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Emidio Montini nasce
nel 1954 a Brescia. Diplomato geometra, dopo una giovinezza inquieta
vi si stabilisce. Varie le professioni svolte, ma la scrittura resta
la sua prima occupazione. Ha compiuto molti viaggi in Europa e,
negli ultimi anni, per volontariato soprattutto in Africa.
Ha al suo attivo numerose pubblicazioni poetiche dal 1978: Poesie
(La Voce del Popolo, Brescia 1987); A colloquio con l’Angelo
(Edizioni del Leone, Venezia 1992); Mutamenti e Identità
(Edizioni del Leone, Venezia 1992); Cassandra la Bella e altre
cose (Edizioni Tracce, Pescara 2002).
Questa è la sua prima opera in prosa.
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Vita in Addis e
piccole piogge
1.
Piove, piove a dirotto. Il lavoro procede a strappi. Questa mattina
si stava sistemando il viale di accesso secondario. Spostando
pietre, piazzandole, colmando i vuoti fra le une e le altre. Il
cielo dalla parte del Bole era scuro. In pochi minuti un velo
bianco, vento forte, un diluvio d’acqua. Un quarto d’ora e poi
basta. Verso mezzogiorno di nuovo. Poi di nuovo a sera. Questa volta
una pioggia sottile, continua. Abbiamo ancora tanto lavoro da fare e
tutto all’aperto! Ho guardato l’orto. Le viti sono già al primo
filo, le zucchine fanno macchia, il lattughino è di un tenero verde
e i broccoletti vanno diradati. La settimana prossima tocca alle
lamiere del fienile.
Dovunque ci si volti cose da fare, nuovi progetti, come dovessimo
restare qui anni! Nel pomeriggio stormi di anatre nere sono passati
sulla missione. Stavamo bruciando stoppie in lotta con il fuoco e
con il vento. Basse, le ali distese, le penne terminali aperte. Un
senso d’autunno. E in effetti sull’altopiano il tempo sta cambiando.
Ieri sera abbiamo dovuto mettere una seconda coperta sul letto.
Dieci ore di sonno finalmente senza sudore, senza zanzare. In fondo
è un bene. Che la temperatura scenda, che scenda l’acqua. Che al
sommo della Rift Valley, con i suoi duemila e quattrocento metri, i
venti spazzino gli uomini e le cose con salubre costanza.
2.
Domenica delle Palme. Secondo il calendario etiopico la prossima
sarà Pasqua. Nel pomeriggio siamo andati al Villaggio Madonna della
Vita. Padre Roberto diceva messa. Selamawit era con noi. Ieri non è
venuta a trovarci. Forse non ricordava la data del nostro rientro,
forse voleva punirci d’essere stati via. Comunque non si è fatta
vedere per tutta mattina. Solo quando mia moglie le ha chiesto di
venire con noi si è illuminata. Quando poi le abbiamo dato i regali
portati per lei dal Kenya, è ritornata quella che conoscevamo.
Questo mi fa pensare. Non chiede nulla ma nulla rifiuta.
Forse siamo noi che sbagliamo, forse siamo noi gli ipocriti. Se non
avessimo la pelle bianca, forse nemmeno noi ci faremmo scrupoli. Il
comportamento di fronte alle cose è diverso, diretto. Talmente
diretto da risultare sfacciato. Certo c’è l’ozio, c’è la sofferenza.
Qui come altrove. Ma la fame è sempre fame. Non ha dimensione
morale. Il perché è diverso per ciascuno. Senza maschere l’uomo e la
vita recitano la loro parte più vera. E di fronte alla vita spesso
coincidono la maschera e l’uomo.
Ci siamo fermati a domandare la strada. Dall’altra parte un gregge
di capre, un furgone aperto. Degli uomini presane una l’hanno
rovesciata sull’asfalto per legarle le zampe. L’occhio sbarrato ma
mite, quasi incurante del momento. Le molte mosche intorno. La
frenesia delle mani intente ai lacci. La vittima e il carnefice. Ma
chi il venduto veramente e chi il vendente? Nella stanza dei piccoli
un maschietto di pochi giorni. Lasciato davanti al cancello.
Spazzatura. Una ragazza madre. Colma di buio e di paura. Forse lei
stessa persa. Crimine o tenerezza? Rifiuto o salvezza? In fondo
siamo solo ignoranza. Di questi piccoli dagli occhi grandi, com’è
difficile sostenere lo sguardo! E più ancora capire che se lo
distogliamo non è per guardare al di là del vetro, ma perché sono
altrettante istanze. Così diverse, così reali. Alcuni già dal taglio
di canaglia, altri troppo inermi. Sanno troppo di terra. Frutti
d’una voglia che non si è mai guardata indietro, che mai ha guardato
avanti. Nessuna remissione, nessuno scampo. Il tempo un guscio
indifferente.
3.
La scaletta di oggi è fitta. Alcune telefonate e poi in città. Una
al veterinario. Camilla la vitellina zoppica molto. Nata da
inseminazione artificiale, come già un’altra prima di lei presenta
delle tumefazioni agli arti. La prima l’avevamo sottovalutata. In
breve il gonfiore l’ha prostrata, poi un’infezione ha fatto il
resto. Speriamo di prendere questa in tempo. Non sappiamo di che
cosa si tratti. Forse una debolezza del seme. Telefoniamo per il
cambio. Oggi l’euro è quotato a undici e trenta. Decidiamo di
aspettare. La terza, per quelle benedette lamiere. Il caos è totale.
Tra spessori che mancano e diverse tipologie sembra che quello che
cerchiamo, un ragionevole compromesso fra qualità e prezzo, sia come
il Santo Gral.
Ci indirizzano al mercato di Addis. Là alcune fabbriche hanno i loro
negozi. Attraversiamo mezza città. Il mercato è la solita bolgia. Da
uno sgabuzzino mi offrono dell’erba. Di rimando gonfio la guancia e
loro ridono come pazzi. Arrivati sul posto io e Sister scendiamo per
dare un’occhiata. Non sono quelle che cerchiamo. Ci portano allora
in un’altra strada. Stessa storia. Alla fine i sensali si arrendono.
Bisogna provare direttamente in fabbrica. In taxi riattraversiamo la
città. Gavrel è paziente, è il suo mestiere. Ne approfittiamo per
fare tappa dal fabbro. Ci serve una scala in ferro. Di sei metri. Il
fabbro ha la sua officina sul marciapiede, la corrente che scende da
un palo. Ho preparato uno schizzo. Ma il tubolare non c’è e manca lo
spessore che chiedo. Mi adatto ad altre misure. La scala sarà pronta
domani. Non verniciata. Quando arriviamo alla fabbrica del governo
un’altra delusione. Hanno solo spessori irrisori.
Sono le tre del pomeriggio. Siamo distrutti. Per fortuna lì vicino
c’è Angela, una meticcia, e qui non siamo delusi. Il suo trittico di
pasta italiana e un buon vino locale ci salvano la vita. Ma il
pomeriggio se n’è andato. Nel tornare ripassiamo dal fabbro. È di
parola. La scala è a buon punto. Per domani sarà pronta. Arrivati in
missione ci dicono che il veterinario è passato. Ha fatto a Camilla
una puntura, antibiotico probabilmente. Anche se piove corro a
vederla. Sdraiata si lascia accarezzare. Si volge a guardarmi,
l’occhio languido. Mi perdo in quelle rotondità. Un accenno di
ruminìo. Il suo modo di fare le fusa.
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