforte: la Fiat Augusta di Masino ferma col motore acceso accanto ai gradini del Caffè dei Portici.

La Fiat Augusta, era un macchinone nero, imponente, sei posti a sedere comodi, ma quei clienti del sabato sera, stringendosi l’uno addosso all’altro, riuscivano a partire anche in otto. Campagnoli, muratori, manovali, gente grossolana, insomma, ma col vestito della festa. Fularino al collo e qualcuno la stilografica nel taschino della giacca. Non c’avevo mai fatto caso, fino alla sera quando sentii uno gridargli dietro: “Auanda c’andei, gent da ca russa?” Da lì compresi ch’erano diretti al casino.

Un venerdì pomeriggio però non ebbi più scampo. Ci trovammo improvvisamente liberi perché le previste lezioni di Agraria e di Storia dell’arte eran saltate per una riunione dei docenti in Provveditorato, e gli amici stavolta non vollero più sentir ragioni.

“Alla villetta! Alla villetta!”

Io allora ebbi un’idea che si rivelò poi fatale. “Perché prima non andiamo a vederci un bel film?” La proposta venne accettata e ci recammo al Politeama ad assistere a Poveri ma belli con Marisa Allasio, un gran successo per quei tempi.

Ci divertimmo per un paio d’ore e poi all’uscita, secondo i patti, imboccammo il viale che costeggiando il Tanaro, in una decina di minuti, ci avrebbe portati dritti dritti alla “casa rossa”. La maitresse ci squadrò un po’ severa, qualcuno di noi dimostrava un po’ di meno dei diciott’anni regolamentari, ma dietro altra gente premeva per entrare, così mi trovai quasi spinto nel saloncino.

Mi colpì un leggero odore come di borotalco e una nebbiolina di fumo di troppe sigarette; mi guardai attorno spaesato e pieno di imbarazzo, poi lo vidi.

Sì, quell’uomo che io scorgevo seduto su un divanetto nella stanza accanto, subito alla mia sinistra, era mio padre.

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