home 

chi siamo 

novità 

collane 

catalogo 

la clessidra 

cortocircuito 

dicono di noi 

librerie fiduciarie 

appuntamenti 

collaborare 

contattaci 

links 

ISRAT 

 
i libri

Emidio Montini

Uodishallo

(Diario Africano)

2007

ISBN 978-88-7536-153-2

pp. 128

cm 15x21

€ 14,00

 

L'autore

I testi

Recensioni

Riconoscimenti

Dello stesso autore

 

Acquista on line su:

9

9

9

L'autore

Emidio Montini nasce nel 1954 a Brescia. Diplomato geometra, dopo una giovinezza inquieta vi si stabilisce. Varie le professioni svolte, ma la scrittura resta la sua prima occupazione. Ha compiuto molti viaggi in Europa e, negli ultimi anni, per volontariato soprattutto in Africa.
Ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche dal 1978: Poesie (La Voce del Popolo, Brescia 1987); A colloquio con l’Angelo (Edizioni del Leone, Venezia 1992); Mutamenti e Identità (Edizioni del Leone, Venezia 1992); Cassandra la Bella e altre cose (Edizioni Tracce, Pescara 2002).
Questa è la sua prima opera in prosa.

0

I testi

 

Vita in Addis e piccole piogge


1.

Piove, piove a dirotto. Il lavoro procede a strappi. Questa mattina si stava sistemando il viale di accesso secondario. Spostando pietre, piazzandole, colmando i vuoti fra le une e le altre. Il cielo dalla parte del Bole era scuro. In pochi minuti un velo bianco, vento forte, un diluvio d’acqua. Un quarto d’ora e poi basta. Verso mezzogiorno di nuovo. Poi di nuovo a sera. Questa volta una pioggia sottile, continua. Abbiamo ancora tanto lavoro da fare e tutto all’aperto! Ho guardato l’orto. Le viti sono già al primo filo, le zucchine fanno macchia, il lattughino è di un tenero verde e i broccoletti vanno diradati. La settimana prossima tocca alle lamiere del fienile.
Dovunque ci si volti cose da fare, nuovi progetti, come dovessimo restare qui anni! Nel pomeriggio stormi di anatre nere sono passati sulla missione. Stavamo bruciando stoppie in lotta con il fuoco e con il vento. Basse, le ali distese, le penne terminali aperte. Un senso d’autunno. E in effetti sull’altopiano il tempo sta cambiando. Ieri sera abbiamo dovuto mettere una seconda coperta sul letto. Dieci ore di sonno finalmente senza sudore, senza zanzare. In fondo è un bene. Che la temperatura scenda, che scenda l’acqua. Che al sommo della Rift Valley, con i suoi duemila e quattrocento metri, i venti spazzino gli uomini e le cose con salubre costanza.

2.

Domenica delle Palme. Secondo il calendario etiopico la prossima sarà Pasqua. Nel pomeriggio siamo andati al Villaggio Madonna della Vita. Padre Roberto diceva messa. Selamawit era con noi. Ieri non è venuta a trovarci. Forse non ricordava la data del nostro rientro, forse voleva punirci d’essere stati via. Comunque non si è fatta vedere per tutta mattina. Solo quando mia moglie le ha chiesto di venire con noi si è illuminata. Quando poi le abbiamo dato i regali portati per lei dal Kenya, è ritornata quella che conoscevamo. Questo mi fa pensare. Non chiede nulla ma nulla rifiuta.
Forse siamo noi che sbagliamo, forse siamo noi gli ipocriti. Se non avessimo la pelle bianca, forse nemmeno noi ci faremmo scrupoli. Il comportamento di fronte alle cose è diverso, diretto. Talmente diretto da risultare sfacciato. Certo c’è l’ozio, c’è la sofferenza. Qui come altrove. Ma la fame è sempre fame. Non ha dimensione morale. Il perché è diverso per ciascuno. Senza maschere l’uomo e la vita recitano la loro parte più vera. E di fronte alla vita spesso coincidono la maschera e l’uomo.

Ci siamo fermati a domandare la strada. Dall’altra parte un gregge di capre, un furgone aperto. Degli uomini presane una l’hanno rovesciata sull’asfalto per legarle le zampe. L’occhio sbarrato ma mite, quasi incurante del momento. Le molte mosche intorno. La frenesia delle mani intente ai lacci. La vittima e il carnefice. Ma chi il venduto veramente e chi il vendente? Nella stanza dei piccoli un maschietto di pochi giorni. Lasciato davanti al cancello. Spazzatura. Una ragazza madre. Colma di buio e di paura. Forse lei stessa persa. Crimine o tenerezza? Rifiuto o salvezza? In fondo siamo solo ignoranza. Di questi piccoli dagli occhi grandi, com’è difficile sostenere lo sguardo! E più ancora capire che se lo distogliamo non è per guardare al di là del vetro, ma perché sono altrettante istanze. Così diverse, così reali. Alcuni già dal taglio di canaglia, altri troppo inermi. Sanno troppo di terra. Frutti d’una voglia che non si è mai guardata indietro, che mai ha guardato avanti. Nessuna remissione, nessuno scampo. Il tempo un guscio indifferente.

3.

La scaletta di oggi è fitta. Alcune telefonate e poi in città. Una al veterinario. Camilla la vitellina zoppica molto. Nata da inseminazione artificiale, come già un’altra prima di lei presenta delle tumefazioni agli arti. La prima l’avevamo sottovalutata. In breve il gonfiore l’ha prostrata, poi un’infezione ha fatto il resto. Speriamo di prendere questa in tempo. Non sappiamo di che cosa si tratti. Forse una debolezza del seme. Telefoniamo per il cambio. Oggi l’euro è quotato a undici e trenta. Decidiamo di aspettare. La terza, per quelle benedette lamiere. Il caos è totale. Tra spessori che mancano e diverse tipologie sembra che quello che cerchiamo, un ragionevole compromesso fra qualità e prezzo, sia come il Santo Gral.
Ci indirizzano al mercato di Addis. Là alcune fabbriche hanno i loro negozi. Attraversiamo mezza città. Il mercato è la solita bolgia. Da uno sgabuzzino mi offrono dell’erba. Di rimando gonfio la guancia e loro ridono come pazzi. Arrivati sul posto io e Sister scendiamo per dare un’occhiata. Non sono quelle che cerchiamo. Ci portano allora in un’altra strada. Stessa storia. Alla fine i sensali si arrendono. Bisogna provare direttamente in fabbrica. In taxi riattraversiamo la città. Gavrel è paziente, è il suo mestiere. Ne approfittiamo per fare tappa dal fabbro. Ci serve una scala in ferro. Di sei metri. Il fabbro ha la sua officina sul marciapiede, la corrente che scende da un palo. Ho preparato uno schizzo. Ma il tubolare non c’è e manca lo spessore che chiedo. Mi adatto ad altre misure. La scala sarà pronta domani. Non verniciata. Quando arriviamo alla fabbrica del governo un’altra delusione. Hanno solo spessori irrisori.
Sono le tre del pomeriggio. Siamo distrutti. Per fortuna lì vicino c’è Angela, una meticcia, e qui non siamo delusi. Il suo trittico di pasta italiana e un buon vino locale ci salvano la vita. Ma il pomeriggio se n’è andato. Nel tornare ripassiamo dal fabbro. È di parola. La scala è a buon punto. Per domani sarà pronta. Arrivati in missione ci dicono che il veterinario è passato. Ha fatto a Camilla una puntura, antibiotico probabilmente. Anche se piove corro a vederla. Sdraiata si lascia accarezzare. Si volge a guardarmi, l’occhio languido. Mi perdo in quelle rotondità. Un accenno di ruminìo. Il suo modo di fare le fusa.
 

0

Recensioni

  20 dicembre 2007 [gio.ca]  leggi

  22 marzo 2008 [P.M.]  leggi

Riconoscimenti
Dello stesso autore
0